Così la Sardegna divenne l'isola del tesoro
Luigi Manconi , di LUIGI MANCONIIl trionfo del Cagliari campione d’Italia arriva dopo anni terribili per una regione che dal 1966 al 1970 si trova ad assistere a un’esplosione di sequestri di persona a fini di estorsione. Mentre in campo si festeggia lo scudetto ormai conquistato, Sandro Ciotti dà la notizia dell'arresto, prima della partita, di due “pericolosi latitanti”, avvicinatisi allo stadio alla ricerca degli autografi dei giocatori
La storia che segue, come tutte quelle che hanno come scenario un’isola, è un intreccio enigmatico e fascinoso di vero e falso, di realtà documentata e di narrazione apocrifa, di cose accadute e registrate e altre che sfumano irresistibilmente nel mito, nell’epos, nella leggenda. Districarvisi non è facile, ma abbandonarsi ai chiaroscuri del dormiveglia può essere piacevole. Come incipit potremmo scegliere un documento, difficile da reperire, ma impossibile da confutare. E’ una sorta di bollettino della vittoria, recitato dal cronista d’azione Sandro Ciotti, nel corso della radiocronaca dell’incontro Cagliari-Bari allo stadio Amsicora del capoluogo sardo, esattamente mezzo secolo fa: " ...e ora è ancora il Bari all'attacco con il n. 3 Furlanis, sul quale ha recuperato prontamente Nenè, da questi in appoggio di piatto destro verso Domenghini che si avvia verso la fascia centrale del campo, poi di esterno d…
La storia che segue, come tutte quelle che hanno come scenario un’isola, è un intreccio enigmatico e fascinoso di vero e falso, di realtà documentata e di narrazione apocrifa, di cose accadute e registrate e altre che sfumano irresistibilmente nel mito, nell’epos, nella leggenda. Districarvisi non è facile, ma abbandonarsi ai chiaroscuri del dormiveglia può essere piacevole. Come incipit potremmo scegliere un documento, difficile da reperire, ma impossibile da confutare. E’ una sorta di bollettino della vittoria, recitato dal cronista d’azione Sandro Ciotti, nel corso della radiocronaca dell’incontro Cagliari-Bari allo stadio Amsicora del capoluogo sardo, esattamente mezzo secolo fa: " ...e ora è ancora il Bari all'attacco con il n. 3 Furlanis, sul quale ha recuperato prontamente Nenè, da questi in appoggio di piatto destro verso Domenghini che si avvia verso la fascia centrale del campo, poi di esterno destro apre su Gori spostato per l'occasione all'ala destra, ha davanti a sé lo stopper barese, il n° 5 Spini, cerca di superarlo in dribbling, entra in area, scocca il tiro e rete! Rete di Bobo Gori! Un fendente da destra verso sinistra dopo aver superato il proprio guardiano e cioè lo stopper biancorosso Spini. 2 a 0 per il Cagliari mentre mancano poco più di trenta secondi al termine di questa partita che si avvia a consacrare Campione d'Italia la squadra diretta da Manlio Scopigno!".
Cagliari campione d’Italia! Incontrai uno degli autori di quell'impresa molti anni dopo. Chiunque abbia o abbia avuto una qualche dimestichezza con il gioco del calcio, anche se solo da modesto dilettante o da praticante amatoriale, riconosce subito l’anatomia dell’ex giocatore professionista. Tanto più se visto da dietro, quell’ex calciatore sarà immediatamente identificabile per il modo di camminare: le gambe leggermente arcuate che avvicinano le caviglie fin quasi a toccarsi, le ginocchia che si sfiorano, i passi corti che seguono il ritmo di un movimento calcagno-punta del piede. Il risultato è una deambulazione tutta misurata e regolare che evoca quel piccolo trotto al quale veniva affidata, negli anni 60 e 70, gran parte dell’andatura dell’allenamento senza pallone. Fu grazie a questo che identificai in quel signore ultrasessantenne, venuto a sedersi a un tavolo vicino al mio, Ricciotti Greatti. In realtà, sapevo che frequentava quel ristorante e, dunque, la sua postura confermò le informazioni precedenti. Insomma, me l’aspettavo. C’era, poi, il suo abbigliamento. Se si trascurano le personalità eccentriche e quelle cocciutamente giovaniliste, c’è una sorta di “divisa” dei giocatori di calcio che non è quella della squadra di club o della nazionale, ma che è altrettanto riconoscibile. L’Ex, chiamiamolo così, porta assai raramente la cravatta (a meno che non s'intraprenda una carriera politica, come Gianni Rivera, o manageriale, come Oscar Damiani) e indossa in genere una maglia polo di color nero o grigio o marrone o in tutte le varianti del blu, dal cobalto all’avio, al celeste mariano. Non porta mai i blu jeans (mai visto un ex calciatore con quell’indumento e nemmeno mai con il paltò) e calza mocassini o scarpe tipo Clark (dette una volta “polacchine”). Un abbigliamento corretto e sobrio, moderatamente “sportivo”, che prevede una sola concessione al lusso: l’orologio da polso é, abitualmente, di marca. Così mi apparve, quella sera di circa quindici anni fa, Greatti, centrocampista del Cagliari dello scudetto. A presentarmelo fu un mio cugino titolare del ristorante in cui ci trovavamo. La conversazione che ne seguì non offrì sorprese.
