Nelle zone del territorio italiano più colpite dagli effetti del Covid-19, già da giorni le auto della Protezione Civile e della Polizia Municipale, munite di altoparlanti e di megafoni, invitano i cittadini a rimanere a casa. Quegli annunci sono una sorta di nuovi "suoni dell'ambiente", come li avrebbe definiti John Cage.
Nel 1952 quel geniale compositore fece eseguire dal pianista David Tudor l'opera 4'33'': un brano in tre movimenti della durata complessiva di quattro minuti e trentatré secondi, in cui l'esecutore non produceva alcun suono. Questo secondo Cage avrebbe consentito l'ascolto dei suoni dell'ambiente: durante la prima esecuzione, il rumore del coperchio della tastiera, delle pagine dello spartito sfogliate, il soffiare del vento e il ticchettio della pioggia sul tetto dell'auditorium.
Già la letteratura del dopoguerra aveva descritto i silenzi successivi all'urlo delle sirene che annunciavan…
Nel 1952 quel geniale compositore fece eseguire dal pianista David Tudor l'opera 4'33'': un brano in tre movimenti della durata complessiva di quattro minuti e trentatré secondi, in cui l'esecutore non produceva alcun suono. Questo secondo Cage avrebbe consentito l'ascolto dei suoni dell'ambiente: durante la prima esecuzione, il rumore del coperchio della tastiera, delle pagine dello spartito sfogliate, il soffiare del vento e il ticchettio della pioggia sul tetto dell'auditorium.
Già la letteratura del dopoguerra aveva descritto i silenzi successivi all'urlo delle sirene che annunciavan…
Nelle zone del territorio italiano più colpite dagli effetti del Covid-19, già da giorni le auto della Protezione Civile e della Polizia Municipale, munite di altoparlanti e di megafoni, invitano i cittadini a rimanere a casa. Quegli annunci sono una sorta di nuovi "suoni dell'ambiente", come li avrebbe definiti John Cage.
Nel 1952 quel geniale compositore fece eseguire dal pianista David Tudor l'opera 4'33'': un brano in tre movimenti della durata complessiva di quattro minuti e trentatré secondi, in cui l'esecutore non produceva alcun suono. Questo secondo Cage avrebbe consentito l'ascolto dei suoni dell'ambiente: durante la prima esecuzione, il rumore del coperchio della tastiera, delle pagine dello spartito sfogliate, il soffiare del vento e il ticchettio della pioggia sul tetto dell'auditorium.
Già la letteratura del dopoguerra aveva descritto i silenzi successivi all'urlo delle sirene che annunciavano i bombardamenti sulle città europee. E in quegli stessi anni, prima John Wyndhman con I trasfigurati e poi Isaac Asimov con I paria dei cieli, raccontavano dell'assenza totale di suoni nei desolati scenari post-atomici. Per ora, nulla di tutto questo, provvidenzialmente, incombe su di noi, ma in questi giorni, la sensazione più inedita alla quale ci stiamo abituando è, appunto, quella del silenzio.
Nella Società del Decibel, dove la massimizzazione dell'intensità del suono sembra indicare un bisogno totalmente insoddisfatto di ascolto e dove la "zona del silenzio" nei treni ad alta velocità appare come il più prezioso privilegio dei privilegiati, la riduzione del rumore giunge inaspettata e ci coglie impreparati. Incerti tra il goderne come di una terapia antistress e il preoccuparcene come se quell'assenza di strepito nascondesse una insidia, scopriamo che "i suoni dell'ambiente", possono essere diversi e più miti di quelli cui ci siamo, a forza, abituati.
Certo, questo ritrovato tono basso, segnala anche una mancata operosità, un blocco delle attività economiche, commerciali e sociali e anche dei rapporti umani, e tutto ciò - evidentemente- è il segno di una crisi che impoverisce e de-solidarizza; e apre l'enorme capitolo delle strategie necessarie, una volta superata l'emergenza, per far ripartire i meccanismi della crescita economica. Ma, grazie al cielo, c' è altro.
C'è la riscoperta delle reti delle relazioni primarie, un maggior rispetto per gli interessi comuni, un senso civico che si esprime laddove trova modo di manifestarsi: in quelle file ordinate e responsabili che si formano davanti ai negozi dei beni essenziali. Così, le voci delle auto della protezione civile echeggiano in un ambiente per la prima volta disposto ad ascoltare i messaggi dell'autorità. E, in qualche misura, a farne tesoro.
Si tratta di suoni, infatti, che nel trasmettere ordini, promettono protezione: svolgono, cioè, quello che è esattamente il ruolo dell'istituzione pubblica e la sua prima ragion d'essere, il suo fondamento giuridico e la sua legittimazione etica. Altrettanta risonanza ottengono, probabilmente, gli altri suoni che attraversano l'aria dei paesi e delle città dove il virus fa più vittime.
I suoni delle sirene delle ambulanze annunciano l'incremento della mesta contabilità dell'epidemia, ma anche la presenza di una rete di protezione che finora, tra drammatiche carenze e pesanti ritardi, ha retto, sia pure faticosamente. E ha rivelato la forza di un sistema sanitario pubblico, così spesso svalutato e misconosciuto. E, soprattutto, la competenza e l'abdicazione di migliaia e migliaia di operatori della sanità.
