L'aspetto più stupefacente di quella voce ultraterrena è che lei, Mina, non ha mai faticato granché per ottenerla. Dove le altre sudano, si dannano, si arrabattano in trucchi ed espedienti, lei va, vola leggera come ha sempre fatto, con la noncuranza e la spavalderia di chi non deve sforzarsi per essere perfetta. La sua voce non è frutto di duro lavoro, è un dono celeste, è lì come un assoluto, una parte del mondo naturale, limpida e acuta come la cima di una montagna, sinuosa come un delfino, antica come la scia di una cometa che brilla nella notte. Era già un fenomeno a vent'anni. Dopo aver urlato e graffiato con twist e rock'n'roll, le bastò incrociare nell'estate del 1960 Il cielo in una stanza per dimostrare di che pasta era fatta.
Era materia sublime, sfacciata, capace di cantare mille svolazzanti bolle blù, così come città vuote, amori al telefono, fantasie da spiaggia, ma an…
Era materia sublime, sfacciata, capace di cantare mille svolazzanti bolle blù, così come città vuote, amori al telefono, fantasie da spiaggia, ma an…
L'aspetto più stupefacente di quella voce ultraterrena è che lei, Mina, non ha mai faticato granché per ottenerla. Dove le altre sudano, si dannano, si arrabattano in trucchi ed espedienti, lei va, vola leggera come ha sempre fatto, con la noncuranza e la spavalderia di chi non deve sforzarsi per essere perfetta. La sua voce non è frutto di duro lavoro, è un dono celeste, è lì come un assoluto, una parte del mondo naturale, limpida e acuta come la cima di una montagna, sinuosa come un delfino, antica come la scia di una cometa che brilla nella notte. Era già un fenomeno a vent'anni. Dopo aver urlato e graffiato con twist e rock'n'roll, le bastò incrociare nell'estate del 1960 Il cielo in una stanza per dimostrare di che pasta era fatta.
Era materia sublime, sfacciata, capace di cantare mille svolazzanti bolle blù, così come città vuote, amori al telefono, fantasie da spiaggia, ma anche De André, Mogol/Battisti, classici napoletani, bossanove, standard jazz, praticamente di tutto, una voce capace di dare a un incipit meraviglioso come "lo stupore della notte" la solennità di un romanzo, capace perfino di rendere elegante il racconto di una donna che aspetta con annoiata impazienza l'orgasmo del compagno. Cifre alla mano Mina ha inciso 1600 canzoni circa, ha duettato con colleghi lontani e quasi imparagonabili tra di loro come Riccardo Cocciante e Manuel Agnelli. In un caso ha cantato anche, come si usa dire, l'elenco del telefono, ovvero Ossessione 70, una canzone costruita solo con i nomi dei calciatori della nazionale del 1970. Per esaltare la sua prodigiosa estensione vocale fu scritta una canzone intitolata Brava che, più che un complimento, suonava paradossalmente come un dato di fatto. Tanto brava da non avere neanche bisogno di esserci. Non c'è, non esiste, non si mostra da oltre quarant'anni, e ci costringe a ricordare in questi tempi di sola apparenza che l'assoluto non bisogna vederlo, bisogna ascoltarlo.
Era materia sublime, sfacciata, capace di cantare mille svolazzanti bolle blù, così come città vuote, amori al telefono, fantasie da spiaggia, ma anche De André, Mogol/Battisti, classici napoletani, bossanove, standard jazz, praticamente di tutto, una voce capace di dare a un incipit meraviglioso come "lo stupore della notte" la solennità di un romanzo, capace perfino di rendere elegante il racconto di una donna che aspetta con annoiata impazienza l'orgasmo del compagno. Cifre alla mano Mina ha inciso 1600 canzoni circa, ha duettato con colleghi lontani e quasi imparagonabili tra di loro come Riccardo Cocciante e Manuel Agnelli. In un caso ha cantato anche, come si usa dire, l'elenco del telefono, ovvero Ossessione 70, una canzone costruita solo con i nomi dei calciatori della nazionale del 1970. Per esaltare la sua prodigiosa estensione vocale fu scritta una canzone intitolata Brava che, più che un complimento, suonava paradossalmente come un dato di fatto. Tanto brava da non avere neanche bisogno di esserci. Non c'è, non esiste, non si mostra da oltre quarant'anni, e ci costringe a ricordare in questi tempi di sola apparenza che l'assoluto non bisogna vederlo, bisogna ascoltarlo.