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La cultura dell’ospedale

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Nei momenti difficili gli schematismi sono falsi amici. Anche perché producono tifoserie (scusate la parola batterica) che ci rendono superficiali e fanatici. Vedo un'Italia divisa tra fobici e controfobici, spaventati e temerari, ritirati e esposti.

Fin qui niente di nuovo, è proprio delle personalità esprimere differenze. Infatti ho un amico che mi chiede se secondo me è "prudente" accettare un invito a una cena di compleanno ("saremo pochi" si affretta a dirmi) e una parente indignata perché le "impediscono" di andare a teatro. In famiglia si animano discussioni tra genitori iperprotettivi e figli avventurosi, ma anche tra figli protettivi e genitori incoscienti. C'è un tipo di controfobici che mi suscita disappunto, forse perché so che avrebbero gli strumenti per ragionare meglio.

Sono quelli a cui non piace che l'emergenza produca restrizioni e transitorie regole nuove di convivenza. Si r…
Nei momenti difficili gli schematismi sono falsi amici. Anche perché producono tifoserie (scusate la parola batterica) che ci rendono superficiali e fanatici. Vedo un'Italia divisa tra fobici e controfobici, spaventati e temerari, ritirati e esposti.

Fin qui niente di nuovo, è proprio delle personalità esprimere differenze. Infatti ho un amico che mi chiede se secondo me è "prudente" accettare un invito a una cena di compleanno ("saremo pochi" si affretta a dirmi) e una parente indignata perché le "impediscono" di andare a teatro. In famiglia si animano discussioni tra genitori iperprotettivi e figli avventurosi, ma anche tra figli protettivi e genitori incoscienti. C'è un tipo di controfobici che mi suscita disappunto, forse perché so che avrebbero gli strumenti per ragionare meglio.

Sono quelli a cui non piace che l'emergenza produca restrizioni e transitorie regole nuove di convivenza. Si ribellano dicendo, giustamente, la loro: chi da Facebook invita alla "disobbedienza civile", chi denuncia lo stato d'eccezione con conseguenti leggi speciali, chi la prende sul personale e si offende se viene ricondotto alla fascia protetta degli over 65, chi si adombra perché non può andare alla Scala o a un convegno. Sono un assiduo frequentatore di concerti e convegni, ma proprio non riesco a pensare che la contagiosità di un virus si combatte a colpi di Aida. È sbagliato contrapporre le necessità vitali di cultura e impresa delle nostre città alle altrettanto vitali necessità di protezione e prevenzione. Non dividiamoci tra vitalisti energici e pallide cassandre. Soprattutto non contrapponiamo la cultura dell'agorà a quella dell'ospedale.

Come medico e come psichiatra ho sempre cercato di integrare la formazione scientifica e quella umanistica, anzi trovo riduttiva e superata questa distinzione. Diffido dei medici che antepongono la "malattia" al "malato". Ma questo è il momento di ascoltare (lo dobbiamo fare noi cittadini, lo devono fare i politici e gli amministratori) le ragioni della biologia, della medicina e della statistica. Quello che gli esperti ci stanno dicendo non è: "Che sarà mai, è solo un'influenza!". I medici e i ricercatori non sono una casta, hanno i loro toni e il loro carattere ma, salvo qualche scaramuccia, mi sembra stiano dicendo tutti la stessa cosa: "Non è un'influenza come un'altra, siate prudenti, fate delle rinunce". Questo non significa seminare il panico, ma ricordare a tutti, non perché apprensivi, ma perché scienziati, che la stalla è meglio chiuderla prima che i buoi siano scappati.

Se vi sentite limitati nelle vostre libertà, psicologiche e culturali, pensate che questa è anche un'occasione, psicologica e culturale, per riscoprire la solidarietà e la tutela nei confronti delle persone più vulnerabili. Le forme di convivenza da apprendere sono sempre molte: nascono dallo spavento dell'io, crescono nella cura del tu, mettono radici grazie alla responsabilità del noi.

L'autore è psichiatra e professore ordinario di Psicologia dinamica all'università Sapienza di Roma