Greatti, anzi, Ricciotti Greatti, come il figlio di Giuseppe Garibaldi - mi spiegò - in onore dell'Eroe dei due mondi di cui suo padre era grande ammiratore, mi raccontò splendori e miserie, trionfi e disgrazie (persino un periodo di detenzione nella seconda metà degli anni ‘80), con asciutta semplicità. E con infinita cortesia, anche quando le mie domande, talvolta su dettagli all’apparenza insignificanti (“i cambiamenti nella tecnologia dei tacchetti degli scarpini le procurarono problemi di adattamento?”) lo inducevano a interrogarsi sul mio stato di salute mentale. Il racconto dell’ex centrocampista colpiva per la sua pacatezza e per il suo carattere disadorno, schivo e privo di qualunque enfasi. Persino nel momento in cui ritornò su uno dei passaggi più dolorosi della sua carriera: quando, pochi mesi dopo lo scudetto, apprese dallo stesso Ferruccio Valcareggi che non avrebbe partecipato con la nazionale italiana ai Mondiali del Messico (quelli di Italia-Germania 4-3). Uno sconfortato Commissario tecnico della nazionale gli avrebbe detto: "La tua scalogna è di essere nato insieme a Mazzola e Rivera. Non c’è posto: già mi scervello a capire come mettere insieme in campo quei due". Mezzala d'ordine (pensate a quali invenzioni può arrivare il linguaggio sportivo), friulano di Basiliano, “funambolo di silenzi: in camera, lui e Reginato forse si dicevano ’notte per risparmiare due sillabe”, scriveva Gianni Mura, mezzo sangue sardo, che vedeva una notevole affinità tra friulani e isolani. Quella conversazione, in quel ristorante di Cagliari, si concluse come era iniziata, con grande semplicità e con quei movimenti ben temperati dell’Ex che prendeva congedo. Nella notte di quella città, ormai diventata sua (così come di tanti altri dello scudetto del ‘70 rimasti in Sardegna).
Ma facciamo un lungo passo indietro. La Sardegna del Cagliari campione d’Italia viene da un impressionante ciclo criminale. Dal 1966 al 1970 si assiste a una crescita, quasi un’esplosione, di sequestri di persona a fini di estorsione. In quel quinquennio si verificano quaranta sequestri, e a Graziano Mesina e al suo complice Miguel Atienza, ne vengono attribuiti ben sette. È difficile oggi - quando il fenomeno è praticamente scomparso - riuscire a immaginare cosa volesse dire il fatto che decine di persone, donne e bambini compresi, rimanessero per un tempo variabile (talvolta assai lungo) nelle mani e sotto il dominio di altre persone, in condizioni spesso disumane, nel fondo oscuro di oscuri luoghi di cattività. Immaginare, cioè, cosa ciò comportasse per la mentalità comune e per il senso morale degli abitanti dell’isola; e come influenzasse la percezione di sé e, soprattutto, l’idea che se ne facevano gli altri: i non isolani. Un esempio solo. Qualche anno prima un regista tutt’altro che sciocco, Luigi Zampa, e un grande interprete, Ugo Tognazzi, confezionarono un film scombiccherato “Una questione d’onore”, dove l’attore cremonese impersonava il bracciante Efisio Mulas, costretto a scegliere tra l’accettazione di una condanna per un omicidio non commesso e l’ammazzamento della moglie, reclamato dall’intero paese. Un pasticcio micidiale che riassumeva tutti gli stereotipi anti-isolani. E ne giustificava la persistenza in ragione di quella emergenza criminale, diventata quasi un marchio di origine controllata.
