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Nella foto Diego Godin e Luis Alberto durante la paritita Lazio-Inter (agf)

Il calcio non sempre è gioco

Non è impopolare, anzi, dire al calcio che fa parte del Paese, non è una zona franca o da privilegiare in casi d'emergenza
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Sport italiano chiuso un mese per virus. Oppure avanti, ma rigorosamente a porte chiuse. Era ora. Al governo qualcuno ha capito che era inutile, se non dannoso, lasciare che lo sport più popolare e litigioso, il calcio, fissasse da sé le regole, le date, le percentuali di rischio, dando vita a situazioni indecorose, a misure-tampone spesso incomprensibili. Piccoli esempi: fino a martedì sera un bambino di Torino sapeva che il giorno dopo non avrebbe frequentato la scuola, chiusa, ma avrebbe visto Juve-Milan allo stadio, aperto.

A Udine sabato non s'è giocata Udinese-Fiorentina, nemmeno a porte chiuse, però martedì s'è giocata Pordenone-Juve Stabia a porte aperte. I tifosi dell'Atalanta hanno disceso l'Italia fino a Lecce. Bastava misurargli la febbre prima che entrassero allo stadio (e l'eventuale incubazione?).

Nel frattempo, come diversivo, abbiamo sentito il presidente di un importante club milanese dare del pag…
Sport italiano chiuso un mese per virus. Oppure avanti, ma rigorosamente a porte chiuse. Era ora. Al governo qualcuno ha capito che era inutile, se non dannoso, lasciare che lo sport più popolare e litigioso, il calcio, fissasse da sé le regole, le date, le percentuali di rischio, dando vita a situazioni indecorose, a misure-tampone spesso incomprensibili. Piccoli esempi: fino a martedì sera un bambino di Torino sapeva che il giorno dopo non avrebbe frequentato la scuola, chiusa, ma avrebbe visto Juve-Milan allo stadio, aperto.

A Udine sabato non s'è giocata Udinese-Fiorentina, nemmeno a porte chiuse, però martedì s'è giocata Pordenone-Juve Stabia a porte aperte. I tifosi dell'Atalanta hanno disceso l'Italia fino a Lecce. Bastava misurargli la febbre prima che entrassero allo stadio (e l'eventuale incubazione?).

Nel frattempo, come diversivo, abbiamo sentito il presidente di un importante club milanese dare del pagliaccio al presidente della Lega Serie A.

Abbiamo visto dirigenti di altri importanti club accapigliarsi su date, rinvii, porte aperte o chiuse, sempre e soltanto su interessi di bottega (recupero infortunati, squalifiche da scontare, un giorno di riposo in più). Abbiamo sentito il presidente di un importante club romano dire che sta lottando per lo scudetto (vero) e che non può pensare di giocare senza l'appoggio del pubblico (tutto da dimostrare). E, a porte aperte, chi sarebbe responsabile in caso di contagi? Meglio tardi che mai questo teatrino è finito. Spadafora mette tutti sullo stesso piano, nelle situazioni di estrema emergenza non si possono fare eccezioni. Stiamo parlando di tutto lo sport, singolo e di squadra, professionisti e dilettanti, ricchi e poveri, uomini e donne, nord e sud.

Siccome in Italia il calcio è lo sport più popolare, molti governi temono di passare per impopolari se vanno a disturbare i suoi manovratori. Anche questo governo, all'inizio, ha peccato di autorevolezza e tempestività. Non è impopolare, anzi, dire al calcio che fa parte del Paese, non è una zona franca o da privilegiare in casi d'emergenza. A chi obietta che solo la guerra ha fermato il campionato bisogna dire che erano guerre "chiare": il nemico aveva un nome, una divisa, una bandiera.

Oggi ha solo un nome: Covid-19. Ma il nemico, involontario, quello che ti trasmette il virus può essere quello che al bar beve un caffè di fianco a te, quello che ti sta di fronte sul treno, ma anche quello seduto accanto a te, allo stadio, anche uno di famiglia. Per questo si sta combattendo una guerra "oscura" e senza certezze. E in questa guerra, senza annegare nella psicosi, tutti siamo chiamati a fare la nostra parte e a rispettare le regole dettate da chi ne sa più di noi.

Chiudono le scuole e le università, chiudono le fabbriche, chiudono ristoranti e bar, sono cancellati o slittano in avanti saloni e fiere di rilevanza internazionale, quello del mobile a Milano, Vinitaly a Verona, gli operatori del settore turismo, sommersi dalle disdette, non sanno più a che santo votarsi, in farmacie e banche si entra solo in due alla volta, agli anziani si raccomanda di non uscire di casa, in casa sono relegati da giorni gli abitanti delle zone rosse. Sacrifici ne fanno, ne facciamo, tutti.

È il prezzo da pagare a un'epidemia che non ha precedenti recenti. La Spagnola colpì un altro mondo dove si viveva un'altra vita e lo sport, calcio compreso, aveva un'importanza assai minore. Adesso è lui, non la religione, l'oppio dei popoli, chi più chi meno. Noi, più. Ma, quando è in gioco la salute di tutti, non è più un gioco. E contro Covid-19 gli oppiacei non servono. Serve il realismo. Un mese di blocco o di porte chiuse non sono un dramma, sono una misura realistica. E da accettare senza troppe lamentele. I drammi veri abitano altrove.