Carlo Smuraglia se la ricorda bene, la guerra. Lui l'ha fatta contro i nazifascisti, aveva vent'anni. E a ragion veduta oggi il presidente onorario dell'Associazione dei partigiani parla dell'epidemia di Covid-19 come fosse "un'altra guerra". Ma la "guerra" è l'immagine evocata da tutti, anche da chi non sa che cosa sia. Politici, economisti, commentatori, gente comune. Per ragioni anagrafiche coloro che hanno vissuto quei momenti terribili sono sempre meno numerosi. Per la maggior parte gli italiani sono perciò appesi alla memoria e ai racconti dei più anziani, dei genitori o dei nonni. Storie, soprattutto, di come scorreva la vita durante la guerra, mentre la gente moriva. Il coprifuoco alle cinque del pomeriggio, pure d'estate, con i ragazzini chiusi in casa e un caldo soffocante. Nessuno poteva uscire, se non con un permesso speciale. Oppure a proprio rischio e pericolo: il rischio di essere beccati da qualcuno i…
Carlo Smuraglia se la ricorda bene, la guerra. Lui l'ha fatta contro i nazifascisti, aveva vent'anni. E a ragion veduta oggi il presidente onorario dell'Associazione dei partigiani parla dell'epidemia di Covid-19 come fosse "un'altra guerra". Ma la "guerra" è l'immagine evocata da tutti, anche da chi non sa che cosa sia. Politici, economisti, commentatori, gente comune. Per ragioni anagrafiche coloro che hanno vissuto quei momenti terribili sono sempre meno numerosi. Per la maggior parte gli italiani sono perciò appesi alla memoria e ai racconti dei più anziani, dei genitori o dei nonni. Storie, soprattutto, di come scorreva la vita durante la guerra, mentre la gente moriva. Il coprifuoco alle cinque del pomeriggio, pure d'estate, con i ragazzini chiusi in casa e un caldo soffocante. Nessuno poteva uscire, se non con un permesso speciale. Oppure a proprio rischio e pericolo: il rischio di essere beccati da qualcuno in divisa e il pericolo di finire in carcere. E i razionamenti dei generi alimentari, le tessere annonarie, i negozi con gli scaffali semivuoti.
È successo ieri, quando mancavano soltanto internet e tutta questa plastica. Per il resto c'era già quasi ogni cosa: le automobili, i telefoni, la sanità pubblica, le pensioni, le vacanze al mare e in montagna, la Coca-cola... E la televisione, ci pensate? Le olimpiadi del 1936, per capirci quelle dei quattro ori vinti dal nero Jesse Owens davanti a Hitler, andarono in diretta sulla tivù tedesca e la Nbc trasmetteva regolarmente negli Stati Uniti dal 1939.
Tanta strada hanno però fatto in poco tempo le democrazie europee, da precipitare quei ricordi dei genitori o dei nonni in un passato immaginario. Così irreale da non poter più tornare, se non negli echi lontani stile "Truman show" di conflitti etnici nei Balcani e guerre in Libia, Iraq, Siria o Ucraina. Risultato, le generazioni successive a quella che ha vissuto gli anni terribili quando in Europa si combatteva ancora hanno dato per scontate una serie infinita di cose che hanno a che fare con la pace. Senza pensare che un giorno tutto questo sarebbe stato messo in discussione, non a causa di una guerra ormai impossibile ma da un piccolissimo impalpabile virus. Come fossimo finiti tutti in uno di quei tanti film da fine del mondo.
Dunque è comprensibile essere disorientati e spaventati dal bollettino quotidiano dei contagi e dei morti. Improvvisamente siamo costretti a cambiare stile di vita, con restrizioni sempre più pesanti e perfino paradossali in un mondo come quello che abbiamo conosciuto finora, rinunciando alle cose più importanti che la fine delle guerre ci ha regalato. E che in nessun momento della nostra storia sono state così abbondanti: a cominciare dalla libertà di movimento, elemento fondamentale di una società democratica. Chi avrebbe mai pensato di dover provare, sia pure in un contesto diverso, l'esperienza dei nostri genitori o nonni?
