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Il nostro dopoguerra

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La proposta: proviamo a rispettare le norme, ancorché confuse e contraddittorie, emanate dal governo. 'Sta roba, che tutti avevamo preso sottogamba, è una guerra
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Parafrasando Croce, non possiamo non dirci italiani. E, per rifarci a Gaber, per fortuna o purtroppo lo siamo. Ma rispetto alle regole, abbiamo storicamente preferito Masini quando cantava Vaffanculo. Prova ne siano la movida di Milano, sabato sera, le Alpi affollate ancora ieri di chi voleva fare slalom gigante tra i divieti, il virus trasmesso a ondate in Liguria e Toscana dai lombardi che per evitarsi la quarantena hanno raggiunto le seconde case e preferito causare quella altrui, in una sorta di coscienza di classe al contrario per cui ammalarsi è roba da poveracci, da proletari che affollano l'Esselunga sotto casa facendo scorta di carta igienica.
Ma magari fosse tutto qui.

Sempre ieri un ex giornalista radiato per aver fatto comunella coi servizi segreti, l'Agente Betulla, rendeva pubblico onore ai "comandanti" Zaia (quello dei cinesi che mangiano topi vivi) e Fontana, il presidente della Lombardia, l'untore mediatico che, a detta della Cnn, ha fatt…
Parafrasando Croce, non possiamo non dirci italiani. E, per rifarci a Gaber, per fortuna o purtroppo lo siamo. Ma rispetto alle regole, abbiamo storicamente preferito Masini quando cantava Vaffanculo. Prova ne siano la movida di Milano, sabato sera, le Alpi affollate ancora ieri di chi voleva fare slalom gigante tra i divieti, il virus trasmesso a ondate in Liguria e Toscana dai lombardi che per evitarsi la quarantena hanno raggiunto le seconde case e preferito causare quella altrui, in una sorta di coscienza di classe al contrario per cui ammalarsi è roba da poveracci, da proletari che affollano l'Esselunga sotto casa facendo scorta di carta igienica.
Ma magari fosse tutto qui.

Sempre ieri un ex giornalista radiato per aver fatto comunella coi servizi segreti, l'Agente Betulla, rendeva pubblico onore ai "comandanti" Zaia (quello dei cinesi che mangiano topi vivi) e Fontana, il presidente della Lombardia, l'untore mediatico che, a detta della Cnn, ha fatto circolare nella tarda serata di due giorni fa la bozza sui confini della zona rossa. A differenza di Zaia, pare volesse premere sul governo per inasprire il provvedimento. Si è ritrovato le stazioni assaltate. Come accade in questi casi, specie in un Paese che abbisogna di colpevoli e stavolta non ne aveva uno tra le mani, la responsabilità è stata attribuita ai giornalisti. Che avevano dato una notizia, come da statuto. Il guaio sta invece nel combinato disposto tra un tizio che non sa né parlare, né quando farlo, né tacere, né indossare una mascherina per il verso giusto, e la gestione da reality show della comunicazione di Palazzo Chigi, più le centinaia di persone che si sono imbarcate sui vagoni della speranza perché timorosi di rimanere bloccati. Non in una favela di Rio, ma a Milano. Gli stessi che, richiesti di identificarsi dalle Forze dell'Ordine, le hanno aggredite. Senza alcuna conseguenza: mica stavano contestando Salvini.

Il grottesco è che l'hanno accontentato, Zaia: gli hanno schiarito il rosso. È diventato arancione. E allora vai di "comprovate esigenze" che per il nostro comprovato ombelico rischiano di essere tutte tali. Dalla riunione indifferibile alle pastarelle così buone "che le fanno solo lì", passando per lo sticazzi più gratuito e spensierato, come quella coppia di Codogno che è andata bellamente a sciare e poi - Dio forse davvero c'è - almeno lui si è rotto il femore.

Immemore di sé stesso, come quelli che lamentano i pochi posti letto, laddove sono molti più che altrove, e guai se ricordi loro che la sanità mica è gratis: è pubblica. E per essere pubblica ha bisogno di tasse. E che ogni anno spariscono nel nulla un centinaio di miliardi di nero. Con i quali potremmo comprarci Cape Canaveral e metterlo al posto del Fatebenefratelli. "Che c'entra?", ti rispondono. E subito capisci che sei il loro gentile fornitore dei servizi che addirittura contestano.

A fronte di tutto ciò, mi sento di fare una proposta dichiaratamente provocatoria, eccessiva e, mi rendo conto, del tutto impopolare: proviamo a rispettare le norme, ancorché confuse e contraddittorie, emanate dal governo. 'Sta roba, che tutti avevamo preso sottogamba, è una guerra. In guerra si crea un'economia di sussistenza, sperando che lo Stato regga, e si vive nell'eccezionalità. Per dire: si sospendono addirittura i campionati di calcio.

Ognuno ha enormi e legittimi motivi per lamentare l'impatto che questa contingenza ha e avrà sulle nostre vite, sul nostro portafogli, sul nostro futuro. Ce la ricorderemo. Se la ricorderanno i nostri figli, che giustamente, dopo l'euforia postscolastica dei primi giorni, già non ci sopportano più. O semplicemente si accorgono che stanno rubando loro un pezzetto del diritto al tempo migliore. È una ferita. Ne usciremo cambiati. E allora forse vale la pena di sentirci, anche, già nel dopoguerra. Come accadde il 26 aprile del '46 quando i prodi festeggiarono insieme a chi aveva avuto meno coraggio, e addirittura a chi era stato complice del regime. Stavolta non c'è nemmeno da andare in montagna, specie se poi ci si mette a sciare. Basta lavarsi le mani, proteggere nonna, aspettare, lavorare. Proprio come allora. Quando, per un breve e miracoloso interstizio della Storia, fummo tutti italiani.