Lo storico Manlio Brigaglia, l’intellettuale più acuto e creativo del dopoguerra in Sardegna, in un giorno d’estate dei primi anni ‘70, mi disse: “Vedi, solo Gigi Riva poteva sostituire Graziano Mesina nel nostro immaginario, fin nei paesi della Sardegna più interna ”. Attenzione: Manlio Brigaglia e tutti i veri sardi (cosa voglia dire “veri sardi” non è qui in discussione) mai avrebbero detto o scritto: 'Giggirrivva'. E’ un vezzo, quest’ultimo, dei non sardi, che sembrano non comprendere quanto possa essere stridente (peggio che un gesso spezzato sulla lavagna) l’imitazione della cadenza e dell’accento da parte dei non autoctoni. Gianni Brera, che era uno serio, un padano non xenofobo, si affidò all’epica. E il 25 ottobre del 1970 scrisse testualmente: “Gigi Riva, che qui soprannomino Rombo di Tuono”. E quel nome da capo pellerossa di una tribù dei Cherokee, che così bene si applicava ai giorni della potenza e del massimo volume di gioco, in realtà funzionava anche per il periodo dell’inevitabile tramonto. Se ci pensate, Rombo di Tuono può evocare un brontolio (quell’erre iniziale), un mugugnare, una tonalità sorniona, uno sguardo distaccato, ma non indifferente nei confronti delle cose e delle persone. E, sullo sfondo, e nel profondo, una sottile e irriducibile malinconia. La biografia di Gigi Riva lo conferma: orfano di padre a nove anni, adolescente in collegio, solitudine. Nel bel libro di Paolo Piras, “Bravi & Camboni” (Egg editore, 2014) si legge di un’intervista degli anni 70, ripresa nelle prime ore del mattino sulla spiaggia del Poetto a Cagliari: “Le parole gli vengono fuori vere e pesanti, e spiega, quasi con rabbia: da ragazzo le soddisfazioni non le ho avute, né io né la mia famiglia. Adesso che invece di soddisfazioni ne potevo dare io, adesso, non c’è nessuno". Sarà stato forse questo tratto del carattere ad aver contribuito alla scelta di rimanere al Cagliari rifiutando l’offerta della Juventus? Anche in questo caso realtà e leggenda si confondono, ma certo sembra impossibile immaginare un altro gesto tanto “sardo” come quel Gran Rifiuto.
Una scelta da vero leader di quella “Brigata Sassari alla rovescia”(Silvio Di Francia), dove non militava alcun sardo di nascita ma, dirà ancora Gianni Mura, “tanti di mentalità”. In ogni caso, il ruolo di “leader espressivo”, quello simbolicamente più rappresentativo, discendeva, e non poteva essere altrimenti, dalla qualità del gesto calcistico. Come quella rovesciata (“vola, vola, vola…” griderà un cronista) in una partita con il Lanerossi Vicenza. Una rovesciata degna di essere accostata a quella di Carlo Parola, all’ 80esimo di Fiorentina-Juventus il 15 Gennaio 1950, meritatamente riprodotta all’infinito e icona degli album Panini.
Ma torniamo a quella radiocronaca del 12 Aprile 1970. Mentre in campo si festeggia lo scudetto ormai conquistato, Sandro Ciotti dà la notizia dell'arresto, prima della partita, di due “pericolosi latitanti”, avvicinatisi allo stadio alla ricerca degli autografi dei giocatori.
Vero o falso? difficile accertarlo, tanto più che - non dimentichiamolo - stiamo raccontando di un’isola.
