La borsa e la vita
Massimo Giannini , di MASSIMO GIANNINIPer pianificare la "rinascita" bisogna fare due cose. La prima: sgombriamo il campo dall'attesa messianica di un'ora X. La data la stabiliranno i dati. La seconda: per ripartire occorreranno standard di sicurezza codificati, severissimi e omogenei in tutte le aziende
Contare i morti o contare i soldi. È brutale, ma il tragico dilemma intorno al quale ruota la questione della cosiddetta "Fase Due" è esattamente questo. La Scienza ci dice che non dobbiamo abbassare la guardia in attesa che arrivi il vaccino. La Politica ci spiega quindi che nei prossimi mesi dobbiamo abituarci a convivere con il coronavirus.
L'Economia ci avverte che se intanto non riaccendiamo i motori della produzione l'Italia va in bancarotta. Ognuna di queste categorie sociali riflette una parte di verità. Il problema delle classi dirigenti è trovare la sintesi. Affrontare il presente, salvando le persone dalla minaccia del contagio. Garantire il futuro, proteggendole con la certezza del lavoro. In questi primi due mesi di lotta alla pandemia abbiamo affrontato l'emergenza sanitaria come abbiamo potuto: da "nazione-pilota" colpita da un'Apocalisse mai vista dal dopoguerra. Alternando divieti e raccomandazioni. Past…
L'Economia ci avverte che se intanto non riaccendiamo i motori della produzione l'Italia va in bancarotta. Ognuna di queste categorie sociali riflette una parte di verità. Il problema delle classi dirigenti è trovare la sintesi. Affrontare il presente, salvando le persone dalla minaccia del contagio. Garantire il futuro, proteggendole con la certezza del lavoro. In questi primi due mesi di lotta alla pandemia abbiamo affrontato l'emergenza sanitaria come abbiamo potuto: da "nazione-pilota" colpita da un'Apocalisse mai vista dal dopoguerra. Alternando divieti e raccomandazioni. Past…
Contare i morti o contare i soldi. È brutale, ma il tragico dilemma intorno al quale ruota la questione della cosiddetta "Fase Due" è esattamente questo. La Scienza ci dice che non dobbiamo abbassare la guardia in attesa che arrivi il vaccino. La Politica ci spiega quindi che nei prossimi mesi dobbiamo abituarci a convivere con il coronavirus.
L'Economia ci avverte che se intanto non riaccendiamo i motori della produzione l'Italia va in bancarotta. Ognuna di queste categorie sociali riflette una parte di verità. Il problema delle classi dirigenti è trovare la sintesi. Affrontare il presente, salvando le persone dalla minaccia del contagio. Garantire il futuro, proteggendole con la certezza del lavoro. In questi primi due mesi di lotta alla pandemia abbiamo affrontato l'emergenza sanitaria come abbiamo potuto: da "nazione-pilota" colpita da un'Apocalisse mai vista dal dopoguerra. Alternando divieti e raccomandazioni. Pasticciando su mascherine e tamponi. Lasciando troppo soli medici e infermieri. Bisticciando tra Stato e Regioni.
Anche l'emergenza finanziaria l'abbiamo gestita come abbiamo potuto: da Stato europeo appesantito dal debito più alto dell'Unione e dalla burocrazia più opprimente del pianeta Ocse. Cig straordinaria per i dipendenti e bonus troppo modesti per gli autonomi. Adempimenti fiscali rinviati di appena due mesi e nuovi debiti (sotto forma di prestiti garantiti) per le imprese. Ma adesso che la "curva maledetta" comincia a flettere, urge il salto di qualità. "Riapertura", "ripartenza": ognuno la chiami come vuole.
L'appello delle Confindustrie di Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna va in questa direzione. Prolungare il lockdown significa "continuare a non produrre", non fatturare significa "non pagare gli stipendi del prossimo mese". Avanti così, e l'Italia "rischia di spegnere definitivamente il proprio motore". L'allarme è indiscutibile: il Paese perde 10 punti di Pil in due semestri, le aziende bruciano fatturato per 100 miliardi al mese, il made in Italy lascia sul campo 30 miliardi di export. Ci sono aziende che vivono in un paradosso. Nell'automotive la Mta ha chiuso gli impianti a Codogno ma ha già ricominciato a produrre negli stabilimenti di Wuhan. Nella siderurgia la Feralpi ha fermato le macchine nella fabbrica di Brescia ma non le ha mai spente nello stabilimento in Germania. Se a queste eccellenze ferme al Nord aggiungiamo le supplenze del sommerso al Sud, la polveriera del disagio diventa davvero esplosiva. La richiesta è dunque comprensibile: riapriamo dopo Pasqua, "a partire dalle regioni meno colpite dal virus, e per settori".
