Il brutto della diretta
Sebastiano Messina , di SEBASTIANO MESSINAGli annunci del premier Conte arrivano di notte o a tarda sera, vanno in onda in ritardo e non chiariscono nulla sulle misure sempre più dure imposte al Paese
Noi italiani che in rispettosa obbedienza dei decreti del governo viviamo barricati in casa senza sapere quando finirà questo coprifuoco antivirus temiamo ormai tre cose, nell’ordine: che manchi la luce, che salti Internet e che Conte annunci un altro messaggio al Paese. Non solo e non tanto per quello che può dirci, ma per l’ansia crescente che il presidente del Consiglio riesce puntualmente a creare tra il tinello e il soggiorno.
Certamente a Palazzo Chigi immaginano l’aria pesante che cala in ogni casa quando il capo della Protezione civile annuncia – premettendo puntualmente «purtroppo» - che ci sono stati 792 morti nelle ultime 24 ore, e il telegiornale ci mostra un’altra fila di camion militari che portano via altre 60 bare dalla martoriata Bergamo. Ma evidentemente non si rendono conto dell’angoscia nervosa che si aggiunge a quell’infinito dolore quando all’ora di cena arriva la notizia che alle 22,30 il…
Certamente a Palazzo Chigi immaginano l’aria pesante che cala in ogni casa quando il capo della Protezione civile annuncia – premettendo puntualmente «purtroppo» - che ci sono stati 792 morti nelle ultime 24 ore, e il telegiornale ci mostra un’altra fila di camion militari che portano via altre 60 bare dalla martoriata Bergamo. Ma evidentemente non si rendono conto dell’angoscia nervosa che si aggiunge a quell’infinito dolore quando all’ora di cena arriva la notizia che alle 22,30 il…
Noi italiani che in rispettosa obbedienza dei decreti del governo viviamo barricati in casa senza sapere quando finirà questo coprifuoco antivirus temiamo ormai tre cose, nell’ordine: che manchi la luce, che salti Internet e che Conte annunci un altro messaggio al Paese. Non solo e non tanto per quello che può dirci, ma per l’ansia crescente che il presidente del Consiglio riesce puntualmente a creare tra il tinello e il soggiorno.
Certamente a Palazzo Chigi immaginano l’aria pesante che cala in ogni casa quando il capo della Protezione civile annuncia – premettendo puntualmente «purtroppo» - che ci sono stati 792 morti nelle ultime 24 ore, e il telegiornale ci mostra un’altra fila di camion militari che portano via altre 60 bare dalla martoriata Bergamo. Ma evidentemente non si rendono conto dell’angoscia nervosa che si aggiunge a quell’infinito dolore quando all’ora di cena arriva la notizia che alle 22,30 il premier farà un altro discorso agli italiani per annunciare nuove chiusure, nuove misure, nuovi divieti.
Né riescono a intuire cosa succede davanti alla tv quando il Tg1 interrompe una replica scacciapensieri di Fiorello per una edizione straordinaria chiesta da Conte, dove però lui non si vede e non fa sapere nulla, costringendo i due giornalisti in onda – Emma D’Aquino e Roberto Chinzari - a raschiare con ammirevole professionalità il fondo del barile per 55 minuti prima che lui si decida ad accendere la telecamera. E giustamente qualcuno si è chiesto quale senso di affidabilità trasmetta, in momenti come questo, un premier che prima chiede agli italiani di ascoltare un suo messaggio importante e poi non riesce neanche a rispettare quell’appuntamento con il Paese.
E quando finalmente si presenta sui teleschermi, per comunicare una notiziola come la chiusura dell’Azienda Italia, fa un elenco approssimativo di ciò che resterà aperto e non ci dice neanche fino a quando. Messaggio, attenzione, che non viene più dato in una conferenza stampa e nemmeno a reti unificate, ma sotto la bizzarra forma di una «diretta Facebook», con il social network di mister Zuckerberg promosso ormai a canale ufficiale del governo italiano, con gli elettori trasformati in followers.
Come era già successo l’11 marzo, quando Conte annunciò dalla sua pagina Facebook la chiusura di negozi, bar e ristoranti. Anche allora di sera, ma almeno alle 20,30, dopo il Tg1. Due giorni prima aveva aspettato le 21,30 – il prime time televisivo – per comunicarci che l’Italia intera era diventata “zona arancione”, anzi “zona protetta”, e che da quel momento nessun italiano poteva più muoversi da un posto all’altro.
