Ancora non basta. Bravi tutti, ma possiamo fare meglio. Costa, lo sappiamo, costa moltissima fatica. Il punto di rottura psicologico si sente già sottotraccia: intemperanze, nervosismo. Il passo dal “buongiorno anche a lei” alla sorveglianza reciproca è un attimo. Ieri il gioco dei quattro cantoni da marciapiede, la danza urbana del non incrociarsi con la mano alzata nel saluto, oggi le invettive dei famosi dal terrazzo, le reprimende dei conduttori in diretta tv: dove stanno andando quei due, tornate a casa. Passati i primi giorni di ritrovata comunità, che bella sensazione, canzoni alle finestre e balli sui tetti, applausi e luci accese la sera, comincia la routine e passa l’allegria. Non è una vacanza, è un’emergenza. Non c’è da contare i giorni per l’uscita dal tunnel: c’è da imparare a vivere nel tunnel. Starci, a lungo. Non si tratta di trattenere il respiro in attesa che tutto torni come …
Ancora non basta. Bravi tutti, ma possiamo fare meglio. Costa, lo sappiamo, costa moltissima fatica. Il punto di rottura psicologico si sente già sottotraccia: intemperanze, nervosismo. Il passo dal “buongiorno anche a lei” alla sorveglianza reciproca è un attimo. Ieri il gioco dei quattro cantoni da marciapiede, la danza urbana del non incrociarsi con la mano alzata nel saluto, oggi le invettive dei famosi dal terrazzo, le reprimende dei conduttori in diretta tv: dove stanno andando quei due, tornate a casa. Passati i primi giorni di ritrovata comunità, che bella sensazione, canzoni alle finestre e balli sui tetti, applausi e luci accese la sera, comincia la routine e passa l’allegria. Non è una vacanza, è un’emergenza. Non c’è da contare i giorni per l’uscita dal tunnel: c’è da imparare a vivere nel tunnel. Starci, a lungo. Non si tratta di trattenere il respiro in attesa che tutto torni come prima: bisogna trovare un respiro nuovo.
Ancora non basta. Molti italiani continuano a uscire, fare jogging, andare a casa di amici, inventare scuse per eludere il divieto. Troppi. Il virus è costante, è lineare: fa sempre la stessa cosa, e si nutre della presunzione e della maggiore stupidità degli umani. Preferisce gli uomini, chi ha più di 50 anni, chi ha già un’altra fragilità. Contagia chi si avvicina, cerca gente. L’Italia è avanti di dieci giorni, mediamente, rispetto al resto dei paesi d’Europa e del mondo. Siamo il Paese Alfa, la Cina il Paese Zero. Poco a poco tutti gli altri dovranno dismettere l’atteggiamento di scherno e di commiserazione (italiani furbi, italiani pasta e mandolino, poveri italiani) e adottare infine il nostro stesso protocollo. Tutti a casa, anche i più sofisticati tra i francesi in fuga alle stazioni, anche i più cinici fra gli inglesi ancora al pub dopo le sei di sera. Per isolarlo, il virus, basterebbe sparire alla sua fame: non esserci. Studiare il suo semplice comportamento, ed essere — questa volta sì — più furbi.
Facciamo i furbi, dunque. Per una volta facciamolo a dovere, abbiamo tutte le carte che servono e buona pratica. Sarà meglio che lo facciamo da soli, perché in gioco non c’è solo la salute di tutti — e l’economia, e la vita in senso più generale dunque: il lavoro, il reddito — e se non lo facciamo da soli verrà il momento, sta arrivando, in cui ci obbligheranno con una sorveglianza e un livello di costrizione delle libertà personali che è strutturalmente in contrasto con la natura delle democrazie. È in gioco qualcosa di più grande, le cui conseguenze avranno una scia molto lunga. Si creano i precedenti, oggi, per quello che in futuro saremo disposti a tollerare. Attilio Fontana, presidente della Lombardia, ha detto «se non lo capite con le buone…». Con le buone o con le cattive, ci dicevano da bambini i nostri padri, i nostri nonni. Ecco: le cattive ci espongono a un certo rischio. Perché essere sorvegliati come già accade in alcune regioni attraverso la rete dei cellulari (la stessa che ci consente di rimanere in contatto, di videochiamare chi amiamo, di fare lezione o lavorare da casa: che gli vuoi dire, oggi, alla Rete?), essere multati se usciamo a fare due passi, essere privati delle più elementari libertà di movimento e di riservatezza è un precedente dal quale potrebbe essere difficile tornare del tutto indietro. D’altra parte. Nel momento storico in cui i populisti di tutto il mondo lavoravano con discreto successo a costruire paure per alimentarsene è arrivata la paura grande, quella vera, che ha messo a tacere — fateci caso — i giochetti della politica. Niente più retroscena, sgambetti, furbizie per carriere da due soldi e da due mesi. Un’opportunità, una fortuna per molti governi fragili, ma anche un sinistro memento della seduzione della disciplina imposta per forza maggiore, come giustificazione (alibi?) senza possibilità di replica. Allora: facciamolo da soli. Ci sono quelli, ne conosco tanti, che attraverso la disciplina e la privazione liberano endorfine. Quelli che stanno meglio quando sentono di aver fatto il loro dovere: non si sacrificano, provano piacere nello sforzo. Dev’essere qualcosa di simile a quel che succede ai fanatici ossessivi della fitness, dico con un volo di immaginazione. Soffrono, ma stanno bene così. Allora invece che andare a fare la corsa al parco, provate — proviamo — a esercitare quella stessa devota dedizione al sacrificio nella vita quotidiana, prima che qualcuno ci imponga di farlo. Sarà domani, quando ci diranno: fine delle corsette.
