Qualcuno parli a questo Paese, aveva chiesto Carlo Verdelli tre giorni fa, lanciando un appello alle massime cariche repubblicane, il capo dello Stato e il capo del governo. Guardate in faccia i milioni di italiani spaventati, dite loro la verità, spiegategli che non c'è un colpevole da odiare ma un'emergenza comune da affrontare. Meglio di così non si poteva dire. E l'appello è stato raccolto. Prima il presidente del Consiglio, con una diretta Facebook, poi il presidente della Repubblica, con un messaggio a tg unificati, hanno parlato al Paese. E hanno detto non solo quello che era giusto dire, ma anche quello che era necessario sapere.
Con le scuole chiuse in tutta Italia, i limiti alle relazioni interpersonali, il rinvio di manifestazioni, convegni, congressi e persino del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, non possiamo più nasconderci la realtà. Mattarella sa farsi capire dai suoi concittadini. La sua "…
Con le scuole chiuse in tutta Italia, i limiti alle relazioni interpersonali, il rinvio di manifestazioni, convegni, congressi e persino del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, non possiamo più nasconderci la realtà. Mattarella sa farsi capire dai suoi concittadini. La sua "…
Qualcuno parli a questo Paese, aveva chiesto Carlo Verdelli tre giorni fa, lanciando un appello alle massime cariche repubblicane, il capo dello Stato e il capo del governo. Guardate in faccia i milioni di italiani spaventati, dite loro la verità, spiegategli che non c'è un colpevole da odiare ma un'emergenza comune da affrontare. Meglio di così non si poteva dire. E l'appello è stato raccolto. Prima il presidente del Consiglio, con una diretta Facebook, poi il presidente della Repubblica, con un messaggio a tg unificati, hanno parlato al Paese. E hanno detto non solo quello che era giusto dire, ma anche quello che era necessario sapere.
Con le scuole chiuse in tutta Italia, i limiti alle relazioni interpersonali, il rinvio di manifestazioni, convegni, congressi e persino del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, non possiamo più nasconderci la realtà. Mattarella sa farsi capire dai suoi concittadini. La sua "predica utile" è chiara.
La situazione è molto seria. L'insidia del Covid 19 ci preoccupa, e non potrebbe essere altrimenti. Ma dobbiamo fidarci dell'Italia e affidarci alle sue istituzioni. Perché questo sia possibile, è urgente riportare un sano equilibrio nel disordine politico e mediatico di questi giorni, riassestando le corrette gerarchie costituzionali e sociali.
Mattarella parla innanzitutto alla nazione, che deve mantenere la calma e la fiducia senza cedere all'ansia e all'allarmismo: siamo sinceri, la caccia al cinese è intollerabile, ora che i cinesi d'Europa siamo noi, e la ressa nei supermarket è incomprensibile, visto che non ci sono attese carestie bibliche. Parla al governo, che deve assumere le decisioni necessarie ma deve saperlo fare "in maniera univoca": siamo seri, le comparsate televisive di ministri e viceministri incompetenti confondono, e le intemerate di sottosegretari e parlamentari in libera uscita stufano. Parla alle Regioni, che devono collaborare ma soprattutto evitare iniziative autonome: siamo onesti, le mascherine di Fontana e i topi vivi di Zaia sconcertano l'opinione pubblica, e dimostrano purtroppo che col Titolo Quinto il caos ha vinto. Parla alla comunità scientifica, che deve orientare le scelte politiche in modo chiaro e trasparente: siamo realisti, il derby tra i fedelissimi della "curva Burioni" e gli ultrà della "curva Gismondo" fa danni incalcolabili. Parla alle opposizioni, che devono deporre almeno adesso le armi della propaganda, manifestando senso di responsabilità e leale collaborazione con le istituzioni: siamo obiettivi, in un momento delicato come questo Salvini che vaneggia di governissimi e Meloni che dà del criminale a Conte sono una semplice vergogna.
