Cercasi regista della vita collettiva
Piero Ignazi , di PIERO IGNAZI
La tenuta di un Paese di fronte alle emergenze viene in primo luogo dal sentimento di appartenenza a una comunità, da quello spirito civico che induce a comportamenti naturalmente virtuosi e cooperativi. L'esempio migliore viene tuttora dalla "resilienza" degli inglesi nei primi anni della Seconda guerra mondiale. Ma questo non basta se non c'è anche una struttura istituzionale che sorregga, incoraggi e indirizzi lo spirito pubblico. Senza uno Stato forte e coeso, nei momenti di crisi, rischia di andare tutto in pezzi, Anche qui, un ricordo dei tempi della guerra, l'8 settembre, brucia ancora nella nostra autoimmagine. Mentre, d'altro canto, la resistenza democratica al momento del sequestro Moro senza cedere ai ricatti dei terroristi rappresenta l'altro polo positivo di una classe politica e di istituzioni che hanno saputo reggere a quella terribile offensiva.
Oggi, dopo tanti anni, siamo di nuovo confrontati da una sfida che richiede comp…
Oggi, dopo tanti anni, siamo di nuovo confrontati da una sfida che richiede comp…
La tenuta di un Paese di fronte alle emergenze viene in primo luogo dal sentimento di appartenenza a una comunità, da quello spirito civico che induce a comportamenti naturalmente virtuosi e cooperativi. L'esempio migliore viene tuttora dalla "resilienza" degli inglesi nei primi anni della Seconda guerra mondiale. Ma questo non basta se non c'è anche una struttura istituzionale che sorregga, incoraggi e indirizzi lo spirito pubblico. Senza uno Stato forte e coeso, nei momenti di crisi, rischia di andare tutto in pezzi, Anche qui, un ricordo dei tempi della guerra, l'8 settembre, brucia ancora nella nostra autoimmagine. Mentre, d'altro canto, la resistenza democratica al momento del sequestro Moro senza cedere ai ricatti dei terroristi rappresenta l'altro polo positivo di una classe politica e di istituzioni che hanno saputo reggere a quella terribile offensiva.
Oggi, dopo tanti anni, siamo di nuovo confrontati da una sfida che richiede compattezza e nervi saldi. Almeno a livello governativo, non è mancata unità d'intenti: dopo tante sciocchezze da parte dei no-vax pentastellati questi ultimi hanno osservato un dignitoso silenzio (e giustamente l'ex-ministro della Salute, Giulia Grillo ha rinfacciato ai suoi colleghi di averla isolata, quando era al governo, per il suo corretto comportamento sui vaccini). L'opposizione invece nei primi momenti non è stata affatto cooperativa. Le sparate salvinane sull'inazione del governo e sull'invocazione di sigilli alle frontiere e di ghetti per i cinesi hanno dato la misura dello scarso senso dello Stato dell'ex ministro dell'Interno. Proprio cedendo a quella pressione il governo ha compiuto un gesto inutile e alla fine dannoso come la sospensione dei voli diretti con la Cina.
Al di là di questi dissidi, la questione fondamentale riguarda ora il rapporto tra l'unitarietà di indirizzo e l'affidabilità delle istituzioni statuali e le competenze delle amministrazioni locali cosi come sono state tracciate dall'infausto titolo V della Costituzione, approvato vent'anni fa.
Quel patchwork di poteri ha intasato la Corte costituzionale con una infinità di ricorsi da parte sia delle amministrazioni locali che di quella centrale per definire i rispettivi territori esclusivi. Questo ginepraio è all'origine delle tensioni tra governo e Regioni, certo favorite dalla dissonanza politica con quelle a trazione leghista ma poi emerse anche in territori governati dal centro-sinistra come le Marche.
La distinzione tra indirizzo nazionale e gestione locale in tema di salute non regge di fronte a una calamità come questa - o per meglio dire alla gestione un po' calamitosa che se ne sta facendo, come ricordava l'editoriale di Carlo Verdelli. Basti ricordare come nel 1970 l'epidemia d'influenza, oltre ad aver messo a letto più di 13 milioni di italiani ne aveva falciati 5000...tanto per rendere le proporzioni. Anche se l'epidemia fosse meno drammatica e letale di come viene dipinta, rimarrebbe il problema di una gestione coordinata e univoca per fronteggiare eventi imprevisti che coinvolgono la sicurezza di cittadini.