Il premier Conte lo sa e chiede a tecnici e ministri di "progettare la Fase Due". Walter Ricciardi dà appuntamento "tra due settimane", per verificare se i numeri consentono un graduale ripristino delle attività commerciali e industriali. Di fronte a questo Male, le decisioni dello Stato vengono prima delle ragioni del Capitale. E nel bilanciamento dei diritti (come osserva John Elkann) la salute viene prima del lavoro. Stavolta non possono esserci pressioni o forzature. Quando ci sono state, abbiamo visto com'è finita. Gli aperitivi di Zingaretti ai Navigli, i #Milanononsiferma di Sala e i #Bergamononsiferma di Gori nascono da lì. Il devastante focolaio di Alzano e Nembro nasce dall'ostinata contrarietà alle "zone rosse" manifestata dalle associazioni imprenditoriali di quei territori. E indigna sentire il presidente di Confindustria Lombardia, Bonometti, che attribuisce l'immane bilancio delle vittime in Val Seriana ai "troppi animali in circolazione". Uno schiaffo all'intelligenza, un oltraggio a quei morti.
Se davvero vogliamo pianificare la "rinascita" bisogna fare due cose. La prima: sgombriamo il campo dall'attesa messianica di un'ora X. La data la stabiliranno i dati, non i corpi intermedi: quando l'ormai tristemente noto indice "R0" dei contagi scenderà sotto quota 1 nelle aree più colpite, allora si potranno iniziare a riaprire fabbriche e saracinesche. La seconda: per ripartire occorreranno standard di sicurezza codificati, severissimi e omogenei in tutte le aziende e su tutto il territorio nazionale.
L'esempio virtuoso è ancora una volta quello tedesco, come spiega il leader degli Industriali di Brescia, Pasini: screening di massa, obbligo di mascherine, guanti e distanziamento per tutti i dipendenti, misurazione giornaliera della temperatura, sanificazione dei locali e degli spogliatoi a ogni cambio turno. Sarebbe magnifico: ma dobbiamo dirci con franchezza che oggi, in questo Paese, non siamo in grado di garantire queste "buone pratiche".
Ci sono imprese che, in autonomia, si sono allineate. Due esempi: la Ferrari a Maranello e la Profilati Brevettati a Tezze sul Brenta (raccontata ieri in un reportage del Financial Times). Ma sono eccezioni. A tutt'oggi non conosciamo le condizioni di lavoro nelle 75 mila aziende che hanno riaperto i battenti "in deroga" (con autocertificazione e silenzio-assenso). Sappiamo invece che le mascherine continuano ad arrivare a singhiozzo, ai test sierologici manca tuttora una validazione su scala nazionale, la app per il tracciamento resta nella mente dei 78 esperti nominati dalla responsabile dell'Innovazione, Pisano (a conferma, come diceva il grande Arbasino, che "il sonno della ragione genera ministri"). L'ora sembra meno buia, ma richiede più responsabilità. Ogni calcolo utilitaristico può produrre disastri (vedi Pio Albergo Trivulzio). Tra la borsa e la vita, nonostante tutto, sappiamo ancora cosa scegliere.
L'Economia ci avverte che se intanto non riaccendiamo i motori della produzione l'Italia va in bancarotta. Ognuna di queste categorie sociali riflette una parte di verità. Il problema delle classi dirigenti è trovare la sintesi. Affrontare il presente, salvando le persone dalla minaccia del contagio. Garantire il futuro, proteggendole con la certezza del lavoro. In questi primi due mesi di lotta alla pandemia abbiamo affrontato l'emergenza sanitaria come abbiamo potuto: da "nazione-pilota" colpita da un'Apocalisse mai vista dal dopoguerra. Alternando divieti e raccomandazioni. Pasticciando su mascherine e tamponi. Lasciando troppo soli medici e infermieri. Bisticciando tra Stato e Regioni.
Anche l'emergenza finanziaria l'abbiamo gestita come abbiamo potuto: da Stato europeo appesantito dal debito più alto dell'Unione e dalla burocrazia più opprimente del pianeta Ocse. Cig straordinaria per i dipendenti e bonus troppo modesti per gli autonomi. Adempimenti fiscali rinviati di appena due mesi e nuovi debiti (sotto forma di prestiti garantiti) per le imprese. Ma adesso che la "curva maledetta" comincia a flettere, urge il salto di qualità. "Riapertura", "ripartenza": ognuno la chiami come vuole.
