America Latina, donne contro il machismo
Alberto Manguel , di Alberto ManguelLe nuove femministe si ribellano alla cultura secolare dell’abuso. Uno scrittore spiega chi sono. A partire dal Messico e dai conquistadores
Verso la fine del XVII secolo, rinchiusa in un convento di Città del Messico, una suora ispirata scrisse una poesia in cui accusava gli uomini di provocare le donne a commettere i peccati di cui poi le incolpavano. O cuál es más de culpar,/ aunque cualquiera mal haga, chiedeva con sapienza retorica, ¿la que peca por la paga/ o el que paga por pecar? (O chi più si ha da incolpare/ pur se entrambi l’han sbagliata:/ chi pecca perché pagata/ o chi paga per peccare?). Suor Juana Inés de la Cruz identificava con precisione il rapporto paradossale degli uomini con le donne come un rapporto di potere. La sua poesia concludeva così: Bien con muchas armas fundo/ que lidia vuestra arrogancia,/ pues en promesa e instancia/ juntáis diablo, carne y mundo (Io molti argomenti fondo/ contro le vostre arroganze:/ ché unite, in promesse e istanze/ l’inferno, la carne e il mondo). In una società patriarcale, chiunque…
Verso la fine del XVII secolo, rinchiusa in un convento di Città del Messico, una suora ispirata scrisse una poesia in cui accusava gli uomini di provocare le donne a commettere i peccati di cui poi le incolpavano. O cuál es más de culpar,/ aunque cualquiera mal haga, chiedeva con sapienza retorica, ¿la que peca por la paga/ o el que paga por pecar? (O chi più si ha da incolpare/ pur se entrambi l’han sbagliata:/ chi pecca perché pagata/ o chi paga per peccare?). Suor Juana Inés de la Cruz identificava con precisione il rapporto paradossale degli uomini con le donne come un rapporto di potere. La sua poesia concludeva così: Bien con muchas armas fundo/ que lidia vuestra arrogancia,/ pues en promesa e instancia/ juntáis diablo, carne y mundo (Io molti argomenti fondo/ contro le vostre arroganze:/ ché unite, in promesse e istanze/ l’inferno, la carne e il mondo). In una società patriarcale, chiunque non abbia un pene è considerato naturalmente inferiore (sono queste le radici di una società a cui ora reagiscono le donne dell’America Latina: dal Messico all’Argentina un’ondata di proteste e manifestazioni in difesa dei loro diritti, ndr).
Octavio Paz, nella sua famosa dissezione della società messicana, Il labirinto della solitudine, sostiene che questo paradigma trova riscontro nello spagnolo che si parla in Messico e che il verbo chingar, che significa spezzare, distruggere, ha connotati sessuali, ma non è sinonimo dell’atto sessuale. «Si può chingar una donna senza effettivamente possederla», osserva Paz. «E quando allude all’atto sessuale, il verbo ha una sfumatura specifica di stupro, di raggiro. L’uomo che lo commette non lo fa mai con il consenso della donna che viene chingada. Chingar, quindi, è far violenza sull’altro. È un verbo maschile, attivo, crudele: offende, ferisce, sfregia, disonora. E provoca una soddisfazione amara, rancorosa». Paz prende questa connotazione per denotare le prime prese di coscienza dell’identità messicana. «La chingada è una rappresentazione della Madre violata», scrive, «ed è logico associarla alla Conquista, che fu a sua volta uno stupro, non solo nel senso storico, ma anche nella carne stessa delle donne indie». Il simbolo di questo stupro, secondo Paz, è Doña Malinche, l’amante di Cortés, che gli faceva da traduttrice nei suoi incontri con gli indigeni, esempio massimo del traduttore traditore.
Le nostre società sembrano conformarsi a una serie di pregiudizi radicati che hanno preso forma nei secoli per proteggere e favorire le ambizioni di certi gruppi di potere: il razzismo giustificava lo schiavismo, la misoginia la degradazione delle donne. La misoginia nelle sue varie incarnazioni definiva il rapporto dei conquistadores europei con il territorio e i suoi abitanti. Il Cinquecento e il Seicento ritenevano che le donne fossero un bene mobile, come gli schiavi e il bestiame. Don Giovanni, nella sua prima incarnazione messicana, la commedia omonima di Tirso de Molina, vuole semplicemente conquistare l’intera gamma dello status sociale femminile: la sua lista include l’aristocratica Isabella, la lavandaia Tisbea, la nobile Donna Ana, la campagnola Aminta. Il catalogo recitato dal servitore del protagonista, Leporello, nel Don Giovanni di Mozart e Da Ponte, è ancora più lungo. Le donne sono cose da collezionare e chingar, e poi gettare via.
La storia della misoginia va di pari passo con la storia delle caricature della misoginia, dal macho baffuto e prepotente alla prostituta di buon cuore che lui ama e poi abbandona. Col tempo, ogni abominio e ogni infamia diventa un cliché o un luogo comune letterario, e la definizione misogina dei sessi divenne ben presto parte della cultura popolare messicana, dai corridos dei mariachi alle convenzioni delle soap opera. Ma la diluizione di questi atteggiamenti in canzoni e serie televisive non influenza né impedisce che vengano messi in atto nella vita di tutti i giorni. Le statistiche sono terrificanti: le autorità dicono che nel 2019 sono state assassinate in Messico 3.800 donne. Si deve intervenire.