Certo, è difficile. Non tutti hanno un balcone dove prendere aria, una terrazza o un giardino condominiale, un tetto piatto dove portare i ragazzini, o mandarceli d’imperio quando esplodono. Che poi questa è una grandissima questione, nella reclusione domestica: gli adolescenti. A cui di colpo è stato tolto il necessario, il lecito, e il consentito fisiologico illecito. Da un giorno a un altro non possono vedere amici, stare in camera con il ragazzo/a, fare sport, bere una birra, fumare. È difficilissimo, per loro. Abituati ad avere tutto, quasi tutto, a portata di mano. E per noi, genitori e nonni, abituati a pensare alla loro felicità come nostro primo compito, tanto spesso a discapito della nostra. Ma la felicità non si può dare, si può tutt’al più mostrare la propria come esempio. È l’ora di renderli infelici, questa.
Di mostrare la nostra disciplina come esempio. Anche questa, come diceva ieri il Papa, è un’occasione da non sprecare. Dopo tante carezze, magari serve uno schiaffo. È complicato, non siamo abituati. Però solo questo serve, peccato non averlo fatto prima. Mostrare loro — e a noi stessi — che la sofferenza, la privazione e il sacrificio fanno parte della vita. Sono la vita stessa. Imparare la frustrazione, fare senza, non avere: è questo che ci rende più forti. Poi sono d’accordo con voi: sembra contro natura. Ma è necessario. Facciamolo noi, non permettiamo a nessuno di costringerci. Ne va della salute, del lavoro, della vita e del futuro di tutti. In fondo, è come un allenamento estremo. Sembra impossibile, poi succede di farcela e ci si sente meglio. Abbiamo avuto più morti che in Cina, in un solo giorno, ieri. È l’ora della verità, per l’Italia intera. Facciamo vedere chi siamo. Con le buone o con le cattive, sì. Ma pensateci bene: meglio con le buone. Un investimento, a futura memoria. Lasciamo in ordine la vita in comune per chi verrà dopo di noi.
Ancora non basta. Molti italiani continuano a uscire, fare jogging, andare a casa di amici, inventare scuse per eludere il divieto. Troppi. Il virus è costante, è lineare: fa sempre la stessa cosa, e si nutre della presunzione e della maggiore stupidità degli umani. Preferisce gli uomini, chi ha più di 50 anni, chi ha già un’altra fragilità. Contagia chi si avvicina, cerca gente. L’Italia è avanti di dieci giorni, mediamente, rispetto al resto dei paesi d’Europa e del mondo. Siamo il Paese Alfa, la Cina il Paese Zero. Poco a poco tutti gli altri dovranno dismettere l’atteggiamento di scherno e di commiserazione (italiani furbi, italiani pasta e mandolino, poveri italiani) e adottare infine il nostro stesso protocollo. Tutti a casa, anche i più sofisticati tra i francesi in fuga alle stazioni, anche i più cinici fra gli inglesi ancora al pub dopo le sei di sera. Per isolarlo, il virus, basterebbe sparire alla sua fame: non esserci. Studiare il suo semplice comportamento, ed essere — questa volta sì — più furbi.
