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Le Cinque Giornate di Milano

Sarà anche una guerra in pantofole, sul divano, in cucina, ma è questa l’unica resistenza realistica anti Covid-19. Una resistenza condominio per condominio, con le poche pause collettive sul balcone
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Dietro le quinte, chi sa lo dice, lo ripete, lo urla, lo piange: "Milano è una bomba a orologeria, va disinnescata". E non solo per salvare Milano, ma per salvare l'Italia intera. Milano ne rappresenta il successo, dal made in Italy al denaro in Borsa, dalla creatività ai marchi industriali famosi. Ora la Lombardia conta gli stessi morti che fece la tragedia del Vajont nel 1963: e il simbolo della diga che deve tenere è quello che spiega meglio di qualunque altro il momento cruciale che stiamo vivendo.

Non tutti l'hanno ancora compreso, anzi tra gli abitanti della metropoli internazionale sembra esserci ancora chi non ci crede e immagina sia "normale" correre nei parchi, battersi "il cinque", abbracciarsi. Ma è anche vero che molti, moltissimi sì che ci credono: e, come possono, combattono. Sarà anche una guerra in pantofole, sul divano, in cucina, contro la noia e le giornate uguali, ma è questa l…
Dietro le quinte, chi sa lo dice, lo ripete, lo urla, lo piange: "Milano è una bomba a orologeria, va disinnescata". E non solo per salvare Milano, ma per salvare l'Italia intera. Milano ne rappresenta il successo, dal made in Italy al denaro in Borsa, dalla creatività ai marchi industriali famosi. Ora la Lombardia conta gli stessi morti che fece la tragedia del Vajont nel 1963: e il simbolo della diga che deve tenere è quello che spiega meglio di qualunque altro il momento cruciale che stiamo vivendo.

Non tutti l'hanno ancora compreso, anzi tra gli abitanti della metropoli internazionale sembra esserci ancora chi non ci crede e immagina sia "normale" correre nei parchi, battersi "il cinque", abbracciarsi. Ma è anche vero che molti, moltissimi sì che ci credono: e, come possono, combattono. Sarà anche una guerra in pantofole, sul divano, in cucina, contro la noia e le giornate uguali, ma è questa l'unica resistenza realistica anti Covid-19. Una resistenza condominio per condominio, con le poche pause collettive sul balcone, per suonare, cantare, pregare per i morti. Una città che diventa all'improvviso paese, ci si saluta daccapo, ci si chiede come si sta, e non per dire.

Milano, che non si fermava mai, adesso va a letto presto la sera. Se si guardano all'ora di cena le finestre delle case popolari, sono tutte illuminate. Esistono dati certi, dai quali trarre indicazioni virtuose: il numero di passeggeri sulle metropolitane è sceso fino al 90 per cento, fatta eccezione della fascia oraria 6-7 delle mattino, quando il calo si è fermato al 70 per cento. Gli ingressi delle auto in "Area C", il centro, sono calati del 63 per cento. Dal monitoraggio a distanza degli smartphone si apprende che il sabato e la domenica si muovono il 34 e il 28 per cento degli abitanti, e che nei giorni della settimana siamo appena sopra il 40, segno che il lavoro non s'è arenato del tutto.

Moltissimi sono i controlli coordinati da prefettura, tra persone ed esercizi commerciali. Mercoledì erano a quota oltre 11mila (6.035 persone e 5.441 esercizi commerciali), ma i denunciati non arrivavano a 370. Altro segno, dunque, che la tendenza milanese è di rispettare le regole e a chi propone di bloccare del tutto la metropolitana, arriva la domanda: ma chi porterebbe le commesse e i macellai tra gli scaffali, e chi gli addetti alle pulizie, mai stati così preziosi?

Oggi siamo a un mese dal 20 febbraio. In quella notte è cominciato il tempo sospeso, sono cambiate le nostre vite, s'è sparsa la paura. È bastata la voce che all'ospedale di Codogno fosse stata individuata l'infezione da Covid-19. Nei grafici è lì il misero puntino dal quale parte "la curva", la salita verso il "picco" ancora ignoto dei casi, ma quei numeri sono esseri umani, guariti e defunti, sono i sofferenti. Due giorni dopo viene trovata morta in casa un'anziana signora, i dieci comuni del lodigiano si tramutano in "zona rossa", ecco l'assessore regionale al Welfare Giulio Gallera quotidianamente in diretta tv. Sempre lui, il 27 febbraio annuncia che i casi sono già 403 in Lombardia. E il giorno dopo in diretta Facebook, il presidente Fontana si mette la mascherina, spiega che una sua collaboratrice è risultata positiva. E che l'ondata di piena possa sommergere le terapie intensive lo si capisce quando i malati attaccati ai respiratori e sedati negli ospedali lombardi salgono in un solo giorno, era il 3 marzo, di 40 unità, da 127 a 167: da allora a oggi la media regionale è di 49 ricoveri in terapia intensiva al giorno. E se qui a Milano, il 6 marzo, i casi di contagio erano 119, l'ultimo dato parla di 1378.

Sono questi i numeri. E valgono più dei sostantivi per spiegare come mai dobbiamo vivere le nostre non Cinque, ma almeno Venticinque Giornate di Milano. Una gigantesca barricata collettiva, non strada per strada, non come ai tempi del Risorgimento, quando il nemico aveva divise e baionette, ma appartamento per appartamento, come c'impongono le regole nazionali e regionali e il nuovo nemico, che è invisibile, subdolo, mutante, e sinora ci ha spiazzato.

Non è un caso che l'arcivescovo Mario Delpini sia salito in cima al Duomo, per pregare e dire "Oh mia bela Madunina", e che molti super ricchi abbiamo dato contributi milionari. Sia per ospedali da campo sia per il fondo di mutuo soccorso organizzato dal sindaco. Contribuiscono a proteggere le persone, la città, il consumo, il mercato, uno stile di vita. Se vacilla Milano, che ne sarà delle altre parti d'Italia? Ma anche qui si sente dire che scarseggiano i farmaci, che medici e infermieri sono stanchi e a loro volta in lacrime, falcidiati dal contagio, mentre la terapia intensiva è al lumicino.

Il presidente Fontana riceve la Protezione civile cinese che ha combattuto a Wuhan, epicentro del contagio pandemico, e invoca le forze armate. Vuol impegnare i plotoni dell'operazione "Strade sicure" in quella che viene definita "la battaglia di Milano". Anche dal suo ufficio a Palazzo Marino, il sindaco Beppe Sala abbraccia i caduti di Bergamo e Brescia, incoraggia chi sta in ospedale e racconta la sua malattia: "Sono rimasto un mese in una camera sterile, dopo un trapianto di cellule staminali, non era una passeggiata, ma si può fare". Si può fare, è così, chiusi in casa ce lo ripetiamo ogni sera, ogni mattino, guardando un cielo mai stato così pulito, eppure mai così cupo.