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(agf)

E adesso tocca a noi

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Nessun altro Paese del mondo si era mai chiuso dentro i suoi confini, bloccando gli spostamenti al suo interno, vietando ogni forma di assembramento pubblico e di manifestazione privata, chiudendo stadi e musei, cinema e teatri, esercizi commerciali e aziende
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Per l’Italia è “l’ora più buia”. Dunque non esagerava Giuseppe Conte nell’intervista a Repubblica di ieri, quando rievocava il Churchill del 18 giugno 1940 che chiedeva alla Patria il sacrificio più estremo per fermare il mostro del nazismo. Oggi combattiamo un’altra guerra, contro un nemico diverso. Ma l’ora più buia è arrivata lo stesso. La minaccia del coronavirus è così grave, attuale e reale che non è più una sola regione.

È un’intera nazione che diventa “zona rossa”. Non sono più quattordici province, ma è un intero Paese che va in quarantena. “Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa, per il bene dell’Italia”: l’ennesimo annuncio del presidente del Consiglio, al termine di una giornata drammatica per i numeri dell’epidemia e quelli dell’economia, era atteso e ormai quasi scontato. Da domenica scorsa, di …
Per l’Italia è “l’ora più buia”. Dunque non esagerava Giuseppe Conte nell’intervista a Repubblica di ieri, quando rievocava il Churchill del 18 giugno 1940 che chiedeva alla Patria il sacrificio più estremo per fermare il mostro del nazismo. Oggi combattiamo un’altra guerra, contro un nemico diverso. Ma l’ora più buia è arrivata lo stesso. La minaccia del coronavirus è così grave, attuale e reale che non è più una sola regione.

È un’intera nazione che diventa “zona rossa”. Non sono più quattordici province, ma è un intero Paese che va in quarantena. “Dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa, per il bene dell’Italia”: l’ennesimo annuncio del presidente del Consiglio, al termine di una giornata drammatica per i numeri dell’epidemia e quelli dell’economia, era atteso e ormai quasi scontato. Da domenica scorsa, di fronte al già clamoroso decreto che blinda il perimetro della macro-area più ricca d’Europa, quella Lombardia felix che da sola vale un quarto del Pil nazionale, era netta la sensazione che tutto ciò che il Sistema-Paese aveva messo in campo finora per fronteggiare l’emergenza non bastasse più. Era evidente l’urgenza di una misura più radicale ed estrema, che tutelasse “il pilastro sul quale si fonda la nostra civiltà”, e cioè la salute di tutti i cittadini. Cioè quel “bene primario e universale”, come ha detto il premier trovando finalmente il tono e le parole giuste, che tutti noi abbiamo il dovere di difendere, anche sacrificando ciò che abbiamo di più caro e più prezioso: la nostra libertà quotidiana, che scambiamo ogni giorno tra noi nel contratto sociale e che ogni giorno ravviva e dà senso al gioco democratico.

Una volta tanto si può dire, sul serio e senza retorica: è una scelta che non ha precedenti nella Storia. E non solo in quella italiana. Nessun altro Paese del mondo si era mai chiuso dentro i suoi confini, bloccando gli spostamenti al suo interno, vietando ogni forma di assembramento pubblico e di manifestazione privata, chiudendo stadi e musei, cinema e teatri, esercizi commerciali e aziende. Ma le ragioni di questa terapia d’urto sono ormai chiare e oggettive. L’infezione non rallenta ma si propaga, nei corpi e nei territori. Come scrive Ilvo Diamanti, siamo già passati dal Covid al “Pavid”: il coronavirus è diventato “Pauravirus”. Ma la novità di queste ore è che la paura non affonda più solo nel generico inconscio di noi umani, spaventati da un pericolo ignoto e remoto. Attinge invece ai dati e ai fatti concreti, cioè al duro principio di realtà. E la realtà ci sbatte in faccia tre evidenze drammatiche, che oggi è facile ricostruire attraverso le testimonianze dirette di chi ogni giorno affronta l’emergenza dalla trincea del Servizio sanitario nazionale. La prima evidenza: il virus è “cattivo” quanto basta per sgombrare una volta per tutte il terreno dalle tesi riduzioniste di chi lo considerava “poco più di un’influenza”. Dice Christian Salaroli, del Giovanni XXIII di Bergamo: chi sostiene che i pazienti non muoiono di coronavirus dice una bugia che mi amareggia, muoiono di Covid 19. La seconda evidenza: il virus si sta diffondendo con una velocità sorprendente e un’intensità preoccupante ben al di là delle “zone rosse” entro le quali abbiamo provato a confinarlo. Dice Giovanni Rezza, dell’Istituto superiore di sanità: Roma è già a rischio, cominciano catene di trasmissione del contagio come a Milano una settimana fa. La terza evidenza: il virus, che resta esiziale per gli ultraottantenni con patologie pregresse, sta colpendo classi di età gradualmente più basse e categorie di pazienti tendenzialmente più sani. Dice Massimo Galli, del Sacco di Milano: abbiamo già malati 30enni, al 3 marzo scorso il numero di casi in Lombardia è pari a quelli di Wuhan al 25 gennaio scorso, dove poi c’è stata l’esplosione del virus nonostante il coprifuoco. Dunque, al di là delle parole al vento dei troppi opinionisti che si sono scoperti e improvvisati virologi, anestesisti e rianimatori, queste sono evidenze ormai certificate da una comunità scientifica unanime (sia pure dopo qualche certezza un tanto al chilo propalata dagli “esperti da talk show” all’inizio del contagio).

Non è questo il momento di indugiare sui troppi errori fatti, nella gestione dell’emergenza e nel rimpallo delle competenze tra centro e periferia. La banalizzazione iniziale e la drammatizzazione improvvisa, i disavanzi della sanità pubblica e i deficit della Protezione Civile, le fughe di notizie nel governo e le fughe in avanti dei governatori. Superata questa crisi, ci sarà il tempo per valutare tutto ciò che non ha funzionato e che andrà corretto nei meccanismi istituzionali e decisionali. Ma adesso è un altro tempo: quello delle responsabilità, collettive e individuali. Di fronte a una minaccia eccezionale serve una risposta altrettanto eccezionale. Lo Stato fa la sua parte, con la misura più forte mai presa da una democrazia. Adesso tocca a noi cittadini fare la nostra, usando tutta l’autodisciplina e il senso civico di cui siamo capaci. Il messaggio al Paese di Mattarella è fondamentale, l’hashtag #iorestoacasa è essenziale, l’appello dei Fiorello e dei Jovanotti è geniale. Ma senza la pratica del sacrificio, senza la coerenza dei gesti e delle abitudini, tutto diventa vano. Anche lo “Stato di eccezione”, decretato da un governo che è già debole di suo e che tuttavia, quando la nottata del virus sarà passata, dovrà ricostruire un’economia a pezzi.

Un compito ancora più immane. Winston Churchill, su di noi, ne diceva un’altra: gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio, e perdono le partite di calcio come fossero guerre. Magari aveva anche ragione. Ma stavolta la sconfitta è un lusso che non ci possiamo più permettere.