Così finisce l'epoca di Draghi
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNIFrancoforte non si muoverà più al posto dei governi europei
BRUXELLES - Smentendo le attese di certi osservatori, la presidente della Bce Christine Lagarde ha fatto quello che ha potuto per contrastare gli effetti economici dell'epidemia: cioè non molto. In compenso ha mandato un segnale importante, che non deve essere sottovalutato.
La decisione, deludente per i mercati, di lasciare invariati i tassi di interesse e di lanciare nuove operazioni di acquisto titoli per 120 miliardi è stata condivisa all'unanimità dal consiglio direttivo della Banca centrale europea: segno che per una volta, di fronte all'emergenza, anche l'eterna contrapposizione tra Nord e Sud si è messa in quarantena.
Il problema è che, di fronte ad una emergenza finanziaria che sarà destinata a durare a lungo, molto più a lungo di quella sanitaria, la prima preoccupazione della Bce è stata quella di evitare un tracollo del sistema bancario. Le banche sono già provate dalla politica monetaria di F…
La decisione, deludente per i mercati, di lasciare invariati i tassi di interesse e di lanciare nuove operazioni di acquisto titoli per 120 miliardi è stata condivisa all'unanimità dal consiglio direttivo della Banca centrale europea: segno che per una volta, di fronte all'emergenza, anche l'eterna contrapposizione tra Nord e Sud si è messa in quarantena.
Il problema è che, di fronte ad una emergenza finanziaria che sarà destinata a durare a lungo, molto più a lungo di quella sanitaria, la prima preoccupazione della Bce è stata quella di evitare un tracollo del sistema bancario. Le banche sono già provate dalla politica monetaria di F…
BRUXELLES - Smentendo le attese di certi osservatori, la presidente della Bce Christine Lagarde ha fatto quello che ha potuto per contrastare gli effetti economici dell'epidemia: cioè non molto. In compenso ha mandato un segnale importante, che non deve essere sottovalutato.
La decisione, deludente per i mercati, di lasciare invariati i tassi di interesse e di lanciare nuove operazioni di acquisto titoli per 120 miliardi è stata condivisa all'unanimità dal consiglio direttivo della Banca centrale europea: segno che per una volta, di fronte all'emergenza, anche l'eterna contrapposizione tra Nord e Sud si è messa in quarantena.
Il problema è che, di fronte ad una emergenza finanziaria che sarà destinata a durare a lungo, molto più a lungo di quella sanitaria, la prima preoccupazione della Bce è stata quella di evitare un tracollo del sistema bancario. Le banche sono già provate dalla politica monetaria di Francoforte, che da tempo tiene i tassi in negativo per cercare di stimolare la crescita.
Il direttorio della Bce ha evidentemente valutato che un ulteriore abbassamento dei tassi non avrebbe potuto stimolare una economia depressa per motivi estranei ai suoi cicli naturali, ma avrebbe potuto portare al collasso le banche proprio nel momento in cui saranno chiamate a reggere l'urto di una recessione e a spalleggiare una clientela in difficoltà.
Non a caso sempre ieri l'Agenzia bancaria europea e il consiglio di vigilanza della Bce, guidato da Andrea Erria, hanno deciso di sospendere gli stress test sugli istituti di credito e di allentare le regole prudenziali a cui sono sottoposti.
Nel pieno della crisi la Banca centrale, dunque, si preoccupa di salvare il sistema creditizio, come è suo compito. Ma la sua presidente manda anche un messaggio forte, che suona come una dichiarazione di intenti sui suoi comportamenti futuri.
Il compito di fare fronte all'emergenza economica indotta dal coronavirus, dice Lagarde, ricade sui governi degli Stati membri, che devono mettere in atto una politica di bilancio coordinata per liberare massicci investimenti che sostengano l'economia.
Quello che i governi hanno fatto fino ad ora, spiega la presidente della Bce, è ridicolmente insufficiente. L'efficacia della risposta economica all'epidemia "dipenderà dalla velocità e dalla forza dell'approccio collettivo di tutti, in particolare delle autorità di bilancio".
Non è la prima volta che Francoforte richiama i governi europei al loro dovere chiedendo tra l'altro un "approccio collettivo". Mario Draghi lo ha fatto per anni, praticamente in occasione di ogni riunione del direttivo della Bce, spiegando che la Banca, con la sola leva della politica monetaria, non poteva supplire all'inerzia dei governi nello stimolare la crescita.
E tuttavia, di fronte a situazioni di emergenza, è proprio questo che Mario Draghi ha fatto: supplire all'assenza dei governi e della politica. Prima con il "whatever it takes", che fermò la speculazione contro l'euro salvando la moneta unica. Poi con il varo del "quantitative easing" che è stato una forma sia pure parziale e indiretta di condivisione dei rischi di fronte all'ostinato rifiuto tedesco di una azione politica comune per risollevare la crescita.
