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Se i lupi solitari dell’odio diventano branco

Il primo fattore di crescita dei "rigurgiti neonazisti" accertati dalla nostra Intelligence è il brodo sociale e politico
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E adesso i lupi escono allo scoperto. Deviano dal sentiero e ritornano nel branco. Ringhiano, puntano il nemico, attaccano. "Solitari" per semplificazione (giornalistico-letteraria), in realtà sanno di appartenere a una comunità: un corpo (ri)cresciuto troppo in fretta che trova nuova linfa nel profondo dei mutamenti sociali, nella rabbia che colma i vuoti, nei conflitti di questo tempo ostile che esalta l'odio e lo trasforma in terreno di scontro e, insieme, in una scuola di formazione. Giovani. Sempre più giovani.

Giovani perché il clima - settantacinque anni dopo la fine del Male, all'inizio degli anni '20 del terzo millennio - pare adatto ai tentativi di formare una nuova generazione nera. Nella galassia neofascista e neonazista che li ingloba, prima di "subire la fascinazione dell'opzione violenta" - come scrivono nella loro relazione i Servizi segreti italiani - i militanti che consegnano le loro pulsioni identitar…
E adesso i lupi escono allo scoperto. Deviano dal sentiero e ritornano nel branco. Ringhiano, puntano il nemico, attaccano. "Solitari" per semplificazione (giornalistico-letteraria), in realtà sanno di appartenere a una comunità: un corpo (ri)cresciuto troppo in fretta che trova nuova linfa nel profondo dei mutamenti sociali, nella rabbia che colma i vuoti, nei conflitti di questo tempo ostile che esalta l'odio e lo trasforma in terreno di scontro e, insieme, in una scuola di formazione. Giovani. Sempre più giovani.

Giovani perché il clima - settantacinque anni dopo la fine del Male, all'inizio degli anni '20 del terzo millennio - pare adatto ai tentativi di formare una nuova generazione nera. Nella galassia neofascista e neonazista che li ingloba, prima di "subire la fascinazione dell'opzione violenta" - come scrivono nella loro relazione i Servizi segreti italiani - i militanti che consegnano le loro pulsioni identitarie e aggressive all'estremismo di destra sono attratti dalla potenza delle suggestioni. I simboli. Gli slogan. L'estetica. L'abbigliamento. La musica. Lo stadio. Il gruppo.

Gli sport da combattimento infiltrati da chi punta a allevare non atleti ma picchiatori. La svastica disegnata su un muro o su una porta. Queste suggestioni sono veicolate in gran parte dal web: la palestra dove ci si allena prima di scendere in campo a giocare la partita. La resistenza etnica, la lotta anti-immigrati, le periferie-polveriera e i centri di accoglienza, i campi rom. E poi la manutenzione del retaggio "culturale": le parate commemorative e nostalgiche con le braccia tese, l'azione, la propaganda nelle scuole, nelle università.

Il primo fattore di crescita dei "rigurgiti neonazisti" accertati dalla nostra Intelligence è il brodo sociale e politico: la paura e l'avversione verso il nemico di turno; ieri l'ebreo, poi gli immigrati, poi di nuovo (e anche) gli ebrei. E ancora gli immigrati. E poi chi racconta e denuncia la vergogna intollerabile di queste derive: ultimamente, dopo gli attacchi a Liliana Segre, all'Anpi, ad alcuni politici, è toccato anche a "Repubblica", al suo direttore, ai cronisti in prima linea su questo fronte.

Una virulenza sprigionata dalla tendenza all'odio. Che tra i più giovani diventa moda. E che corre su un doppio binario: la piazza "virtuale" (le piattaforme on line, i social network trasformati in postazioni per cecchini e manganellatori), e la piazza fisica (che talvolta riprende a tingersi di scuro). I gruppi neofascisti e neonazisti attivi tra la rete e la strada sono stati risvegliati dal menù sovranista, dalla proposta escludente offerta dai leader del "Prima gli italiani" e dell'"Orgoglio italiano". Da lì un pezzo del percorso ha piegato in discesa: l'ossessione razzista e xenofoba, la disciplina militaresca. La trasmissione del culto dell'autoritarismo che oggi come ieri vorrebbe forgiare i nuovi soldati politici. I lupi non più solitari.