Nomine pubbliche, impossibile prendere decisioni a metà
Francesco Manacorda , di FRANCESCO MANACORDAEni, Enel, Leonardo, Poste, Terna e le altre, società e mercati hanno bisogno di certezze
Decidere subito. Decidere per le riconferme o per un cambio motivato dei vertici di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna e quant'altro, ma decidere senza perdere tempo e senza soluzioni a metà. Nella partita delle nomine delle società partecipate dallo Stato nulla sembra cambiato dall'epoca previrale: stessi interminabili negoziati, stesse logiche microspartitorie, stesso esercizio incrociato dei poteri d'interdizione.
I 5 Stelle giocano così in queste ore la loro ultima mano al tavolo sulle presidenze, mentre è stato appena rintuzzato il tentativo - attribuito da più parti al premier Conte - di prorogare per un anno gli attuali vertici delle partecipate e di rimandare negoziati, equilibri e compromessi a tempi sperabilmente più sereni. Anche per lui.
È un bene che un'ipotesi di questo tipo, che del resto era già stata presentata una prima volta senza successo a fine marzo, sia tramontata rapidamente. È un m…
I 5 Stelle giocano così in queste ore la loro ultima mano al tavolo sulle presidenze, mentre è stato appena rintuzzato il tentativo - attribuito da più parti al premier Conte - di prorogare per un anno gli attuali vertici delle partecipate e di rimandare negoziati, equilibri e compromessi a tempi sperabilmente più sereni. Anche per lui.
È un bene che un'ipotesi di questo tipo, che del resto era già stata presentata una prima volta senza successo a fine marzo, sia tramontata rapidamente. È un m…
Decidere subito. Decidere per le riconferme o per un cambio motivato dei vertici di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna e quant'altro, ma decidere senza perdere tempo e senza soluzioni a metà. Nella partita delle nomine delle società partecipate dallo Stato nulla sembra cambiato dall'epoca previrale: stessi interminabili negoziati, stesse logiche microspartitorie, stesso esercizio incrociato dei poteri d'interdizione.
I 5 Stelle giocano così in queste ore la loro ultima mano al tavolo sulle presidenze, mentre è stato appena rintuzzato il tentativo - attribuito da più parti al premier Conte - di prorogare per un anno gli attuali vertici delle partecipate e di rimandare negoziati, equilibri e compromessi a tempi sperabilmente più sereni. Anche per lui.
È un bene che un'ipotesi di questo tipo, che del resto era già stata presentata una prima volta senza successo a fine marzo, sia tramontata rapidamente. È un male che si sia continuato a riproporla, incuranti del ruolo di alcune grandi aziende pubbliche e delle necessità dell'economia.
L'Italia preda dell'epidemia, lo vediamo ogni giorno, non ha attorno a se un mondo benevolo: la solidarietà europea è fragile e rischia di uscire infranta da quanto accade, gli interessi nazionali risorgono ovunque, le barriere al commercio e al libero scambio si alzano senza quasi trovare opposizioni. L'Italia che aspira alla ripresa dopo la crisi non ha fortissime leve industriali da utilizzare; tra le poche di cui è in possesso ci sono appunto alcune grandi aziende a partecipazione pubblica.
Colossi come Enel, Eni e Leonardo parlano però una lingua diversa da quella della politica onnipresente nella scelta dei loro vertici. Tutte e tre, ad esempio, hanno un giro d'affari che per la grande maggioranza viene dall'estero; tutte e tre vedono come primo azionista, con una quota sopra il 50%, non lo Stato italiano ma i grandi investitori istituzionali, che sono per la maggior parte fondi esteri.
Tutte presentano ai loro azionisti scenari che guardano perlomeno ai prossimi tre o cinque anni: proprio sulla base di quei piani industriali e del management che li dovrà attuare i soci decidono se entrare, restare o uscire dal capitale. Lasciare società di questo genere con vertici a scadenza ravvicinata - come si è appunto pensato di fare - equivarrebbe a infrangere la regola che governa i loro rapporti con gli azionisti.
Nella peggiore delle ipotesi i grandi fondi potrebbero mettere in minoranza le liste per i consigli d'amministrazione presentate dal Tesoro, che pesa meno di loro sul capitale; nella migliore potrebbero "votare con i piedi", ossia vendere le azioni di società sul cui futuro non vedono sufficiente chiarezza, contribuendo a deprimerne le quotazioni e a rendere - in ultima analisi - più facile quelle scalate che l'attribuzione del "golden power" al governo vuole invece scongiurare. Indebolire oggi in questo modo le società a partecipazione pubblica non renderebbe più forte l'Italia e il governo, ma avrebbe esattamente l'effetto opposto.
I 5 Stelle giocano così in queste ore la loro ultima mano al tavolo sulle presidenze, mentre è stato appena rintuzzato il tentativo - attribuito da più parti al premier Conte - di prorogare per un anno gli attuali vertici delle partecipate e di rimandare negoziati, equilibri e compromessi a tempi sperabilmente più sereni. Anche per lui.
È un bene che un'ipotesi di questo tipo, che del resto era già stata presentata una prima volta senza successo a fine marzo, sia tramontata rapidamente. È un male che si sia continuato a riproporla, incuranti del ruolo di alcune grandi aziende pubbliche e delle necessità dell'economia.
L'Italia preda dell'epidemia, lo vediamo ogni giorno, non ha attorno a se un mondo benevolo: la solidarietà europea è fragile e rischia di uscire infranta da quanto accade, gli interessi nazionali risorgono ovunque, le barriere al commercio e al libero scambio si alzano senza quasi trovare opposizioni. L'Italia che aspira alla ripresa dopo la crisi non ha fortissime leve industriali da utilizzare; tra le poche di cui è in possesso ci sono appunto alcune grandi aziende a partecipazione pubblica.
Colossi come Enel, Eni e Leonardo parlano però una lingua diversa da quella della politica onnipresente nella scelta dei loro vertici. Tutte e tre, ad esempio, hanno un giro d'affari che per la grande maggioranza viene dall'estero; tutte e tre vedono come primo azionista, con una quota sopra il 50%, non lo Stato italiano ma i grandi investitori istituzionali, che sono per la maggior parte fondi esteri.
Tutte presentano ai loro azionisti scenari che guardano perlomeno ai prossimi tre o cinque anni: proprio sulla base di quei piani industriali e del management che li dovrà attuare i soci decidono se entrare, restare o uscire dal capitale. Lasciare società di questo genere con vertici a scadenza ravvicinata - come si è appunto pensato di fare - equivarrebbe a infrangere la regola che governa i loro rapporti con gli azionisti.
Nella peggiore delle ipotesi i grandi fondi potrebbero mettere in minoranza le liste per i consigli d'amministrazione presentate dal Tesoro, che pesa meno di loro sul capitale; nella migliore potrebbero "votare con i piedi", ossia vendere le azioni di società sul cui futuro non vedono sufficiente chiarezza, contribuendo a deprimerne le quotazioni e a rendere - in ultima analisi - più facile quelle scalate che l'attribuzione del "golden power" al governo vuole invece scongiurare. Indebolire oggi in questo modo le società a partecipazione pubblica non renderebbe più forte l'Italia e il governo, ma avrebbe esattamente l'effetto opposto.