Anche questa è una lezione significativa: sono le catastrofi a far emergere le energie sommerse e a farle diventare strumenti di speranza e di salvezza. I rianimatori di Codogno come i pompieri di New York. Non sorprende, di conseguenza, che un altro "suono dell'ambiente" si diffonda in questi giorni e in queste ore come mai da lungo tempo accadeva: sono le campane che, alle 12 di ogni giorno, suoneranno a distesa quale segnale di presenza e di condivisione, così come i cori che ieri, alle 18, si sono levati, stonati e strampalati, da molti balconi di molte località.
Altrettanti suoni destinati a rompere il silenzio quando il silenzio significa, o rischia di significare, l'indebolirsi del legame sociale e il rarefarsi degli scambi e delle relazioni; quando l'esaurirsi del rumore umano corrisponde all'infiacchirsi della vitalità. Dunque, abbiamo bisogno di questi suoni, così che si possano raccogliere le forze e, "chinati per rinascere", (come scrive il filosofo e poeta Eugenio Mazzarella) ricominciare.
Nel 1952 quel geniale compositore fece eseguire dal pianista David Tudor l'opera 4'33'': un brano in tre movimenti della durata complessiva di quattro minuti e trentatré secondi, in cui l'esecutore non produceva alcun suono. Questo secondo Cage avrebbe consentito l'ascolto dei suoni dell'ambiente: durante la prima esecuzione, il rumore del coperchio della tastiera, delle pagine dello spartito sfogliate, il soffiare del vento e il ticchettio della pioggia sul tetto dell'auditorium.
Già la letteratura del dopoguerra aveva descritto i silenzi successivi all'urlo delle sirene che annunciavano i bombardamenti sulle città europee. E in quegli stessi anni, prima John Wyndhman con I trasfigurati e poi Isaac Asimov con I paria dei cieli, raccontavano dell'assenza totale di suoni nei desolati scenari post-atomici. Per ora, nulla di tutto questo, provvidenzialmente, incombe su di noi, ma in questi giorni, la sensazione più inedita alla quale ci stiamo abituando è, appunto, quella del silenzio.
Nella Società del Decibel, dove la massimizzazione dell'intensità del suono sembra indicare un bisogno totalmente insoddisfatto di ascolto e dove la "zona del silenzio" nei treni ad alta velocità appare come il più prezioso privilegio dei privilegiati, la riduzione del rumore giunge inaspettata e ci coglie impreparati. Incerti tra il goderne come di una terapia antistress e il preoccuparcene come se quell'assenza di strepito nascondesse una insidia, scopriamo che "i suoni dell'ambiente", possono essere diversi e più miti di quelli cui ci siamo, a forza, abituati.
Certo, questo ritrovato tono basso, segnala anche una mancata operosità, un blocco delle attività economiche, commerciali e sociali e anche dei rapporti umani, e tutto ciò - evidentemente- è il segno di una crisi che impoverisce e de-solidarizza; e apre l'enorme capitolo delle strategie necessarie, una volta superata l'emergenza, per far ripartire i meccanismi della crescita economica. Ma, grazie al cielo, c' è altro.
C'è la riscoperta delle reti delle relazioni primarie, un maggior rispetto per gli interessi comuni, un senso civico che si esprime laddove trova modo di manifestarsi: in quelle file ordinate e responsabili che si formano davanti ai negozi dei beni essenziali. Così, le voci delle auto della protezione civile echeggiano in un ambiente per la prima volta disposto ad ascoltare i messaggi dell'autorità. E, in qualche misura, a farne tesoro.
Si tratta di suoni, infatti, che nel trasmettere ordini, promettono protezione: svolgono, cioè, quello che è esattamente il ruolo dell'istituzione pubblica e la sua prima ragion d'essere, il suo fondamento giuridico e la sua legittimazione etica. Altrettanta risonanza ottengono, probabilmente, gli altri suoni che attraversano l'aria dei paesi e delle città dove il virus fa più vittime.
I suoni delle sirene delle ambulanze annunciano l'incremento della mesta contabilità dell'epidemia, ma anche la presenza di una rete di protezione che finora, tra drammatiche carenze e pesanti ritardi, ha retto, sia pure faticosamente. E ha rivelato la forza di un sistema sanitario pubblico, così spesso svalutato e misconosciuto. E, soprattutto, la competenza e l'abdicazione di migliaia e migliaia di operatori della sanità.
Anche questa è una lezione significativa: sono le catastrofi a far emergere le energie sommerse e a farle diventare strumenti di speranza e di salvezza. I rianimatori di Codogno come i pompieri di New York. Non sorprende, di conseguenza, che un altro "suono dell'ambiente" si diffonda in questi giorni e in queste ore come mai da lungo tempo accadeva: sono le campane che, alle 12 di ogni giorno, suoneranno a distesa quale segnale di presenza e di condivisione, così come i cori che ieri, alle 18, si sono levati, stonati e strampalati, da molti balconi di molte località.
Altrettanti suoni destinati a rompere il silenzio quando il silenzio significa, o rischia di significare, l'indebolirsi del legame sociale e il rarefarsi degli scambi e delle relazioni; quando l'esaurirsi del rumore umano corrisponde all'infiacchirsi della vitalità. Dunque, abbiamo bisogno di questi suoni, così che si possano raccogliere le forze e, "chinati per rinascere", (come scrive il filosofo e poeta Eugenio Mazzarella) ricominciare.