Non ho niente contro i runner, ho amici runner. Basta che siano runner a casa loro.
Magari (esagero, lo so) facendosi chiamare podisti.
Però.
Però vederli dalla finestra, come a molti — sono un tizio prevedibile — mi restituisce la lieve inquietudine per chi pare estraniarsi dalla lotta (cit.) che ho esplicitato sui social, speravo in modo ironico. Invece, cazziatoni. E proprio dagli amici runner di cui sopra: perché non te la prendi con chi va a comprare il pane sei volte al giorno? O con chi circumnaviga il globo terraqueo per far mingere il cane? O con chi, per raggiungere nonno in bici, vince la Milano-Sanremo?
In effetti, la condizione del runner è paradigmatica dei molti che, non senza ragioni, soffrono la reclusione domestica come un duplice affronto. Personale, e di gruppo. Di famiglia. Anzi: triplice. Perché c’è anche un dato politico, ossia la necessità di uscire da questa cappa rimanendo nella democrazia. …
Magari (esagero, lo so) facendosi chiamare podisti.
Però.
Però vederli dalla finestra, come a molti — sono un tizio prevedibile — mi restituisce la lieve inquietudine per chi pare estraniarsi dalla lotta (cit.) che ho esplicitato sui social, speravo in modo ironico. Invece, cazziatoni. E proprio dagli amici runner di cui sopra: perché non te la prendi con chi va a comprare il pane sei volte al giorno? O con chi circumnaviga il globo terraqueo per far mingere il cane? O con chi, per raggiungere nonno in bici, vince la Milano-Sanremo?
In effetti, la condizione del runner è paradigmatica dei molti che, non senza ragioni, soffrono la reclusione domestica come un duplice affronto. Personale, e di gruppo. Di famiglia. Anzi: triplice. Perché c’è anche un dato politico, ossia la necessità di uscire da questa cappa rimanendo nella democrazia. …
Non ho niente contro i runner, ho amici runner. Basta che siano runner a casa loro.
Magari (esagero, lo so) facendosi chiamare podisti.
Però.
Però vederli dalla finestra, come a molti — sono un tizio prevedibile — mi restituisce la lieve inquietudine per chi pare estraniarsi dalla lotta (cit.) che ho esplicitato sui social, speravo in modo ironico. Invece, cazziatoni. E proprio dagli amici runner di cui sopra: perché non te la prendi con chi va a comprare il pane sei volte al giorno? O con chi circumnaviga il globo terraqueo per far mingere il cane? O con chi, per raggiungere nonno in bici, vince la Milano-Sanremo?
In effetti, la condizione del runner è paradigmatica dei molti che, non senza ragioni, soffrono la reclusione domestica come un duplice affronto. Personale, e di gruppo. Di famiglia. Anzi: triplice. Perché c’è anche un dato politico, ossia la necessità di uscire da questa cappa rimanendo nella democrazia. Dunque mantenendo la propria libertà individuale. Come hanno sottolineato, tra gli altri, gli scrittori Paolo Nori e Wu Ming.
Perdippiù, gli amici del Fitbit si ritrovano braccati virtualmente da quelli che gli sparerebbero pallini dal balcone. Quelli che li insultano dalle finestre. I semplici detrattori. Animati, alcuni, da senso civico mischiato a frustrazione. Gli altri, dalla sindrome del caposcala di Ventennale memoria e dalla facilità del bersaglio, che è identificabile. In divisa.
Cerchiamo allora di capire insieme come questo derby un filo astioso potrebbe essere l’esempio, anche, di come ce la faremo.
Primo punto: il disagio personale. Starsene a casa, per chi abbia abbracciato l’attività sportiva come passione, decompressione, salutismo, rappresenta un annullarsi. Annullare i progressi fatti. Ma c’è un prima e un dopo. Ora, #stateacasa. Dopo, #stateadieta. Si è fermato Messi, potete fermarvi pure voi. Né vale il “ma che male faccio, sono solo, in campagna”. Perché, al di là delle regole violate, si rischia la cosiddetta sindrome delle partenze intelligenti: tutti in coda sulla A14 alle quattro del mattino. Ma intelligentissimi.
Punto secondo: l’appartenenza. Spesso gli italiani preferiscono un nemico indefinito — lo Stato — invece di chi, ad esempio, li deruba delle tasse non pagate. Invece di prendersela con la quarantena, mi permetto di suggerire disprezzo verso chi, per violarla, ha recuperato una tuta in lycra mistoterital dalla soffitta e l’ha fatta aderire come una seconda pelle al boiler ombelicale. Sono loro, la loro faccia tosta, ad aver inserito nel comportamento degli agenti la logica da bar del “per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”.
