Cosa c'è sotto la mascherina
Stefano Bartezzaghi , di STEFANO BARTEZZAGHIProprio perché è invisibile il virus ci mostra però cose che normalmente ci risultano nascoste dalla loro stessa evidenza
Togliersi la faccia per rivelare così la propria vera maschera. Il paradosso, uno dei più caratteristici di Oscar Wilde, torna in mente davanti alle mascherine non carnevalesche di questi giorni. L'articolo è difficile da trovare, è divenuto caro, non serve che in casi molto specifici ed è anche un po' grottesco. Perché lo si usa?
È certamente un ennesimo prodotto della bizzarria dei tempi in cui viviamo, ma oggi dobbiamo prendere alla lettera il paradosso di Wilde: la maschera risponde a un vero e proprio richiamo della realtà.
È inutile, è esibizionistico, è ridicolo ma usarla un senso lo ha. È un tatuaggio: il segno esteriore che sta per una minaccia invece invisibile. Soprattutto per le persone giovani, che lo fanno anche se il rischio per loro è meno allarmante, mostrarsi a volto semicoperto è un modo per dire "io non faccio finta di niente". Nei tempi in cui vivi…
È certamente un ennesimo prodotto della bizzarria dei tempi in cui viviamo, ma oggi dobbiamo prendere alla lettera il paradosso di Wilde: la maschera risponde a un vero e proprio richiamo della realtà.
È inutile, è esibizionistico, è ridicolo ma usarla un senso lo ha. È un tatuaggio: il segno esteriore che sta per una minaccia invece invisibile. Soprattutto per le persone giovani, che lo fanno anche se il rischio per loro è meno allarmante, mostrarsi a volto semicoperto è un modo per dire "io non faccio finta di niente". Nei tempi in cui vivi…
Togliersi la faccia per rivelare così la propria vera maschera. Il paradosso, uno dei più caratteristici di Oscar Wilde, torna in mente davanti alle mascherine non carnevalesche di questi giorni. L'articolo è difficile da trovare, è divenuto caro, non serve che in casi molto specifici ed è anche un po' grottesco. Perché lo si usa?
È certamente un ennesimo prodotto della bizzarria dei tempi in cui viviamo, ma oggi dobbiamo prendere alla lettera il paradosso di Wilde: la maschera risponde a un vero e proprio richiamo della realtà.
È inutile, è esibizionistico, è ridicolo ma usarla un senso lo ha. È un tatuaggio: il segno esteriore che sta per una minaccia invece invisibile. Soprattutto per le persone giovani, che lo fanno anche se il rischio per loro è meno allarmante, mostrarsi a volto semicoperto è un modo per dire "io non faccio finta di niente". Nei tempi in cui viviamo, del resto, non sono più soltanto i giovani a pensare che nessuna preoccupazione è considerata seria e sincera se non è esibita.
Proprio perché è invisibile il virus ci mostra però cose che normalmente ci risultano nascoste dalla loro stessa evidenza. L'economia globale era un concetto, le produzioni interrotte per il mancato arrivo di forniture dall'estero sono un fatto concreto. L'insufficiente arruolamento di medici era un tema quasi esclusivamente sindacale e settoriale; ora prospetta una possibile emergenza nazionale. La fragilità dei sistemi interconnessi in genere e la carenza di "pensiero lungo" per la loro manutenzione e messa in sicurezza erano considerati temi filosofici astratti; ora ci interpellano dalle breaking news delle homepage. Molto più di quella volta che si tagliò la barba per ottemperare al diktat berlusconiano il presidente lombardo Attilio Fontana ci ha rivelato il suo vero volto quando lo ha coperto indossando platealmente la mascherina. Ma è così per tutta la politica: l'assolutistica incertezza che domina la scena politica (Cosa fare? Come farlo? Quanto durerà?) ha reso manifesta la quantità di variabili di cui è necessario tenere conto. Volete sapere cosa si intende per complessità? Eccovi serviti dal virus che è, e palesemente, un problema al tempo sanitario, sociale, politico, economico, finanziario, diplomatico, culturale, di psicologia delle masse e infine (ma soprattutto) di comunicazione.
La soluzione di un aspetto del problema confligge con un altro aspetto, la complessità è un cubo di Rubik polidimensionale in cui incastrare e armonizzare alla bell'e meglio controindicazioni di ogni colore. Non è mai stato più evidente di così. Persino gli esperti epidemiologi e virologi non appena hanno recuperato l'autorevolezza che la violenta idiozia webete (ora un po' sopita dall'emergenza) aveva loro sottratto non hanno trovato di meglio che armare le proprie assertività gli uni contro gli altri. Perché va bene la salute pubblica, ma ognuno deve badare anche al proprio posizionamento nel marketing dell'opinionismo a gettone. Tutto umano, certo ma il risultato finale è comunicazione opaca, ambigua.
