✕
Walter Veltroni (ansa)

Fermiamo la costruzione dell’odiocrazia

Ascolta l'audio

I tweet degli haters di professione, le fake news diffuse ad arte, la ragione che cede agli istinti. Il saggio di Walter Veltroni sulla inaccettabile sconfitta della politica
3 minuti di lettura
Napalm 51 è come il denaro: non dorme mai. Chiuso nel suo bunker mentale e digitale, scruta rabbioso il mondo che gli è ostile. Cerca nel reale indizi che alimentino la sua paranoia e nutrano il suo rancore. Giorno e notte riversa i suoi miasmi sulla tastiera e poi li scarica nella blogosfera, dove i veleni proliferano come i virus. Napalm 51 infatti non si ferma neanche di fronte al Covid 19.

Il tipo umano scolpito con precisione chirurgica dalla satira di Maurizio Crozza posta con gioia feroce notizie vere (due ragazzi asiatici malmenati per le vie di Milano) e fake news (una sassaiola contro un gruppo di studenti cinesi in un'università del Lazio). Poco importa. Quello che conta è che, nell'incrocio perverso tra i fatti e i misfatti della società e i detti e i contraddetti della politica, il dibattito pubblico risulti viziato nei sentimenti ed esacerbato dai risentimenti.

Benvenuti nell'era dell'odiocrazia, stadio terminale della…
Napalm 51 è come il denaro: non dorme mai. Chiuso nel suo bunker mentale e digitale, scruta rabbioso il mondo che gli è ostile. Cerca nel reale indizi che alimentino la sua paranoia e nutrano il suo rancore. Giorno e notte riversa i suoi miasmi sulla tastiera e poi li scarica nella blogosfera, dove i veleni proliferano come i virus. Napalm 51 infatti non si ferma neanche di fronte al Covid 19.

Il tipo umano scolpito con precisione chirurgica dalla satira di Maurizio Crozza posta con gioia feroce notizie vere (due ragazzi asiatici malmenati per le vie di Milano) e fake news (una sassaiola contro un gruppo di studenti cinesi in un'università del Lazio). Poco importa. Quello che conta è che, nell'incrocio perverso tra i fatti e i misfatti della società e i detti e i contraddetti della politica, il dibattito pubblico risulti viziato nei sentimenti ed esacerbato dai risentimenti.

Benvenuti nell'era dell'odiocrazia, stadio terminale della democrazia. Un "luogo" fisico, psichico e politico che nella Storia è sempre esistito, ma che oggi si dilata e sembra pervadere ogni spazio della nostra vita. Come scrive Stefano Massini, l'inventore geniale della Trilogia dei Lehman, "l'odio è la vera password del nostro vivere connessi", e la Rete è ormai "una tavola calda per antropofagi, dove le carni altrui vengono allegramente squartate e servite in spezzatino".

E in quel "luogo" culturalmente chiuso e socialmente mefitico, adesso, si cala Walter Veltroni con un pamphlet che ne indaga la genesi, ne illumina gli anfratti, ne indica gli sbocchi (Odiare l'odio Rizzoli, nelle librerie da domani). Il punto di partenza è indiscutibile: l'odio è la malattia sociale del nostro tempo. Si insinua nei pertugi delle nostre incertezze, delle nostre inquietudini, dei nostri disagi, delle nostre coscienze. Si infila nelle ferite della nostra epoca e progressivamente ci domina.

Intendiamoci: l'odio non è un fatto nuovo, è sempre esistito nella vicenda umana. Veltroni attinge ai ricordi di famiglia, il nonno arrestato dai nazisti e segregato in via Tasso solo perché aveva ricoverato in casa alcuni ebrei, per raccontare i serbatoi del rancore nei quali è affondato il Novecento.

L'odio antisemita durante il fascismo, l'odio razziale ed etnico proseguito anche nel dopoguerra, e poi l'odio politico degli anni '70, il terrorismo e gli anni di piombo, i giorni in cui c'erano giovani che rischiarono la vita solo perché si vestivano in un certo modo, ce n'erano altri che gridarono nei cortei "morte ai rossi" o "uccidere un fascista non è un reato", e ce n'erano altri ancora che impugnarono la P38, sparando nel mucchio e spargendo il sangue innocente di poliziotti, magistrati, giornalisti, operai, politici, insegnanti, imprenditori.

