Conte-opposizione, dialogo obbligato
Stefano Folli , di STEFANO FOLLI
Come ovvio, ieri non c'era l'ipotesi di un governo di unità nazionale sul tavolo di Palazzo Chigi. Forse prenderà forma in futuro, ma in quel caso lo scenario sarà assai più drammatico di quello attuale e nessuno se lo augura. Tuttavia intorno a quel tavolo, dove si sono seduti il presidente del Consiglio insieme ai rappresentanti dell'opposizione (Salvini, Meloni, Tajani, Lupi), si avvertiva quanto meno un senso di condivisione della gravità del momento.
Dalla riunione non sono emersi significativi accordi da offrire alla stampa, tanto meno una svolta politica. Anzi, Salvini e Giorgia Meloni hanno riproposto un tema incandescente come il Mes, il fondo salva-Stati che lunedì dovrebbe essere approvato in sede europea, ma che il disastro del virus, a rigor di logica, rende meno urgente: la priorità adesso diventa la flessibilità che l'Europa non può non concedere a un Paese in affanno come l'Italia, tene…
Dalla riunione non sono emersi significativi accordi da offrire alla stampa, tanto meno una svolta politica. Anzi, Salvini e Giorgia Meloni hanno riproposto un tema incandescente come il Mes, il fondo salva-Stati che lunedì dovrebbe essere approvato in sede europea, ma che il disastro del virus, a rigor di logica, rende meno urgente: la priorità adesso diventa la flessibilità che l'Europa non può non concedere a un Paese in affanno come l'Italia, tene…
Come ovvio, ieri non c'era l'ipotesi di un governo di unità nazionale sul tavolo di Palazzo Chigi. Forse prenderà forma in futuro, ma in quel caso lo scenario sarà assai più drammatico di quello attuale e nessuno se lo augura. Tuttavia intorno a quel tavolo, dove si sono seduti il presidente del Consiglio insieme ai rappresentanti dell'opposizione (Salvini, Meloni, Tajani, Lupi), si avvertiva quanto meno un senso di condivisione della gravità del momento.
Dalla riunione non sono emersi significativi accordi da offrire alla stampa, tanto meno una svolta politica. Anzi, Salvini e Giorgia Meloni hanno riproposto un tema incandescente come il Mes, il fondo salva-Stati che lunedì dovrebbe essere approvato in sede europea, ma che il disastro del virus, a rigor di logica, rende meno urgente: la priorità adesso diventa la flessibilità che l'Europa non può non concedere a un Paese in affanno come l'Italia, tenendo conto che anche Francia, Spagna e persino Germania stanno entrando nel tunnel in leggero ritardo rispetto a Roma.
È chiaro che Lega e FdI non potevano andare a Palazzo Chigi a battere le mani a Conte. Hanno cercato quindi qualche distinguo, oltre alla bandiera dell'ostilità al Mes. Hanno ricordato che con le prigioni in fiamme l'ordine pubblico è l'altra emergenza da affrontare: anche qui, secondo loro, con un "uomo forte" dotato di poteri esecutivi. Hanno soprattutto ripetuto, in sintonia con il presidente della Lombardia, Fontana, che le misure adottate non sono sufficienti e che bisogna "chiudere tutto" prima del collasso finale.
Tutto questo dimenticando (Salvini) alcune contraddizioni recenti: ad esempio l'invocazione di pochi giorni fa a "riaprire Milano" per far ripartire l'economia. Come dire che quasi nessuno fin qui è stato perfettamente coerente. Peraltro si ha ora la ragionevole certezza che i decreti saranno approvati in fretta anche con il concorso del centrodestra. Non è poco. Viceversa, non sembra stagliarsi per ora il super-commissario che né Conte né le forze di maggioranza gradiscono.
S'intende, questo passo verso la coesione non è un regalo a Conte, così come l'invito a Palazzo Chigi non era un atto di cortesia del premier. Oggi, con la crisi sanitaria che s'inasprisce e la rivolta nelle carceri forse non ancora valutata nella sua gravità, il presidente del Consiglio non poteva andare avanti da solo, come avrebbe preferito. Ha scelto, senza dubbio con soddisfazione del Quirinale, di coinvolgere l'opposizione.