Facciamo i furbi, dunque. Per una volta facciamolo a dovere, abbiamo tutte le carte che servono e buona pratica. Sarà meglio che lo facciamo da soli, perché in gioco non c’è solo la salute di tutti — e l’economia, e la vita in senso più generale dunque: il lavoro, il reddito — e se non lo facciamo da soli verrà il momento, sta arrivando, in cui ci obbligheranno con una sorveglianza e un livello di costrizione delle libertà personali che è strutturalmente in contrasto con la natura delle democrazie. È in gioco qualcosa di più grande, le cui conseguenze avranno una scia molto lunga. Si creano i precedenti, oggi, per quello che in futuro saremo disposti a tollerare. Attilio Fontana, presidente della Lombardia, ha detto «se non lo capite con le buone…». Con le buone o con le cattive, ci dicevano da bambini i nostri padri, i nostri nonni. Ecco: le cattive ci espongono a un certo rischio. Perché essere sorvegliati come già accade in alcune regioni attraverso la rete dei cellulari (la stessa che ci consente di rimanere in contatto, di videochiamare chi amiamo, di fare lezione o lavorare da casa: che gli vuoi dire, oggi, alla Rete?), essere multati se usciamo a fare due passi, essere privati delle più elementari libertà di movimento e di riservatezza è un precedente dal quale potrebbe essere difficile tornare del tutto indietro. D’altra parte. Nel momento storico in cui i populisti di tutto il mondo lavoravano con discreto successo a costruire paure per alimentarsene è arrivata la paura grande, quella vera, che ha messo a tacere — fateci caso — i giochetti della politica. Niente più retroscena, sgambetti, furbizie per carriere da due soldi e da due mesi. Un’opportunità, una fortuna per molti governi fragili, ma anche un sinistro memento della seduzione della disciplina imposta per forza maggiore, come giustificazione (alibi?) senza possibilità di replica. Allora: facciamolo da soli. Ci sono quelli, ne conosco tanti, che attraverso la disciplina e la privazione liberano endorfine. Quelli che stanno meglio quando sentono di aver fatto il loro dovere: non si sacrificano, provano piacere nello sforzo. Dev’essere qualcosa di simile a quel che succede ai fanatici ossessivi della fitness, dico con un volo di immaginazione. Soffrono, ma stanno bene così. Allora invece che andare a fare la corsa al parco, provate — proviamo — a esercitare quella stessa devota dedizione al sacrificio nella vita quotidiana, prima che qualcuno ci imponga di farlo. Sarà domani, quando ci diranno: fine delle corsette.
Certo, è difficile. Non tutti hanno un balcone dove prendere aria, una terrazza o un giardino condominiale, un tetto piatto dove portare i ragazzini, o mandarceli d’imperio quando esplodono. Che poi questa è una grandissima questione, nella reclusione domestica: gli adolescenti. A cui di colpo è stato tolto il necessario, il lecito, e il consentito fisiologico illecito. Da un giorno a un altro non possono vedere amici, stare in camera con il ragazzo/a, fare sport, bere una birra, fumare. È difficilissimo, per loro. Abituati ad avere tutto, quasi tutto, a portata di mano. E per noi, genitori e nonni, abituati a pensare alla loro felicità come nostro primo compito, tanto spesso a discapito della nostra. Ma la felicità non si può dare, si può tutt’al più mostrare la propria come esempio. È l’ora di renderli infelici, questa.
Di mostrare la nostra disciplina come esempio. Anche questa, come diceva ieri il Papa, è un’occasione da non sprecare. Dopo tante carezze, magari serve uno schiaffo. È complicato, non siamo abituati. Però solo questo serve, peccato non averlo fatto prima. Mostrare loro — e a noi stessi — che la sofferenza, la privazione e il sacrificio fanno parte della vita. Sono la vita stessa. Imparare la frustrazione, fare senza, non avere: è questo che ci rende più forti. Poi sono d’accordo con voi: sembra contro natura. Ma è necessario. Facciamolo noi, non permettiamo a nessuno di costringerci. Ne va della salute, del lavoro, della vita e del futuro di tutti. In fondo, è come un allenamento estremo. Sembra impossibile, poi succede di farcela e ci si sente meglio. Abbiamo avuto più morti che in Cina, in un solo giorno, ieri. È l’ora della verità, per l’Italia intera. Facciamo vedere chi siamo. Con le buone o con le cattive, sì. Ma pensateci bene: meglio con le buone. Un investimento, a futura memoria. Lasciamo in ordine la vita in comune per chi verrà dopo di noi.