Il ruolo dello Stato centrale va quindi ripensato in questa ottica (pur senza scivolare in stati di eccezione indebiti), e allo stesso tempo vanno riviste le prospettate autonomie differenziate richieste dalle ragioni del nord soprattutto in campo sanitario. Il laissez-faire inoculato anche nel terreno della salute dei cittadini ha drammaticamente indebolito il sistema sanitario nazionale, spesso a profitto delle strutture private. È quasi superfluo ripetere quanto gli ospedali siano stati sguarniti di medici e infermieri - anche grazie a quota 100, di cui oggi bisogna pur chiedere conto.
Questa tempesta potrebbe finalmente temperare gli eccessi del neoliberismo applicato dovunque, persino nella sanità, e rafforzare il baricentro naturale della vita collettiva, lo stato nazionale. E, a cascata, rinverdire senza timori l'iniziativa pubblica anche in economia, perché l'esperienza del passato non era un errore, bensì il frutto di sciagurate gestioni clientelari e corporative (come dimenticare lo "scopo sub-istituzionale degli enti di stato" di finanziare i partiti, teorizzato all'epoca - 1974 - da Ciriaco De Mita).
Oggi, dopo tanti anni, siamo di nuovo confrontati da una sfida che richiede compattezza e nervi saldi. Almeno a livello governativo, non è mancata unità d'intenti: dopo tante sciocchezze da parte dei no-vax pentastellati questi ultimi hanno osservato un dignitoso silenzio (e giustamente l'ex-ministro della Salute, Giulia Grillo ha rinfacciato ai suoi colleghi di averla isolata, quando era al governo, per il suo corretto comportamento sui vaccini). L'opposizione invece nei primi momenti non è stata affatto cooperativa. Le sparate salvinane sull'inazione del governo e sull'invocazione di sigilli alle frontiere e di ghetti per i cinesi hanno dato la misura dello scarso senso dello Stato dell'ex ministro dell'Interno. Proprio cedendo a quella pressione il governo ha compiuto un gesto inutile e alla fine dannoso come la sospensione dei voli diretti con la Cina.
Al di là di questi dissidi, la questione fondamentale riguarda ora il rapporto tra l'unitarietà di indirizzo e l'affidabilità delle istituzioni statuali e le competenze delle amministrazioni locali cosi come sono state tracciate dall'infausto titolo V della Costituzione, approvato vent'anni fa.
Quel patchwork di poteri ha intasato la Corte costituzionale con una infinità di ricorsi da parte sia delle amministrazioni locali che di quella centrale per definire i rispettivi territori esclusivi. Questo ginepraio è all'origine delle tensioni tra governo e Regioni, certo favorite dalla dissonanza politica con quelle a trazione leghista ma poi emerse anche in territori governati dal centro-sinistra come le Marche.
La distinzione tra indirizzo nazionale e gestione locale in tema di salute non regge di fronte a una calamità come questa - o per meglio dire alla gestione un po' calamitosa che se ne sta facendo, come ricordava l'editoriale di Carlo Verdelli. Basti ricordare come nel 1970 l'epidemia d'influenza, oltre ad aver messo a letto più di 13 milioni di italiani ne aveva falciati 5000...tanto per rendere le proporzioni. Anche se l'epidemia fosse meno drammatica e letale di come viene dipinta, rimarrebbe il problema di una gestione coordinata e univoca per fronteggiare eventi imprevisti che coinvolgono la sicurezza di cittadini.
Il ruolo dello Stato centrale va quindi ripensato in questa ottica (pur senza scivolare in stati di eccezione indebiti), e allo stesso tempo vanno riviste le prospettate autonomie differenziate richieste dalle ragioni del nord soprattutto in campo sanitario. Il laissez-faire inoculato anche nel terreno della salute dei cittadini ha drammaticamente indebolito il sistema sanitario nazionale, spesso a profitto delle strutture private. È quasi superfluo ripetere quanto gli ospedali siano stati sguarniti di medici e infermieri - anche grazie a quota 100, di cui oggi bisogna pur chiedere conto.
Questa tempesta potrebbe finalmente temperare gli eccessi del neoliberismo applicato dovunque, persino nella sanità, e rafforzare il baricentro naturale della vita collettiva, lo stato nazionale. E, a cascata, rinverdire senza timori l'iniziativa pubblica anche in economia, perché l'esperienza del passato non era un errore, bensì il frutto di sciagurate gestioni clientelari e corporative (come dimenticare lo "scopo sub-istituzionale degli enti di stato" di finanziare i partiti, teorizzato all'epoca - 1974 - da Ciriaco De Mita).