Cagliari campione d’Italia! Incontrai uno degli autori di quell'impresa molti anni dopo. Chiunque abbia o abbia avuto una qualche dimestichezza con il gioco del calcio, anche se solo da modesto dilettante o da praticante amatoriale, riconosce subito l’anatomia dell’ex giocatore professionista. Tanto più se visto da dietro, quell’ex calciatore sarà immediatamente identificabile per il modo di camminare: le gambe leggermente arcuate che avvicinano le caviglie fin quasi a toccarsi, le ginocchia che si sfiorano, i passi corti che seguono il ritmo di un movimento calcagno-punta del piede. Il risultato è una deambulazione tutta misurata e regolare che evoca quel piccolo trotto al quale veniva affidata, negli anni 60 e 70, gran parte dell’andatura dell’allenamento senza pallone. Fu grazie a questo che identificai in quel signore ultrasessantenne, venuto a sedersi a un tavolo vicino al mio, Ricciotti Greatti. In realtà, sapevo che frequentava quel ristorante e, dunque, la sua postura confermò le informazioni precedenti. Insomma, me l’aspettavo. C’era, poi, il suo abbigliamento. Se si trascurano le personalità eccentriche e quelle cocciutamente giovaniliste, c’è una sorta di “divisa” dei giocatori di calcio che non è quella della squadra di club o della nazionale, ma che è altrettanto riconoscibile. L’Ex, chiamiamolo così, porta assai raramente la cravatta (a meno che non s'intraprenda una carriera politica, come Gianni Rivera, o manageriale, come Oscar Damiani) e indossa in genere una maglia polo di color nero o grigio o marrone o in tutte le varianti del blu, dal cobalto all’avio, al celeste mariano. Non porta mai i blu jeans (mai visto un ex calciatore con quell’indumento e nemmeno mai con il paltò) e calza mocassini o scarpe tipo Clark (dette una volta “polacchine”). Un abbigliamento corretto e sobrio, moderatamente “sportivo”, che prevede una sola concessione al lusso: l’orologio da polso é, abitualmente, di marca. Così mi apparve, quella sera di circa quindici anni fa, Greatti, centrocampista del Cagliari dello scudetto. A presentarmelo fu un mio cugino titolare del ristorante in cui ci trovavamo. La conversazione che ne seguì non offrì sorprese.
Greatti, anzi, Ricciotti Greatti, come il figlio di Giuseppe Garibaldi - mi spiegò - in onore dell'Eroe dei due mondi di cui suo padre era grande ammiratore, mi raccontò splendori e miserie, trionfi e disgrazie (persino un periodo di detenzione nella seconda metà degli anni ‘80), con asciutta semplicità. E con infinita cortesia, anche quando le mie domande, talvolta su dettagli all’apparenza insignificanti (“i cambiamenti nella tecnologia dei tacchetti degli scarpini le procurarono problemi di adattamento?”) lo inducevano a interrogarsi sul mio stato di salute mentale. Il racconto dell’ex centrocampista colpiva per la sua pacatezza e per il suo carattere disadorno, schivo e privo di qualunque enfasi. Persino nel momento in cui ritornò su uno dei passaggi più dolorosi della sua carriera: quando, pochi mesi dopo lo scudetto, apprese dallo stesso Ferruccio Valcareggi che non avrebbe partecipato con la nazionale italiana ai Mondiali del Messico (quelli di Italia-Germania 4-3). Uno sconfortato Commissario tecnico della nazionale gli avrebbe detto: "La tua scalogna è di essere nato insieme a Mazzola e Rivera. Non c’è posto: già mi scervello a capire come mettere insieme in campo quei due". Mezzala d'ordine (pensate a quali invenzioni può arrivare il linguaggio sportivo), friulano di Basiliano, “funambolo di silenzi: in camera, lui e Reginato forse si dicevano ’notte per risparmiare due sillabe”, scriveva Gianni Mura, mezzo sangue sardo, che vedeva una notevole affinità tra friulani e isolani. Quella conversazione, in quel ristorante di Cagliari, si concluse come era iniziata, con grande semplicità e con quei movimenti ben temperati dell’Ex che prendeva congedo. Nella notte di quella città, ormai diventata sua (così come di tanti altri dello scudetto del ‘70 rimasti in Sardegna).
