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(ansa)

Coronavirus, il lessico famigliare della quarantena

Nonni affaticati, il contraccolpo sulla serenità dei bambini, le convivenze difficili: l'umore del Paese è cambiato, e nel disagio generale si annidano ansie e malesseri che lasceranno segni
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Il più crudele dei mesi. Non perché sia aprile, come voleva il poeta, ma perché nel passaggio di calendario nulla si muove. Sta diventando sempre più difficile, più faticoso. Bisogna essere sinceri. Non è più il tempo dei canti dai balconi e dei flash mob. La metà del pomeriggio arriva con un silenzio carico di cupezza, di malinconia. «Mi sento infragilita»: è una voce di sfogo, tra le tante. «E dentro, qualcosa si allenta. Una sostanza interiore si sta ulcerando». Niente è paragonabile al dolore e ai lutti della prima linea, ma – come sanno gli psicologi, i terapeuti che continuano a fare le loro sedute, nei limiti del possibile, online – l’umore del Paese sta cambiando, è già cambiato. E dentro questo disagio generale – rassegnazione? Insofferenza? Rabbia? – si annidano ansie e malesseri che lasceranno segni. Poco dopo mezzogiorno, ho sentito arri…
Il più crudele dei mesi. Non perché sia aprile, come voleva il poeta, ma perché nel passaggio di calendario nulla si muove. Sta diventando sempre più difficile, più faticoso. Bisogna essere sinceri. Non è più il tempo dei canti dai balconi e dei flash mob. La metà del pomeriggio arriva con un silenzio carico di cupezza, di malinconia. «Mi sento infragilita»: è una voce di sfogo, tra le tante. «E dentro, qualcosa si allenta. Una sostanza interiore si sta ulcerando». Niente è paragonabile al dolore e ai lutti della prima linea, ma – come sanno gli psicologi, i terapeuti che continuano a fare le loro sedute, nei limiti del possibile, online – l’umore del Paese sta cambiando, è già cambiato. E dentro questo disagio generale – rassegnazione? Insofferenza? Rabbia? – si annidano ansie e malesseri che lasceranno segni. Poco dopo mezzogiorno, ho sentito arrivare dentro casa, dalla finestra aperta, un urlo lunghissimo, un “Bastaaaaa!”: non era giocoso, era sofferente. Altre urla, una lite. Una signora dalla finestra invita qualcuno a chiamare la polizia. L’uomo le risponde male: “La chiami lei”. Allontanandosi commenta: “Guarda se dobbiamo cominciare a litigare fra noi”. 

Siamo sospesi fra il moto di stizza e le lacrime. Abbiamo bisogno di parlare. E di essere ascoltati. Forse i social non bastano. O forse bisogna scavare, nello spazio troppo largo dei social, uno spazio diverso, più intimo. Per questo, una scrittrice, Francesca Cavallo, coautrice del bestseller internazionale Storie della buonanotte per bambine ribelli, ha aperto un gruppo Facebook e l’ha chiamato “DDQ - I diari della quarantena”. «Oggi più che mai è facile sentirci soli e dimenticarci che la nostra storia è solo una fra tante». Ci sono le storie di chi vive da solo, e fatica a reagire. Le storie di chi vive situazioni di tensione in famiglia. Storie di chi sentiva di avere un equilibrio, una stabilità, e sente di averla persa.

Cavallo ha invitato le persone a tenere un diario. Non il solito post buttato lì, ma uno spazio effettivo di condivisione: «Credo – mi ha spiegato – che essere incoraggiati a tenere un diario aiuti a essere più consapevoli di ciò che sta accadendo fuori e dentro di noi. In più, leggere le pagine di diario altrui aiuta a vedere le cose anche dalla prospettiva degli altri. E questo è fondamentale per mantenere la coesione sociale». 

Ciò che colpisce non è solo la singola storia, ma l’interazione con chi si dispone ad ascoltarla. E la sincerità con cui ciascuno si mette in gioco: «Ogni mattina potrei facilmente cadere nel non far nulla» confessa Lorena. La sospensione della quotidianità pareva sulle prime benefica, poi diventa ostile. E questo senso di attesa interminabile, a vuoto. «Ero convinta che per me non sarebbe stato un problema rispettare la quarantena, invece... È una sensazione strana: io non esco mai, o quasi, eppure questo dover stare in casa mi fa sentire prigioniera» scrive Ida.