L'appello delle Confindustrie di Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna va in questa direzione. Prolungare il lockdown significa "continuare a non produrre", non fatturare significa "non pagare gli stipendi del prossimo mese". Avanti così, e l'Italia "rischia di spegnere definitivamente il proprio motore". L'allarme è indiscutibile: il Paese perde 10 punti di Pil in due semestri, le aziende bruciano fatturato per 100 miliardi al mese, il made in Italy lascia sul campo 30 miliardi di export. Ci sono aziende che vivono in un paradosso. Nell'automotive la Mta ha chiuso gli impianti a Codogno ma ha già ricominciato a produrre negli stabilimenti di Wuhan. Nella siderurgia la Feralpi ha fermato le macchine nella fabbrica di Brescia ma non le ha mai spente nello stabilimento in Germania. Se a queste eccellenze ferme al Nord aggiungiamo le supplenze del sommerso al Sud, la polveriera del disagio diventa davvero esplosiva. La richiesta è dunque comprensibile: riapriamo dopo Pasqua, "a partire dalle regioni meno colpite dal virus, e per settori".
Il premier Conte lo sa e chiede a tecnici e ministri di "progettare la Fase Due". Walter Ricciardi dà appuntamento "tra due settimane", per verificare se i numeri consentono un graduale ripristino delle attività commerciali e industriali. Di fronte a questo Male, le decisioni dello Stato vengono prima delle ragioni del Capitale. E nel bilanciamento dei diritti (come osserva John Elkann) la salute viene prima del lavoro. Stavolta non possono esserci pressioni o forzature. Quando ci sono state, abbiamo visto com'è finita. Gli aperitivi di Zingaretti ai Navigli, i #Milanononsiferma di Sala e i #Bergamononsiferma di Gori nascono da lì. Il devastante focolaio di Alzano e Nembro nasce dall'ostinata contrarietà alle "zone rosse" manifestata dalle associazioni imprenditoriali di quei territori. E indigna sentire il presidente di Confindustria Lombardia, Bonometti, che attribuisce l'immane bilancio delle vittime in Val Seriana ai "troppi animali in circolazione". Uno schiaffo all'intelligenza, un oltraggio a quei morti.
Se davvero vogliamo pianificare la "rinascita" bisogna fare due cose. La prima: sgombriamo il campo dall'attesa messianica di un'ora X. La data la stabiliranno i dati, non i corpi intermedi: quando l'ormai tristemente noto indice "R0" dei contagi scenderà sotto quota 1 nelle aree più colpite, allora si potranno iniziare a riaprire fabbriche e saracinesche. La seconda: per ripartire occorreranno standard di sicurezza codificati, severissimi e omogenei in tutte le aziende e su tutto il territorio nazionale.
L'esempio virtuoso è ancora una volta quello tedesco, come spiega il leader degli Industriali di Brescia, Pasini: screening di massa, obbligo di mascherine, guanti e distanziamento per tutti i dipendenti, misurazione giornaliera della temperatura, sanificazione dei locali e degli spogliatoi a ogni cambio turno. Sarebbe magnifico: ma dobbiamo dirci con franchezza che oggi, in questo Paese, non siamo in grado di garantire queste "buone pratiche".
Ci sono imprese che, in autonomia, si sono allineate. Due esempi: la Ferrari a Maranello e la Profilati Brevettati a Tezze sul Brenta (raccontata ieri in un reportage del Financial Times). Ma sono eccezioni. A tutt'oggi non conosciamo le condizioni di lavoro nelle 75 mila aziende che hanno riaperto i battenti "in deroga" (con autocertificazione e silenzio-assenso). Sappiamo invece che le mascherine continuano ad arrivare a singhiozzo, ai test sierologici manca tuttora una validazione su scala nazionale, la app per il tracciamento resta nella mente dei 78 esperti nominati dalla responsabile dell'Innovazione, Pisano (a conferma, come diceva il grande Arbasino, che "il sonno della ragione genera ministri"). L'ora sembra meno buia, ma richiede più responsabilità. Ogni calcolo utilitaristico può produrre disastri (vedi Pio Albergo Trivulzio). Tra la borsa e la vita, nonostante tutto, sappiamo ancora cosa scegliere.