Christine Lagarde, ieri, ha spiegato senza mezzi termini che questa funzione supplettiva della "sua" Bce è finita. Se l'Europa si potrà salvare dagli effetti recessivi dell'economia di coronavirus questo compito dovrà essere assolto dai governi in modo collettivo varando misure di finanziamento e di rilancio dell'economia che siano all'altezza (e possibilmente più efficaci e tempestive) di quelle adottate per contenere il contagio.
Qualcuno, forse, sarà rimasto deluso dal "gran rifiuto" dell'Istituto di Francoforte. Ma in realtà le parole di Lagarde sono un sonoro ceffone ai governi perché si sveglino, e decidano finalmente di agire insieme mettendo da parte le diffidenze e l'ormai stucchevole polemica se occorra prima ridurre i rischi per poterli poi condividere.
Con buona pace dei tedeschi e dei nordici, il rischio economico indotto dal coronavirus non ha colpevoli, non ha negligenti, non ha untori. O i governi lo affronteranno insieme, o naufragheranno ognuno per conto proprio, senza il salvagente della Banca centrale.
La decisione, deludente per i mercati, di lasciare invariati i tassi di interesse e di lanciare nuove operazioni di acquisto titoli per 120 miliardi è stata condivisa all'unanimità dal consiglio direttivo della Banca centrale europea: segno che per una volta, di fronte all'emergenza, anche l'eterna contrapposizione tra Nord e Sud si è messa in quarantena.
Il problema è che, di fronte ad una emergenza finanziaria che sarà destinata a durare a lungo, molto più a lungo di quella sanitaria, la prima preoccupazione della Bce è stata quella di evitare un tracollo del sistema bancario. Le banche sono già provate dalla politica monetaria di Francoforte, che da tempo tiene i tassi in negativo per cercare di stimolare la crescita.
Il direttorio della Bce ha evidentemente valutato che un ulteriore abbassamento dei tassi non avrebbe potuto stimolare una economia depressa per motivi estranei ai suoi cicli naturali, ma avrebbe potuto portare al collasso le banche proprio nel momento in cui saranno chiamate a reggere l'urto di una recessione e a spalleggiare una clientela in difficoltà.
Non a caso sempre ieri l'Agenzia bancaria europea e il consiglio di vigilanza della Bce, guidato da Andrea Erria, hanno deciso di sospendere gli stress test sugli istituti di credito e di allentare le regole prudenziali a cui sono sottoposti.
Nel pieno della crisi la Banca centrale, dunque, si preoccupa di salvare il sistema creditizio, come è suo compito. Ma la sua presidente manda anche un messaggio forte, che suona come una dichiarazione di intenti sui suoi comportamenti futuri.
Il compito di fare fronte all'emergenza economica indotta dal coronavirus, dice Lagarde, ricade sui governi degli Stati membri, che devono mettere in atto una politica di bilancio coordinata per liberare massicci investimenti che sostengano l'economia.
Quello che i governi hanno fatto fino ad ora, spiega la presidente della Bce, è ridicolmente insufficiente. L'efficacia della risposta economica all'epidemia "dipenderà dalla velocità e dalla forza dell'approccio collettivo di tutti, in particolare delle autorità di bilancio".
Non è la prima volta che Francoforte richiama i governi europei al loro dovere chiedendo tra l'altro un "approccio collettivo". Mario Draghi lo ha fatto per anni, praticamente in occasione di ogni riunione del direttivo della Bce, spiegando che la Banca, con la sola leva della politica monetaria, non poteva supplire all'inerzia dei governi nello stimolare la crescita.
E tuttavia, di fronte a situazioni di emergenza, è proprio questo che Mario Draghi ha fatto: supplire all'assenza dei governi e della politica. Prima con il "whatever it takes", che fermò la speculazione contro l'euro salvando la moneta unica. Poi con il varo del "quantitative easing" che è stato una forma sia pure parziale e indiretta di condivisione dei rischi di fronte all'ostinato rifiuto tedesco di una azione politica comune per risollevare la crescita.
Christine Lagarde, ieri, ha spiegato senza mezzi termini che questa funzione supplettiva della "sua" Bce è finita. Se l'Europa si potrà salvare dagli effetti recessivi dell'economia di coronavirus questo compito dovrà essere assolto dai governi in modo collettivo varando misure di finanziamento e di rilancio dell'economia che siano all'altezza (e possibilmente più efficaci e tempestive) di quelle adottate per contenere il contagio.
Qualcuno, forse, sarà rimasto deluso dal "gran rifiuto" dell'Istituto di Francoforte. Ma in realtà le parole di Lagarde sono un sonoro ceffone ai governi perché si sveglino, e decidano finalmente di agire insieme mettendo da parte le diffidenze e l'ormai stucchevole polemica se occorra prima ridurre i rischi per poterli poi condividere.
Con buona pace dei tedeschi e dei nordici, il rischio economico indotto dal coronavirus non ha colpevoli, non ha negligenti, non ha untori. O i governi lo affronteranno insieme, o naufragheranno ognuno per conto proprio, senza il salvagente della Banca centrale.