Quando finirà? Uno dei tanti sondaggi di queste settimane dice che quasi l’80% degli adolescenti forzatamente chiusi in casa si sente stressato, triste, confuso. E che vorrebbe essere ascoltato. Un padre pubblica – scusandosi con la figlia – un testo che la figlia di quindici anni ha scritto come sfogo: «È inutile negarlo, a volte essere distanti da alcune persone può farti sentire davvero solo. Ogni tanto chiudo gli occhi e immagino quando torneremo ad abbracciarci, ma non sarà un abbraccio normale, bensì uno di quelli così veri da far svanire tutto il dolore provato».

C’è anche un altro tipo di attesa – quella di chi, in questa stagione – aspetta un bambino. Come la lettrice trentenne ospitata da Concita De Gregorio nella sua rubrica su “Repubblica” del 5 aprile: «Ti dovrò raccontare che sei nata nel pieno di una pandemia» scrive, rivolgendosi alla bambina che nascerà. E come racconta, nei “Diari della quarantena”, l’amica di una donna che sta per mettere al mondo un figlio. «Ti dico di non preoccuparti ma in cuor mio sono in pena. Mi affaccio al balcone dove ho messo la bandiera tricolore. Annaffio le mie piante e un'ape approva l’operazione. Si disseta. Se il macromondo si è fermato, non mi resta che osservare il micro, che è anche vita, è anche mistero di bellezza». 

Diverse forme di attesa nell’attesa. L’attesa di Nicoletta, bloccata a Bruxelles: «Sì perché quando sei un expat, così come ci chiamano tutti, ti trasferisci in un altro paese e crei una seconda casa, il tuo nido, i tuoi amici, il tuo lavoro, i tuoi amori, tutte le tue cose. È proprio li che cominci a dare quasi tutto per scontato. Poi un giorno ti ritrovi segregata a 2000 chilometri dalla Calabria e a 1300 da Firenze e tutto cambia e la, inizi a mettere tutto in dubbio e ti rendi conto che sono tante le cose che non hai messo in conto o che comunque non hai capito. Ti alzi la mattina e appena realizzi che il mondo è bloccato senza alcuna possibilità di spostarsi, ti manca l’aria».

Diverse paure. Francesca lo chiede senza giri di parole: di che cosa avete paura? Le risposte sono parecchie, e senza difese. Finalmente, senza ironie da social. Paura per la democrazia. Paura per lo schifo che arriverà dopo tutto questo. Paura che di questa esperienza rimanga solo il peggio. Paura di stare peggio tutti insieme. Paura di non saper vivere più come prima le cose che mi rendevano felice. Paura per la mia famiglia. «Per mio figlio, che ha quattro mesi. Paura per mia madre, che lavora come infermiera in un ospedale riconvertito ai malati Covid». 

Il lessico familiare nei giorni della pandemia cambia di segno, come cambiano di segno gli spazi. Non è più la stessa la parola intimità, che diventa difficile da gestire. Per la coppia adulta, per i figli adolescenti. Casa è tutto, è troppo. Camera da letto, cucina, scuola. La fatica di gestire bambini e adolescenti si fa più gravosa. Per i genitori, per i nonni, che non sempre riescono a “sintonizzarsi” con lo stato d’animo dei giovanissimi. E le loro voci, comunque, restano fuori dal racconto, dal diario collettivo: «Stanno anche meno sui social – spiega lo psicoterapeuta Alberto Rossetti, esperto di età evolutiva e autore del recente I giovani non sono una minaccia –, un po’ perché sono ormai troppo pieni di adulti, e poi perché non sanno bene di cosa parlare. “In fondo non è difficile stare a casa, perché in giro non c’è nessuno” mi ha detto l’altro giorno una ragazza. Senza il rapporto con il gruppo, molti ragazzi si spengono». Stanno elaborando l’esperienza di questo periodo? «Poco. Sentono di vivere giornate piatte, tutte uguali. Pensano a queste settimane come a una parentesi, confidano nel dopo, ma non valutano fino in fondo quanto e come potrà essere diverso». Dallo smartphone continua a passare tanto della loro vita? «Sì, ma è diventato imprevedibilmente uno strumento di “lavoro”, come anche il computer, per le lunghe, obbligate videochiamate con i parenti, e soprattutto per la didattica a distanza».

Faticosa, talvolta, pure per chi deve seguirli in questo impegno insolito. E per chi, al di là dello schermo, prova a fare lezione, nonostante tutto e fino in fondo. Anche perché – dice un’insegnante, Elena – «fare didattica a distanza non significa solo fare lezione, ma mantenere i contatti, i legami con gli alunni, che ora, dopo quattro settimane di clausura, cominciano a cedere. Paure, ansie, noia, impotenza sono tutte compagne quotidiane dell'oggi che, temo, lasceranno delle cicatrici negli adulti di domani. A volte, «è come cercare di parlare sott’acqua».