Ma oggi è diverso. C'è un incubatore e un acceleratore dell'odio. Si chiama paura. Le poche, vecchie certezze dell'uomo contemporaneo sono cadute sotto i colpi di due crisi, che Veltroni incardina intorno a due date. L'11 settembre 2001: l'attacco alle Torri Gemelle, seguito poi dagli attentati jihadisti a Parigi, a Londra, a Nizza, a Monaco, a Bruxelles, colpisce al cuore l'Occidente e ne stravolge la vita. Il 9 agosto 2007: il crack dei mutui subprime, seguito poi dalla più grave Grande recessione dal 1929, colpisce al cuore il capitalismo e ne sconvolge l'equilibrio.

Finisce l'illusione delle "magnifiche sorti e progressive", comincia l'età dell'incertezza. La decrescita infelice genera milioni di forgotten men, espulsi dal ciclo della produzione ed esclusi dal circuito della rappresentanza. Il ceto medio è devastato dall'esplosione delle disuguaglianze, i giovani patiscono il precariato e subiscono la confisca del futuro. La demografia mette a repentaglio la democrazia: la popolazione invecchia, non si fanno più figli, il welfare sul quale si è costruito il patto sociale del secolo scorso non tiene più.

Da questo grumo di paure l'odio contemporaneo trae linfa vitale. E diventa una "bolla" gonfiata ad arte dagli "speculatori" più spregiudicati, che sfruttano il canale più propizio, cioè il web. L'elenco stilato da Veltroni è lungo, tanto quanto gli episodi che funestano le nostre cronache. Dai tweet di Trump al citofono di Salvini, le parole perdono senso e diventano pietre, se non addirittura pallottole. La paura diventa odio per l'altro da sé.

Così nascono le stragi dei suprematisti bianchi contro moschee e sinagoghe e le devastazioni dei bar di una ragazza italiana di origine marocchina. Così "fioriscono" le minacce a Liliana Segre e agli ebrei e gli "sheetstorm" contro Laura Boldrini e le donne (da Vanessa Incontrada a Emma Marrone). Fino ad arrivare a nonna Luciana, un'anziana qualunque, che di fronte alla notizia della morte di un ragazzino ivoriano nascosto nel carrello di un aereo in volo da Dakar a Parigi posta su Facebook una frase definitiva, paradigma di un tempo di ferro: "Ha pensato di farsi rimborsare il biglietto?"

Di fronte a questa deriva, Veltroni si fa la domanda che assilla tutti noi: possibile che alcune centinaia di "professionisti dell'odio" possano diventare "il pensiero della nazione"? No, non è possibile. Ribellarsi è giusto. Di più: è doveroso. Al "drive in della paura", alla "società emotiva" e al "presentismo della comunicazione", alla fine della competenza e al ritorno della "cuoca di Lenin", alla disintermediazione sociale e alla delegittimazione dei partiti.

Così, nella visione di Veltroni, si torna all'origine di tutti questi mali, che è l'assenza di una politica "alta" che è missione e servizio, e che esisteva negli anni di De Gasperi e Nenni, di Moro e Berlinguer, e che non si vede oggi. È nei fatti: "Una politica anestetizzata, soporifera, trasformista, finisce per acuire l'odio individuale". Ed è paradossale che questo cupio dissolvi succeda mentre torna a riaffacciarsi il bipolarismo.

Una sinistra degna ripartirebbe da qui. Per declinare la sua idea di "protezione" dei deboli. Per contrastare la suggestione della "democrazia autoritaria" e la tentazione dell'Uomo Forte. Per recuperare, con l'umiltà dell'intelligenza e della tolleranza, la "sana indignazione" e "l'alterità civile" che servono per raccontare "un'altra storia". "A chi odia, a chi semina la paura, bisogna rispondere con un linguaggio opposto, quello della ragione e della speranza". Per riuscirci, bisogna trovare "le parole giuste". E soprattutto "odiare l'odio". Un finale forte. Stavolta anche i critici più severi del "veltronismo" non lo potranno bollare come buonista.