Ne usciremo, com'è già capitato altre volte nelle tante notti della Repubblica che abbiamo attraversato. Pur sapendo che dobbiamo fare il massimo sforzo per tenere insieme un Sistema-Paese fragile e sfibrato. E pur sapendo che ci muoviamo tutti in una terra incognita, il virus è nuovo e sconosciuto e un antidoto ancora non c'è. Questo comporterà sacrifici dolorosi, in termini di vite umane e di risorse economiche. È un'emergenza che non possiamo e non dobbiamo affrontare da soli. A dispetto degli spot disgustosi di qualche sciovinista accecato dalla grandeur perduta, il contagio non ha confini.
La sfida è prima di tutto sanitaria, e poi anche finanziaria. Sull'uno e sull'altro versante, l'Europa deve dimostrare una volta di più che il suo destino non può ridursi alla moneta unica. E stavolta fa bene l'Italia a forzare le regole, chiedendo più flessibilità per spendere in deficit almeno 7 miliardi come fa Gualtieri.
Se non è "circostanza eccezionale" un'epidemia, non si vede cos'altro serva a Bruxelles per allentare i cordoni della borsa. Ma dobbiamo sapere anche che questo sforzo probabilmente non basterà a rimettere in piedi un'economia di guerra.
Ora che non c'è più Draghi alla Bce, già all'Ecofin della prossima settimana sarà necessario immaginare un whatever it takes europeo, che non contempli ossequi di fronte a nessun totem, dal Patto di Stabilità al Fiscal Compact.
Il virus è tra noi. Per fortuna non così letale, e tuttavia "diversamente micidiale". È infezione della psiche, prima ancora del corpo. Cambia le nostre vite e le nostre abitudini. Colpisce la nostra quotidianità e la nostra libertà. Ha a che fare, ancora una volta, con la paura. Cioè la dominante di questa tormentata epifania di Terzo Millennio. Xi Jinping, dopo l'esplosione del coronavirus a Wuhan, ha detto "l'epidemia è un diavolo, e non possiamo permettere che il diavolo si nasconda". Siamo all'evocazione del Male, e il male spaventa. Era già successo dopo l'attacco jihadista alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001, che travolse le nostre certezze esistenziali e occidentali: "Nulla sarà più come prima", si disse allora. "Nulla sarà più come prima", si ripete oggi.
In fondo la Jihad e il virus sono due frutti avvelenati della stessa semina: la globalizzazione, che di certo ha migliorato e avvicinato il mondo, ma insieme all'emancipazione dei popoli ha portato anche all'esplosione delle disuguaglianze, insieme alla contaminazione tra le culture ha portato anche al contagio tra gli umani. Ma non sarà la miserabile autarchia propugnata dall'Internazionale Sovranista a curare i nostri mali. Non sarà la velleitaria tentazione di "de-globalizzare" il Pianeta a salvarci dai guai. E non sarà il modello sino-russo della dittatura soft a estirpare i nostri virus morali e materiali. Servirà, ancora una volta, la paziente ma necessaria "fatica" della democrazia. Sembra niente, invece è tutto.
Con le scuole chiuse in tutta Italia, i limiti alle relazioni interpersonali, il rinvio di manifestazioni, convegni, congressi e persino del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, non possiamo più nasconderci la realtà. Mattarella sa farsi capire dai suoi concittadini. La sua "predica utile" è chiara.
La situazione è molto seria. L'insidia del Covid 19 ci preoccupa, e non potrebbe essere altrimenti. Ma dobbiamo fidarci dell'Italia e affidarci alle sue istituzioni. Perché questo sia possibile, è urgente riportare un sano equilibrio nel disordine politico e mediatico di questi giorni, riassestando le corrette gerarchie costituzionali e sociali.