Ma la vera radice di quest’ansia che si rinnova a ogni annuncio è nell’indimenticabile attesa del 7 marzo, diventato 8, quando lui aspettò le 2,20 della notte per decretare ufficialmente in diretta tv il divieto di entrare e uscire da quasi tutto il Nord Italia, dopo aver sbadatamente lasciato circolare la bozza su carta intestata di Palazzo Chigi che a Milano spinse migliaia di meridionali a prendere d’assalto tutti i treni notturni diretti al Sud, portando in dono ad amici e parenti il virus che avevano già in corpo.
Da quel giorno, il governo ha cambiato cinque volte i divieti (e quattro volte il modulo da riempire per potere andare in farmacia). Si è fatto precedere dalle Regioni e dai Comuni nell’adozione delle contromisure, alla fine rincorrendo la disperata severità del governatore Fontana e lasciando ai carabinieri, ai poliziotti e ai vigili il compito e il potere di decidere cosa sia davvero proibito e cosa no.
Elencando con gelida precisione gli errori commessi da Conte, ieri il New York Times scriveva che l’esperienza italiana insegna che «le misure devono essere rapide, messe in atto con chiarezza e applicate rigorosamente». Che purtroppo – come direbbe il commissario Angelo Borrelli – è l’esatto contrario di quello che finora ha fatto il governo italiano.
Certamente a Palazzo Chigi immaginano l’aria pesante che cala in ogni casa quando il capo della Protezione civile annuncia – premettendo puntualmente «purtroppo» - che ci sono stati 792 morti nelle ultime 24 ore, e il telegiornale ci mostra un’altra fila di camion militari che portano via altre 60 bare dalla martoriata Bergamo. Ma evidentemente non si rendono conto dell’angoscia nervosa che si aggiunge a quell’infinito dolore quando all’ora di cena arriva la notizia che alle 22,30 il premier farà un altro discorso agli italiani per annunciare nuove chiusure, nuove misure, nuovi divieti.
Né riescono a intuire cosa succede davanti alla tv quando il Tg1 interrompe una replica scacciapensieri di Fiorello per una edizione straordinaria chiesta da Conte, dove però lui non si vede e non fa sapere nulla, costringendo i due giornalisti in onda – Emma D’Aquino e Roberto Chinzari - a raschiare con ammirevole professionalità il fondo del barile per 55 minuti prima che lui si decida ad accendere la telecamera. E giustamente qualcuno si è chiesto quale senso di affidabilità trasmetta, in momenti come questo, un premier che prima chiede agli italiani di ascoltare un suo messaggio importante e poi non riesce neanche a rispettare quell’appuntamento con il Paese.
E quando finalmente si presenta sui teleschermi, per comunicare una notiziola come la chiusura dell’Azienda Italia, fa un elenco approssimativo di ciò che resterà aperto e non ci dice neanche fino a quando. Messaggio, attenzione, che non viene più dato in una conferenza stampa e nemmeno a reti unificate, ma sotto la bizzarra forma di una «diretta Facebook», con il social network di mister Zuckerberg promosso ormai a canale ufficiale del governo italiano, con gli elettori trasformati in followers.
Come era già successo l’11 marzo, quando Conte annunciò dalla sua pagina Facebook la chiusura di negozi, bar e ristoranti. Anche allora di sera, ma almeno alle 20,30, dopo il Tg1. Due giorni prima aveva aspettato le 21,30 – il prime time televisivo – per comunicarci che l’Italia intera era diventata “zona arancione”, anzi “zona protetta”, e che da quel momento nessun italiano poteva più muoversi da un posto all’altro.
Ma la vera radice di quest’ansia che si rinnova a ogni annuncio è nell’indimenticabile attesa del 7 marzo, diventato 8, quando lui aspettò le 2,20 della notte per decretare ufficialmente in diretta tv il divieto di entrare e uscire da quasi tutto il Nord Italia, dopo aver sbadatamente lasciato circolare la bozza su carta intestata di Palazzo Chigi che a Milano spinse migliaia di meridionali a prendere d’assalto tutti i treni notturni diretti al Sud, portando in dono ad amici e parenti il virus che avevano già in corpo.
Da quel giorno, il governo ha cambiato cinque volte i divieti (e quattro volte il modulo da riempire per potere andare in farmacia). Si è fatto precedere dalle Regioni e dai Comuni nell’adozione delle contromisure, alla fine rincorrendo la disperata severità del governatore Fontana e lasciando ai carabinieri, ai poliziotti e ai vigili il compito e il potere di decidere cosa sia davvero proibito e cosa no.
Elencando con gelida precisione gli errori commessi da Conte, ieri il New York Times scriveva che l’esperienza italiana insegna che «le misure devono essere rapide, messe in atto con chiarezza e applicate rigorosamente». Che purtroppo – come direbbe il commissario Angelo Borrelli – è l’esatto contrario di quello che finora ha fatto il governo italiano.