La tortura della confusione
Stefano Folli , di STEFANO FOLLIAi cittadini si potrebbe almeno evitare il balletto delle date, con mezze notizie diffuse in modo contraddittorio, su quando si tornerà a una vita normale
Ogni giorno ha la sua pena, ma esistono peripezie che potrebbero essere evitate al cittadino nella stagione oscura che viviamo. Ad esempio il balletto delle date sul tema "quando riaprirà il Paese", ossia quando si tornerà a lavorare e a una parvenza di vita normale. S'intende, nulla è facile in questo momento, il più drammatico dalla fine della Seconda guerra mondiale. Chi governa - bene, male, malissimo: poi si farà il bilancio - è posto di fronte a un dilemma che non ha precedenti in tempo di pace: privilegiare la sicurezza degli italiani, e quindi la loro vita, o tentare di evitare il collasso economico che incombe, un incubo sempre più reale man mano che i giorni passano nella paralisi dell'isolamento autocertificato.
È una prova gravosa per chiunque, figurarsi per chi è stato proiettato sul palcoscenico nazionale senza esperienza di come si regge uno Stato solcato da ruggini antiche, costretto ad a…
È una prova gravosa per chiunque, figurarsi per chi è stato proiettato sul palcoscenico nazionale senza esperienza di come si regge uno Stato solcato da ruggini antiche, costretto ad a…
Ogni giorno ha la sua pena, ma esistono peripezie che potrebbero essere evitate al cittadino nella stagione oscura che viviamo. Ad esempio il balletto delle date sul tema "quando riaprirà il Paese", ossia quando si tornerà a lavorare e a una parvenza di vita normale. S'intende, nulla è facile in questo momento, il più drammatico dalla fine della Seconda guerra mondiale. Chi governa - bene, male, malissimo: poi si farà il bilancio - è posto di fronte a un dilemma che non ha precedenti in tempo di pace: privilegiare la sicurezza degli italiani, e quindi la loro vita, o tentare di evitare il collasso economico che incombe, un incubo sempre più reale man mano che i giorni passano nella paralisi dell'isolamento autocertificato.
È una prova gravosa per chiunque, figurarsi per chi è stato proiettato sul palcoscenico nazionale senza esperienza di come si regge uno Stato solcato da ruggini antiche, costretto ad affrontare primo al mondo (Cina a parte) la tragedia del virus. Quello che si chiede non è la perfezione nei comportamenti e nelle strategie, ma la capacità di comprendere che una comunità spaventata e in ansia non può subire quotidiane docce fredde da parte di chi non sa decidere, ma soprattutto non sa comunicare né spiegarsi. C'è una sofferenza psicologica che viene inflitta con apparente noncuranza, vale a dire senza pesare le conseguenze, attraverso mezze notizie diffuse in modo contraddittorio.
Tre giorni fa il presidente del Consiglio aveva dichiarato: "Proroghiamo l'attuale regime delle misure restrittive, così come sono state disposte, fino al 13 aprile". Ieri mattina invece il capo della Protezione Civile, Borrelli, ha parlato di un blocco fino al primo maggio; sollecitato, ha lasciato intendere che la riapertura potrebbe slittare fino al 16 maggio, o magari prima o forse dopo quella data. Nel frattempo anche il premier Conte ha spostato in avanti il calendario dell'isolamento: almeno altri dieci giorni dopo il 13 aprile, il che avvicina la fine del mese. Ma il 23 non è il primo maggio: che succede in quella settimana?
È bene ripeterlo, a scanso di equivoci. Con un numero di morti giornalieri ancora superiore a 700 (ieri 766) e con il rischio di un'epidemia "di ritorno", come a Hong Kong, le esitazioni di chi deve decidere se e come riaprire hanno una giustificazione politica e naturalmente umana. Solo chi non ha responsabilità può ostentare una facile sicurezza.