Passerà e torneremo a sognare di essere sani, forse. Sarebbe bello però che rimanesse un deposito di consapevolezza. Per esempio su quanto le nostre vite abbiano bisogno di presenza fisica (e quindi possibilità di contaminazione reciproca); o su quanto sia fatale e facile passare in un istante dalla parte dei segregati; o su quanta efficienza occorra mantenere alle strutture che garantiscono non solo la sicurezza ma proprio la "normalità" del nostro modo di vivere. Magari arriveremo addirittura a porci domande anche a proposito di livelli di competenza, capacità e senso di responsabilità. I livelli minimi che sarebbero necessari a governare ciò che esiste e ciò che di ignoto incombe e i livelli massimi che invece appaiono effettivamente alla portata di chi ci sta governando, da chi aspirerebbe a farlo, dalle loro maschere.
È certamente un ennesimo prodotto della bizzarria dei tempi in cui viviamo, ma oggi dobbiamo prendere alla lettera il paradosso di Wilde: la maschera risponde a un vero e proprio richiamo della realtà.
È inutile, è esibizionistico, è ridicolo ma usarla un senso lo ha. È un tatuaggio: il segno esteriore che sta per una minaccia invece invisibile. Soprattutto per le persone giovani, che lo fanno anche se il rischio per loro è meno allarmante, mostrarsi a volto semicoperto è un modo per dire "io non faccio finta di niente". Nei tempi in cui viviamo, del resto, non sono più soltanto i giovani a pensare che nessuna preoccupazione è considerata seria e sincera se non è esibita.
Proprio perché è invisibile il virus ci mostra però cose che normalmente ci risultano nascoste dalla loro stessa evidenza. L'economia globale era un concetto, le produzioni interrotte per il mancato arrivo di forniture dall'estero sono un fatto concreto. L'insufficiente arruolamento di medici era un tema quasi esclusivamente sindacale e settoriale; ora prospetta una possibile emergenza nazionale. La fragilità dei sistemi interconnessi in genere e la carenza di "pensiero lungo" per la loro manutenzione e messa in sicurezza erano considerati temi filosofici astratti; ora ci interpellano dalle breaking news delle homepage. Molto più di quella volta che si tagliò la barba per ottemperare al diktat berlusconiano il presidente lombardo Attilio Fontana ci ha rivelato il suo vero volto quando lo ha coperto indossando platealmente la mascherina. Ma è così per tutta la politica: l'assolutistica incertezza che domina la scena politica (Cosa fare? Come farlo? Quanto durerà?) ha reso manifesta la quantità di variabili di cui è necessario tenere conto. Volete sapere cosa si intende per complessità? Eccovi serviti dal virus che è, e palesemente, un problema al tempo sanitario, sociale, politico, economico, finanziario, diplomatico, culturale, di psicologia delle masse e infine (ma soprattutto) di comunicazione.
La soluzione di un aspetto del problema confligge con un altro aspetto, la complessità è un cubo di Rubik polidimensionale in cui incastrare e armonizzare alla bell'e meglio controindicazioni di ogni colore. Non è mai stato più evidente di così. Persino gli esperti epidemiologi e virologi non appena hanno recuperato l'autorevolezza che la violenta idiozia webete (ora un po' sopita dall'emergenza) aveva loro sottratto non hanno trovato di meglio che armare le proprie assertività gli uni contro gli altri. Perché va bene la salute pubblica, ma ognuno deve badare anche al proprio posizionamento nel marketing dell'opinionismo a gettone. Tutto umano, certo ma il risultato finale è comunicazione opaca, ambigua.
Passerà e torneremo a sognare di essere sani, forse. Sarebbe bello però che rimanesse un deposito di consapevolezza. Per esempio su quanto le nostre vite abbiano bisogno di presenza fisica (e quindi possibilità di contaminazione reciproca); o su quanto sia fatale e facile passare in un istante dalla parte dei segregati; o su quanta efficienza occorra mantenere alle strutture che garantiscono non solo la sicurezza ma proprio la "normalità" del nostro modo di vivere. Magari arriveremo addirittura a porci domande anche a proposito di livelli di competenza, capacità e senso di responsabilità. I livelli minimi che sarebbero necessari a governare ciò che esiste e ciò che di ignoto incombe e i livelli massimi che invece appaiono effettivamente alla portata di chi ci sta governando, da chi aspirerebbe a farlo, dalle loro maschere.