Mattarella parla innanzitutto alla nazione, che deve mantenere la calma e la fiducia senza cedere all'ansia e all'allarmismo: siamo sinceri, la caccia al cinese è intollerabile, ora che i cinesi d'Europa siamo noi, e la ressa nei supermarket è incomprensibile, visto che non ci sono attese carestie bibliche. Parla al governo, che deve assumere le decisioni necessarie ma deve saperlo fare "in maniera univoca": siamo seri, le comparsate televisive di ministri e viceministri incompetenti confondono, e le intemerate di sottosegretari e parlamentari in libera uscita stufano. Parla alle Regioni, che devono collaborare ma soprattutto evitare iniziative autonome: siamo onesti, le mascherine di Fontana e i topi vivi di Zaia sconcertano l'opinione pubblica, e dimostrano purtroppo che col Titolo Quinto il caos ha vinto. Parla alla comunità scientifica, che deve orientare le scelte politiche in modo chiaro e trasparente: siamo realisti, il derby tra i fedelissimi della "curva Burioni" e gli ultrà della "curva Gismondo" fa danni incalcolabili. Parla alle opposizioni, che devono deporre almeno adesso le armi della propaganda, manifestando senso di responsabilità e leale collaborazione con le istituzioni: siamo obiettivi, in un momento delicato come questo Salvini che vaneggia di governissimi e Meloni che dà del criminale a Conte sono una semplice vergogna.
Ne usciremo, com'è già capitato altre volte nelle tante notti della Repubblica che abbiamo attraversato. Pur sapendo che dobbiamo fare il massimo sforzo per tenere insieme un Sistema-Paese fragile e sfibrato. E pur sapendo che ci muoviamo tutti in una terra incognita, il virus è nuovo e sconosciuto e un antidoto ancora non c'è. Questo comporterà sacrifici dolorosi, in termini di vite umane e di risorse economiche. È un'emergenza che non possiamo e non dobbiamo affrontare da soli. A dispetto degli spot disgustosi di qualche sciovinista accecato dalla grandeur perduta, il contagio non ha confini.
La sfida è prima di tutto sanitaria, e poi anche finanziaria. Sull'uno e sull'altro versante, l'Europa deve dimostrare una volta di più che il suo destino non può ridursi alla moneta unica. E stavolta fa bene l'Italia a forzare le regole, chiedendo più flessibilità per spendere in deficit almeno 7 miliardi come fa Gualtieri.
Se non è "circostanza eccezionale" un'epidemia, non si vede cos'altro serva a Bruxelles per allentare i cordoni della borsa. Ma dobbiamo sapere anche che questo sforzo probabilmente non basterà a rimettere in piedi un'economia di guerra.
Ora che non c'è più Draghi alla Bce, già all'Ecofin della prossima settimana sarà necessario immaginare un whatever it takes europeo, che non contempli ossequi di fronte a nessun totem, dal Patto di Stabilità al Fiscal Compact.
Il virus è tra noi. Per fortuna non così letale, e tuttavia "diversamente micidiale". È infezione della psiche, prima ancora del corpo. Cambia le nostre vite e le nostre abitudini. Colpisce la nostra quotidianità e la nostra libertà. Ha a che fare, ancora una volta, con la paura. Cioè la dominante di questa tormentata epifania di Terzo Millennio. Xi Jinping, dopo l'esplosione del coronavirus a Wuhan, ha detto "l'epidemia è un diavolo, e non possiamo permettere che il diavolo si nasconda". Siamo all'evocazione del Male, e il male spaventa. Era già successo dopo l'attacco jihadista alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001, che travolse le nostre certezze esistenziali e occidentali: "Nulla sarà più come prima", si disse allora. "Nulla sarà più come prima", si ripete oggi.
In fondo la Jihad e il virus sono due frutti avvelenati della stessa semina: la globalizzazione, che di certo ha migliorato e avvicinato il mondo, ma insieme all'emancipazione dei popoli ha portato anche all'esplosione delle disuguaglianze, insieme alla contaminazione tra le culture ha portato anche al contagio tra gli umani. Ma non sarà la miserabile autarchia propugnata dall'Internazionale Sovranista a curare i nostri mali. Non sarà la velleitaria tentazione di "de-globalizzare" il Pianeta a salvarci dai guai. E non sarà il modello sino-russo della dittatura soft a estirpare i nostri virus morali e materiali. Servirà, ancora una volta, la paziente ma necessaria "fatica" della democrazia. Sembra niente, invece è tutto.