Punto terzo: la democrazia. La parola “guerra” descrive bene il contesto, ma certo non può essere usata per comprimere le libertà personali. Tutto sta a capirsi. E tutto sta a delimitare il negoziabile. Sarebbe davvero paradossale se per difendere la libertà di sciogliersi i muscoli concedessimo agli Zaia, ai Fontana, a quelli che per ragioni anche contestualizzabili (i cimiteri che scoppiano) già ringhiano parole come “coprifuoco”, il destro per tuffarci in Sudamerica.
Per questo, amici runner, lo chiedo con un filo di voce a nome di tutti noi che al massimo facciamo una passeggiatina: non uscite. Come tutti dovrebbero fare. Per avvicinare il tempo in cui potrei mettermi a correre persino io.
Finirà che vi ringrazieremo pure. Come molti altri in divisa, da qualche tempo in qua.
Magari (esagero, lo so) facendosi chiamare podisti.
Però.
Però vederli dalla finestra, come a molti — sono un tizio prevedibile — mi restituisce la lieve inquietudine per chi pare estraniarsi dalla lotta (cit.) che ho esplicitato sui social, speravo in modo ironico. Invece, cazziatoni. E proprio dagli amici runner di cui sopra: perché non te la prendi con chi va a comprare il pane sei volte al giorno? O con chi circumnaviga il globo terraqueo per far mingere il cane? O con chi, per raggiungere nonno in bici, vince la Milano-Sanremo?
In effetti, la condizione del runner è paradigmatica dei molti che, non senza ragioni, soffrono la reclusione domestica come un duplice affronto. Personale, e di gruppo. Di famiglia. Anzi: triplice. Perché c’è anche un dato politico, ossia la necessità di uscire da questa cappa rimanendo nella democrazia. Dunque mantenendo la propria libertà individuale. Come hanno sottolineato, tra gli altri, gli scrittori Paolo Nori e Wu Ming.
Perdippiù, gli amici del Fitbit si ritrovano braccati virtualmente da quelli che gli sparerebbero pallini dal balcone. Quelli che li insultano dalle finestre. I semplici detrattori. Animati, alcuni, da senso civico mischiato a frustrazione. Gli altri, dalla sindrome del caposcala di Ventennale memoria e dalla facilità del bersaglio, che è identificabile. In divisa.
Cerchiamo allora di capire insieme come questo derby un filo astioso potrebbe essere l’esempio, anche, di come ce la faremo.
Primo punto: il disagio personale. Starsene a casa, per chi abbia abbracciato l’attività sportiva come passione, decompressione, salutismo, rappresenta un annullarsi. Annullare i progressi fatti. Ma c’è un prima e un dopo. Ora, #stateacasa. Dopo, #stateadieta. Si è fermato Messi, potete fermarvi pure voi. Né vale il “ma che male faccio, sono solo, in campagna”. Perché, al di là delle regole violate, si rischia la cosiddetta sindrome delle partenze intelligenti: tutti in coda sulla A14 alle quattro del mattino. Ma intelligentissimi.
Punto secondo: l’appartenenza. Spesso gli italiani preferiscono un nemico indefinito — lo Stato — invece di chi, ad esempio, li deruba delle tasse non pagate. Invece di prendersela con la quarantena, mi permetto di suggerire disprezzo verso chi, per violarla, ha recuperato una tuta in lycra mistoterital dalla soffitta e l’ha fatta aderire come una seconda pelle al boiler ombelicale. Sono loro, la loro faccia tosta, ad aver inserito nel comportamento degli agenti la logica da bar del “per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”.
Punto terzo: la democrazia. La parola “guerra” descrive bene il contesto, ma certo non può essere usata per comprimere le libertà personali. Tutto sta a capirsi. E tutto sta a delimitare il negoziabile. Sarebbe davvero paradossale se per difendere la libertà di sciogliersi i muscoli concedessimo agli Zaia, ai Fontana, a quelli che per ragioni anche contestualizzabili (i cimiteri che scoppiano) già ringhiano parole come “coprifuoco”, il destro per tuffarci in Sudamerica.
Per questo, amici runner, lo chiedo con un filo di voce a nome di tutti noi che al massimo facciamo una passeggiatina: non uscite. Come tutti dovrebbero fare. Per avvicinare il tempo in cui potrei mettermi a correre persino io.
Finirà che vi ringrazieremo pure. Come molti altri in divisa, da qualche tempo in qua.