E quest'ultima non si è fatta pregare perché ha bisogno di mostrare un profilo istituzionale e la volontà di cooperare, pur nel parziale dissenso. È una posizione più naturale per la leader di Fratelli d'Italia e che invece Salvini adotta con maggiore difficoltà dopo i violenti scontri che lo hanno contrapposto a Conte. Ma non c'era altra strada. Nell'emergenza l'opinione pubblica tende ad appoggiarsi alle forze di governo e a punire un'opposizione che si limitasse a starsene seduta sulla riva del fiume, sapendo dire solo dei "no".
Ora si è rinsaldato l'asse tra il centrodestra, che chiede all'esecutivo maggiore intransigenza, e la linea della Lombardia. Entrambi vogliono la definitiva blindatura delle città colpite. Però la "zona rossa" ormai riguarda tutta la Penisola. Blindare il Nord significa ricreare una frattura con il resto del Paese. Oppure chiudere tutto. E il tempo stringe.
Dalla riunione non sono emersi significativi accordi da offrire alla stampa, tanto meno una svolta politica. Anzi, Salvini e Giorgia Meloni hanno riproposto un tema incandescente come il Mes, il fondo salva-Stati che lunedì dovrebbe essere approvato in sede europea, ma che il disastro del virus, a rigor di logica, rende meno urgente: la priorità adesso diventa la flessibilità che l'Europa non può non concedere a un Paese in affanno come l'Italia, tenendo conto che anche Francia, Spagna e persino Germania stanno entrando nel tunnel in leggero ritardo rispetto a Roma.
È chiaro che Lega e FdI non potevano andare a Palazzo Chigi a battere le mani a Conte. Hanno cercato quindi qualche distinguo, oltre alla bandiera dell'ostilità al Mes. Hanno ricordato che con le prigioni in fiamme l'ordine pubblico è l'altra emergenza da affrontare: anche qui, secondo loro, con un "uomo forte" dotato di poteri esecutivi. Hanno soprattutto ripetuto, in sintonia con il presidente della Lombardia, Fontana, che le misure adottate non sono sufficienti e che bisogna "chiudere tutto" prima del collasso finale.
Tutto questo dimenticando (Salvini) alcune contraddizioni recenti: ad esempio l'invocazione di pochi giorni fa a "riaprire Milano" per far ripartire l'economia. Come dire che quasi nessuno fin qui è stato perfettamente coerente. Peraltro si ha ora la ragionevole certezza che i decreti saranno approvati in fretta anche con il concorso del centrodestra. Non è poco. Viceversa, non sembra stagliarsi per ora il super-commissario che né Conte né le forze di maggioranza gradiscono.
S'intende, questo passo verso la coesione non è un regalo a Conte, così come l'invito a Palazzo Chigi non era un atto di cortesia del premier. Oggi, con la crisi sanitaria che s'inasprisce e la rivolta nelle carceri forse non ancora valutata nella sua gravità, il presidente del Consiglio non poteva andare avanti da solo, come avrebbe preferito. Ha scelto, senza dubbio con soddisfazione del Quirinale, di coinvolgere l'opposizione.
E quest'ultima non si è fatta pregare perché ha bisogno di mostrare un profilo istituzionale e la volontà di cooperare, pur nel parziale dissenso. È una posizione più naturale per la leader di Fratelli d'Italia e che invece Salvini adotta con maggiore difficoltà dopo i violenti scontri che lo hanno contrapposto a Conte. Ma non c'era altra strada. Nell'emergenza l'opinione pubblica tende ad appoggiarsi alle forze di governo e a punire un'opposizione che si limitasse a starsene seduta sulla riva del fiume, sapendo dire solo dei "no".
Ora si è rinsaldato l'asse tra il centrodestra, che chiede all'esecutivo maggiore intransigenza, e la linea della Lombardia. Entrambi vogliono la definitiva blindatura delle città colpite. Però la "zona rossa" ormai riguarda tutta la Penisola. Blindare il Nord significa ricreare una frattura con il resto del Paese. Oppure chiudere tutto. E il tempo stringe.