Ma facciamo un lungo passo indietro. La Sardegna del Cagliari campione d’Italia viene da un impressionante ciclo criminale. Dal 1966 al 1970 si assiste a una crescita, quasi un’esplosione, di sequestri di persona a fini di estorsione. In quel quinquennio si verificano quaranta sequestri, e a Graziano Mesina e al suo complice Miguel Atienza, ne vengono attribuiti ben sette. È difficile oggi - quando il fenomeno è praticamente scomparso - riuscire a immaginare cosa volesse dire il fatto che decine di persone, donne e bambini compresi, rimanessero per un tempo variabile (talvolta assai lungo) nelle mani e sotto il dominio di altre persone, in condizioni spesso disumane, nel fondo oscuro di oscuri luoghi di cattività. Immaginare, cioè, cosa ciò comportasse per la mentalità comune e per il senso morale degli abitanti dell’isola; e come influenzasse la percezione di sé e, soprattutto, l’idea che se ne facevano gli altri: i non isolani. Un esempio solo. Qualche anno prima un regista tutt’altro che sciocco, Luigi Zampa, e un grande interprete, Ugo Tognazzi, confezionarono un film scombiccherato “Una questione d’onore”, dove l’attore cremonese impersonava il bracciante Efisio Mulas, costretto a scegliere tra l’accettazione di una condanna per un omicidio non commesso e l’ammazzamento della moglie, reclamato dall’intero paese. Un pasticcio micidiale che riassumeva tutti gli stereotipi anti-isolani. E ne giustificava la persistenza in ragione di quella emergenza criminale, diventata quasi un marchio di origine controllata.
Lo storico Manlio Brigaglia, l’intellettuale più acuto e creativo del dopoguerra in Sardegna, in un giorno d’estate dei primi anni ‘70, mi disse: “Vedi, solo Gigi Riva poteva sostituire Graziano Mesina nel nostro immaginario, fin nei paesi della Sardegna più interna ”. Attenzione: Manlio Brigaglia e tutti i veri sardi (cosa voglia dire “veri sardi” non è qui in discussione) mai avrebbero detto o scritto: 'Giggirrivva'. E’ un vezzo, quest’ultimo, dei non sardi, che sembrano non comprendere quanto possa essere stridente (peggio che un gesso spezzato sulla lavagna) l’imitazione della cadenza e dell’accento da parte dei non autoctoni. Gianni Brera, che era uno serio, un padano non xenofobo, si affidò all’epica. E il 25 ottobre del 1970 scrisse testualmente: “Gigi Riva, che qui soprannomino Rombo di Tuono”. E quel nome da capo pellerossa di una tribù dei Cherokee, che così bene si applicava ai giorni della potenza e del massimo volume di gioco, in realtà funzionava anche per il periodo dell’inevitabile tramonto. Se ci pensate, Rombo di Tuono può evocare un brontolio (quell’erre iniziale), un mugugnare, una tonalità sorniona, uno sguardo distaccato, ma non indifferente nei confronti delle cose e delle persone. E, sullo sfondo, e nel profondo, una sottile e irriducibile malinconia. La biografia di Gigi Riva lo conferma: orfano di padre a nove anni, adolescente in collegio, solitudine. Nel bel libro di Paolo Piras, “Bravi & Camboni” (Egg editore, 2014) si legge di un’intervista degli anni 70, ripresa nelle prime ore del mattino sulla spiaggia del Poetto a Cagliari: “Le parole gli vengono fuori vere e pesanti, e spiega, quasi con rabbia: da ragazzo le soddisfazioni non le ho avute, né io né la mia famiglia. Adesso che invece di soddisfazioni ne potevo dare io, adesso, non c’è nessuno". Sarà stato forse questo tratto del carattere ad aver contribuito alla scelta di rimanere al Cagliari rifiutando l’offerta della Juventus? Anche in questo caso realtà e leggenda si confondono, ma certo sembra impossibile immaginare un altro gesto tanto “sardo” come quel Gran Rifiuto.
Una scelta da vero leader di quella “Brigata Sassari alla rovescia”(Silvio Di Francia), dove non militava alcun sardo di nascita ma, dirà ancora Gianni Mura, “tanti di mentalità”. In ogni caso, il ruolo di “leader espressivo”, quello simbolicamente più rappresentativo, discendeva, e non poteva essere altrimenti, dalla qualità del gesto calcistico. Come quella rovesciata (“vola, vola, vola…” griderà un cronista) in una partita con il Lanerossi Vicenza. Una rovesciata degna di essere accostata a quella di Carlo Parola, all’ 80esimo di Fiorentina-Juventus il 15 Gennaio 1950, meritatamente riprodotta all’infinito e icona degli album Panini.
Ma torniamo a quella radiocronaca del 12 Aprile 1970. Mentre in campo si festeggia lo scudetto ormai conquistato, Sandro Ciotti dà la notizia dell'arresto, prima della partita, di due “pericolosi latitanti”, avvicinatisi allo stadio alla ricerca degli autografi dei giocatori.
Vero o falso? difficile accertarlo, tanto più che - non dimentichiamolo - stiamo raccontando di un’isola.