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(ansa)

Una comunità che prega non è una folla

La sospensione delle messe nelle zone rosse ha fatto cominciare la quaresima senza la liturgia domenicale
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La quaresima è iniziata senza la messa domenicale in molte chiese del nord Italia. Tanto ci vanno in pochi, dirà chi legge le curve della secolarizzazione.

E in effetti sono "solo" 6-7 milioni quelli che partecipano a una liturgia la domenica. Pochi rispetto al trionfalismo su valori e radici del "paese cattolico". Ma in sé molti: che scandiscono il tempo in una comunità cristiana e "non possono vivere", diceva Crisostomo, senza nutrirsi alle tre mense - quella della parola, del pane e vino, della condivisione col povero - che sono sostanza del culto divino.

Per molti di questi la messa è stata proibita. Accomunata ai musei, al teatro, al calcio: dentro e attorno alle zone rosse. Trattata come attività culturale e come assembramento. Con un divieto esteso alle liturgie battesimali e le esequie, fermo restando per ora il diritto di crepare del defunto.

Il "confinamento" del culto non tocca solo il catt…
La quaresima è iniziata senza la messa domenicale in molte chiese del nord Italia. Tanto ci vanno in pochi, dirà chi legge le curve della secolarizzazione.

E in effetti sono "solo" 6-7 milioni quelli che partecipano a una liturgia la domenica. Pochi rispetto al trionfalismo su valori e radici del "paese cattolico". Ma in sé molti: che scandiscono il tempo in una comunità cristiana e "non possono vivere", diceva Crisostomo, senza nutrirsi alle tre mense - quella della parola, del pane e vino, della condivisione col povero - che sono sostanza del culto divino.

Per molti di questi la messa è stata proibita. Accomunata ai musei, al teatro, al calcio: dentro e attorno alle zone rosse. Trattata come attività culturale e come assembramento. Con un divieto esteso alle liturgie battesimali e le esequie, fermo restando per ora il diritto di crepare del defunto.

Il "confinamento" del culto non tocca solo il cattolicesimo romano: ma applicandosi a esso fa emergere due ordini di problemi.

Il primo problema pertiene il diritto. In un paese in cui per Costituzione lo Stato e la chiesa sono "ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani" può la libertà di culto essere limitata sulla base di competenze sanitarie di cui solo Sabino Cassese sembra ricordare origini, titolari e profili? Qualche vescovo ha avuto coscienza della delicatezza di questo passaggio da subito: e ha provveduto ad adottare la sospensione delle celebrazioni con un proprio atto. Altri presuli non hanno percepito il problema: nemmeno quando il ministro dell'Istruzione Azzolina ha sospeso le gite, ma non "i pellegrinaggi", proprio perché chi di dovere adottasse misure necessarie nella sfera propria. Il governo ha colto ma non risolto la questione in un comma del nuovo decreto sull'emergenza Covid-19, che vieta ogni manifestazione religiosa nelle zone rosse e in quelle limitrofe permette alla comunità di adunarsi lasciando "almeno un metro" fra fedele e fedele. A qualcuno infatti potrà sembrare un problema che si risolverà da solo con la fine dell'infezione, e dunque non importante. Invece - dato che quando è in gioco la libertà religiosa e la libertà di culto, tutto è importante e nulla si risolve da sé - bisognerebbe valutare tutto con più attenzione, non foss'altro per il precedente che sta creando: e chiedersi come domandare alle comunità di fede di assumere la propria responsabilità.

Ma la domenica senza messa solleva anche un diverso problema, più squisitamente spirituale. Solo gli imbecilli pensano che si possa sostituire la zoppa verità della scienza con quella devozione arrogante e integrista, che proprio perché tale non può essere cristiana. Per tutti, credenti e agnostici, ci vogliono dunque precauzioni, ospedali capaci di curare anche gli evasori fiscali, senso di responsabilità. Eppure - lo hanno rilevato Enzo Bianchi e Andrea Riccardi - l'interruzione del culto pubblico è stata accolta da parte della chiesa italiana con una qualche pigrizia burocratica di troppo. Come se il cattolicesimo vivo si fosse adagiato sul divieto: lasciando il campo a predicozzi sul bene che deriverà dal disastro, a tesi (blasfeme) sui "castighi di Dio", a banalità. Come se non si volesse vedere un fatto.

E cioè che una porzione di quelle chiese che per anni hanno creduto di rendere culto a Dio negando l'eucarestia ai divorziati penitenti, chiamando tradizione l'indifferenza davanti al dramma di comunità che non avranno mai più un prete celibatario per la messa, che hanno punito o ignorato le persone che in qualche parte del mondo spezzavano il pane "in memoria di me" senza esservi ordinate - quelle chiese oggi si trovano escluse dall'eucarestia. Per decreto regionale. Dismesse per una domenica le minimizzazioni della "norma normante" che è la comunione, sono rimaste a digiuno eucaristico. Con i fedeli che vedono in tv le messe celebrate in una solitudine clericale, collocata al cuore di una prova collettiva che è dunque una vocazione del vangelo nel tempo.

Quella vocazione può dar adito a sadici teoremi dell'integrismo che crede a un dio cattivo, che non sarà mai di Abramo. Ma può essere l'occasione per esprimere intercessione, silenzio, fraternità, compassione: abiti virtuosi che sono misurati sempre e solo dalla credibilità di chi li indossa. Si può dunque aderire alle ordinanze per amore dei più fragili: ma se e solo dei fragili si sapeva già il nome, come in una famiglia; e non la categoria sanitaria, come in un assessorato. Oppure, per amore, si può evadere dalle ordinanze: come ha fatto don Mario Fini che ha raccolto alla parrocchia del nipote di Vittorio e Romano Prodi, morto in un incidente stradale, gli amici e i parenti di questo ragazzo buono. Perché una comunità che prega è una famiglia: che deve essere prudente, ma è una famiglia. E non un assembramento.