Quello che è inaccettabile è il caos, la confusione delle date, il dire la verità un pezzo per volta così da disorientare ancora di più il normale cittadino: cioè l'uomo o la donna che tende ad avere fiducia in chi guida il Paese e non merita per questo di subire una sottile tortura psicologica al limite del sadismo. Forse non è fuori luogo desiderare, o addirittura pretendere, che le comunicazioni con l'opinione pubblica siano affidate a una singola persona, meglio se esponente del Conte-bis con un ruolo politico di medio livello, ad esempio un sottosegretario. Il capo della Protezione civile è ovviamente impegnato nel suo estenuante lavoro e non è giusto che debba presentarsi ai giornalisti non una, ma persino due volte: come è accaduto ieri con i risultati che si son visti. E anche il presidente del Consiglio è oberato di cose da fare, per cui le sue apparizioni in tv e le conferenze stampa in prima persona rischiano di essere un carico ulteriore suscettibile di generare incomprensioni e nuove fratture. Soprattutto tra i palazzi della politica e l'Italia che teme il disastro economico dopo quello sanitario.
È una prova gravosa per chiunque, figurarsi per chi è stato proiettato sul palcoscenico nazionale senza esperienza di come si regge uno Stato solcato da ruggini antiche, costretto ad affrontare primo al mondo (Cina a parte) la tragedia del virus. Quello che si chiede non è la perfezione nei comportamenti e nelle strategie, ma la capacità di comprendere che una comunità spaventata e in ansia non può subire quotidiane docce fredde da parte di chi non sa decidere, ma soprattutto non sa comunicare né spiegarsi. C'è una sofferenza psicologica che viene inflitta con apparente noncuranza, vale a dire senza pesare le conseguenze, attraverso mezze notizie diffuse in modo contraddittorio.
Tre giorni fa il presidente del Consiglio aveva dichiarato: "Proroghiamo l'attuale regime delle misure restrittive, così come sono state disposte, fino al 13 aprile". Ieri mattina invece il capo della Protezione Civile, Borrelli, ha parlato di un blocco fino al primo maggio; sollecitato, ha lasciato intendere che la riapertura potrebbe slittare fino al 16 maggio, o magari prima o forse dopo quella data. Nel frattempo anche il premier Conte ha spostato in avanti il calendario dell'isolamento: almeno altri dieci giorni dopo il 13 aprile, il che avvicina la fine del mese. Ma il 23 non è il primo maggio: che succede in quella settimana?
È bene ripeterlo, a scanso di equivoci. Con un numero di morti giornalieri ancora superiore a 700 (ieri 766) e con il rischio di un'epidemia "di ritorno", come a Hong Kong, le esitazioni di chi deve decidere se e come riaprire hanno una giustificazione politica e naturalmente umana. Solo chi non ha responsabilità può ostentare una facile sicurezza.
Quello che è inaccettabile è il caos, la confusione delle date, il dire la verità un pezzo per volta così da disorientare ancora di più il normale cittadino: cioè l'uomo o la donna che tende ad avere fiducia in chi guida il Paese e non merita per questo di subire una sottile tortura psicologica al limite del sadismo. Forse non è fuori luogo desiderare, o addirittura pretendere, che le comunicazioni con l'opinione pubblica siano affidate a una singola persona, meglio se esponente del Conte-bis con un ruolo politico di medio livello, ad esempio un sottosegretario. Il capo della Protezione civile è ovviamente impegnato nel suo estenuante lavoro e non è giusto che debba presentarsi ai giornalisti non una, ma persino due volte: come è accaduto ieri con i risultati che si son visti. E anche il presidente del Consiglio è oberato di cose da fare, per cui le sue apparizioni in tv e le conferenze stampa in prima persona rischiano di essere un carico ulteriore suscettibile di generare incomprensioni e nuove fratture. Soprattutto tra i palazzi della politica e l'Italia che teme il disastro economico dopo quello sanitario.