Non poter uscire di casa senza giustificazione o permesso speciale, né andare a trovare un amico, e neppure andare al mare o al ristorante. Al massimo, al supermercato con gli orari razionati o in farmacia. Ma a differenza dei nostri genitori o nonni siamo obbligati temporaneamente a rinunciare a certe libertà fondamentali non da un nemico, ma per difendere proprio quelle. Dobbiamo esserne consapevoli. E qui comincia la lezione del coronavirus. Insegna che ci sono cose che neppure in democrazia si possono sempre dare per scontate, e che il bene della collettività della quale facciamo parte può talvolta imporre pesanti sacrifici individuali. Oltre a mettere a dura prova l'abnegazione di chi rischia la propria vita, sia un medico o un infermiere, per salvare quella altrui.
Così l'epidemia ci induce a riflettere sull'importanza di essere una comunità e sui valori autentici che rendono tale un gruppo di esseri umani con radici e tradizioni ancora apparentemente molto diverse: solidarietà, condivisione, sincerità, trasparenza, rispetto delle regole. Tutte cose necessarie per riprenderci la vita che avevamo. Non vale forse come consolazione: ma se avremo imparato bene la lezione, quando tutto sarà finito, questo Paese ne potrà uscire anche migliore di prima.
È successo ieri, quando mancavano soltanto internet e tutta questa plastica. Per il resto c'era già quasi ogni cosa: le automobili, i telefoni, la sanità pubblica, le pensioni, le vacanze al mare e in montagna, la Coca-cola... E la televisione, ci pensate? Le olimpiadi del 1936, per capirci quelle dei quattro ori vinti dal nero Jesse Owens davanti a Hitler, andarono in diretta sulla tivù tedesca e la Nbc trasmetteva regolarmente negli Stati Uniti dal 1939.
Tanta strada hanno però fatto in poco tempo le democrazie europee, da precipitare quei ricordi dei genitori o dei nonni in un passato immaginario. Così irreale da non poter più tornare, se non negli echi lontani stile "Truman show" di conflitti etnici nei Balcani e guerre in Libia, Iraq, Siria o Ucraina. Risultato, le generazioni successive a quella che ha vissuto gli anni terribili quando in Europa si combatteva ancora hanno dato per scontate una serie infinita di cose che hanno a che fare con la pace. Senza pensare che un giorno tutto questo sarebbe stato messo in discussione, non a causa di una guerra ormai impossibile ma da un piccolissimo impalpabile virus. Come fossimo finiti tutti in uno di quei tanti film da fine del mondo.
Dunque è comprensibile essere disorientati e spaventati dal bollettino quotidiano dei contagi e dei morti. Improvvisamente siamo costretti a cambiare stile di vita, con restrizioni sempre più pesanti e perfino paradossali in un mondo come quello che abbiamo conosciuto finora, rinunciando alle cose più importanti che la fine delle guerre ci ha regalato. E che in nessun momento della nostra storia sono state così abbondanti: a cominciare dalla libertà di movimento, elemento fondamentale di una società democratica. Chi avrebbe mai pensato di dover provare, sia pure in un contesto diverso, l'esperienza dei nostri genitori o nonni?
Non poter uscire di casa senza giustificazione o permesso speciale, né andare a trovare un amico, e neppure andare al mare o al ristorante. Al massimo, al supermercato con gli orari razionati o in farmacia. Ma a differenza dei nostri genitori o nonni siamo obbligati temporaneamente a rinunciare a certe libertà fondamentali non da un nemico, ma per difendere proprio quelle. Dobbiamo esserne consapevoli. E qui comincia la lezione del coronavirus. Insegna che ci sono cose che neppure in democrazia si possono sempre dare per scontate, e che il bene della collettività della quale facciamo parte può talvolta imporre pesanti sacrifici individuali. Oltre a mettere a dura prova l'abnegazione di chi rischia la propria vita, sia un medico o un infermiere, per salvare quella altrui.
Così l'epidemia ci induce a riflettere sull'importanza di essere una comunità e sui valori autentici che rendono tale un gruppo di esseri umani con radici e tradizioni ancora apparentemente molto diverse: solidarietà, condivisione, sincerità, trasparenza, rispetto delle regole. Tutte cose necessarie per riprenderci la vita che avevamo. Non vale forse come consolazione: ma se avremo imparato bene la lezione, quando tutto sarà finito, questo Paese ne potrà uscire anche migliore di prima.