Il femminismo rivendica un suo ruolo fin da quando Lisistrata lanciò il primo movimento di protesta femminile, ma da allora non ci sono stati enormi cambiamenti nell’equilibrio di potere tra i due generi. Il ratto di Filomela e Lucrezia è entrato nella coscienza acculturata dell’Occidente, ma nonostante la consapevolezza che esiste oggi l’80 per cento delle ragazze e delle donne che cercano di entrare negli Stati Uniti vengono sistematicamente stuprate, con buona pace del potere femminista americano. L’aiuto non verrà dal Nord, dove i bambini vengono strappati dalle braccia dei genitori che sfidano le interdizioni burocratiche per cercare di salvarli dalla violenza sociale e vengono gettati dalle autorità americane in campi di concentramento. Il Messico deve cambiare prospettive e vocabolario se vuole cambiare lo schema mentale della società. Allora, forse, si potrà sperare che fra i suoi cittadini attecchisca un qualche tipo di uguaglianza, contro quell’arroganza patriarcale che denunciava suor Juana.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Octavio Paz, nella sua famosa dissezione della società messicana, Il labirinto della solitudine, sostiene che questo paradigma trova riscontro nello spagnolo che si parla in Messico e che il verbo chingar, che significa spezzare, distruggere, ha connotati sessuali, ma non è sinonimo dell’atto sessuale. «Si può chingar una donna senza effettivamente possederla», osserva Paz. «E quando allude all’atto sessuale, il verbo ha una sfumatura specifica di stupro, di raggiro. L’uomo che lo commette non lo fa mai con il consenso della donna che viene chingada. Chingar, quindi, è far violenza sull’altro. È un verbo maschile, attivo, crudele: offende, ferisce, sfregia, disonora. E provoca una soddisfazione amara, rancorosa». Paz prende questa connotazione per denotare le prime prese di coscienza dell’identità messicana. «La chingada è una rappresentazione della Madre violata», scrive, «ed è logico associarla alla Conquista, che fu a sua volta uno stupro, non solo nel senso storico, ma anche nella carne stessa delle donne indie». Il simbolo di questo stupro, secondo Paz, è Doña Malinche, l’amante di Cortés, che gli faceva da traduttrice nei suoi incontri con gli indigeni, esempio massimo del traduttore traditore.
Le nostre società sembrano conformarsi a una serie di pregiudizi radicati che hanno preso forma nei secoli per proteggere e favorire le ambizioni di certi gruppi di potere: il razzismo giustificava lo schiavismo, la misoginia la degradazione delle donne. La misoginia nelle sue varie incarnazioni definiva il rapporto dei conquistadores europei con il territorio e i suoi abitanti. Il Cinquecento e il Seicento ritenevano che le donne fossero un bene mobile, come gli schiavi e il bestiame. Don Giovanni, nella sua prima incarnazione messicana, la commedia omonima di Tirso de Molina, vuole semplicemente conquistare l’intera gamma dello status sociale femminile: la sua lista include l’aristocratica Isabella, la lavandaia Tisbea, la nobile Donna Ana, la campagnola Aminta. Il catalogo recitato dal servitore del protagonista, Leporello, nel Don Giovanni di Mozart e Da Ponte, è ancora più lungo. Le donne sono cose da collezionare e chingar, e poi gettare via.
La storia della misoginia va di pari passo con la storia delle caricature della misoginia, dal macho baffuto e prepotente alla prostituta di buon cuore che lui ama e poi abbandona. Col tempo, ogni abominio e ogni infamia diventa un cliché o un luogo comune letterario, e la definizione misogina dei sessi divenne ben presto parte della cultura popolare messicana, dai corridos dei mariachi alle convenzioni delle soap opera. Ma la diluizione di questi atteggiamenti in canzoni e serie televisive non influenza né impedisce che vengano messi in atto nella vita di tutti i giorni. Le statistiche sono terrificanti: le autorità dicono che nel 2019 sono state assassinate in Messico 3.800 donne. Si deve intervenire.
Il femminismo rivendica un suo ruolo fin da quando Lisistrata lanciò il primo movimento di protesta femminile, ma da allora non ci sono stati enormi cambiamenti nell’equilibrio di potere tra i due generi. Il ratto di Filomela e Lucrezia è entrato nella coscienza acculturata dell’Occidente, ma nonostante la consapevolezza che esiste oggi l’80 per cento delle ragazze e delle donne che cercano di entrare negli Stati Uniti vengono sistematicamente stuprate, con buona pace del potere femminista americano. L’aiuto non verrà dal Nord, dove i bambini vengono strappati dalle braccia dei genitori che sfidano le interdizioni burocratiche per cercare di salvarli dalla violenza sociale e vengono gettati dalle autorità americane in campi di concentramento. Il Messico deve cambiare prospettive e vocabolario se vuole cambiare lo schema mentale della società. Allora, forse, si potrà sperare che fra i suoi cittadini attecchisca un qualche tipo di uguaglianza, contro quell’arroganza patriarcale che denunciava suor Juana.
(Traduzione di Fabio Galimberti)