Chi ha paura del Mes
Massimo Giannini , di MASSIMO GIANNINIIl Fondo Salva-Stati si è ormai trasformato in un feticcio ideologico, da agitare nella battaglia quotidiana tra i partiti e contro l’Europa. In prima fila sovranisti e Movimento che, appannato da una strategia non proprio esemplare nella lotta interna al Covid, cerca improbabili rivincite identitarie
Chi ha paura del Mes? Potrebbe essere il titolo di una commedia italiana, che sta occupando la scena politica in uno dei momenti più bui della Storia e sta destabilizzando una delle maggioranze più fragili della Repubblica. Il Fondo Salva-Stati si è ormai trasformato in un feticcio ideologico, da agitare nella battaglia quotidiana tra i partiti e contro l’Europa. Indipendentemente dai tempi e dai modi della sua eventuale applicazione. Per buona parte della politica nazionale il Mes è come il Demonio. Devi temerlo “a prescindere”, perché se non lo fai si impossessa di te. E non ti salva, ti uccide. La pensano così i Nazional-Sovranisti, di destra e di sinistra, che di Mes non vogliono sentir parlare in nessun caso. “Guardate quello che è successo in Grecia dal 2010: noi non faremo la stessa fine”.
I più impauriti sono i Cinque Stelle, che su questo la vedono come la Lega e Fratelli d’Ital…
I più impauriti sono i Cinque Stelle, che su questo la vedono come la Lega e Fratelli d’Ital…
Chi ha paura del Mes? Potrebbe essere il titolo di una commedia italiana, che sta occupando la scena politica in uno dei momenti più bui della Storia e sta destabilizzando una delle maggioranze più fragili della Repubblica. Il Fondo Salva-Stati si è ormai trasformato in un feticcio ideologico, da agitare nella battaglia quotidiana tra i partiti e contro l’Europa. Indipendentemente dai tempi e dai modi della sua eventuale applicazione. Per buona parte della politica nazionale il Mes è come il Demonio. Devi temerlo “a prescindere”, perché se non lo fai si impossessa di te. E non ti salva, ti uccide. La pensano così i Nazional-Sovranisti, di destra e di sinistra, che di Mes non vogliono sentir parlare in nessun caso. “Guardate quello che è successo in Grecia dal 2010: noi non faremo la stessa fine”.
I più impauriti sono i Cinque Stelle, che su questo la vedono come la Lega e Fratelli d’Italia. Non vogliono attivare in alcun modo le linee di credito del Mes. In teoria non avrebbero torto. Per capire perché, dobbiamo fare un passo indietro. Il Fondo fu istituito dall’Ecofin del 9-10 maggio 2010 (“regnante” Berlusconi), con una attivazione “soggetta a forti condizionalità, nel contesto di un sostegno congiunto Ue/Fmi”, e formalizzato dal Consiglio Europeo del 25 marzo 2011 in cui i capi di governo confermarono che “la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”. E fu a causa di queste “rigorose condizionalità” che si consumò la tragedia greca: per salvare quel Paese, il Fondo erogò i suoi aiuti ma la famigerata Troika (Commissione Ue, Bce e Fmi) impose al governo di Atene una cura da cavallo: tagli feroci al Welfare, dalla sanità alla scuola, e licenziamenti impietosi nel pubblico impiego. Dopo cinque anni di “terapia”, la Grecia ha abbattuto deficit e debito, ma il malato è quasi morto di fame.
Se questo fosse lo schema di oggi, l’Italia farebbe bene a tenersi alla larga dal Fondo. E i pentastellati, insieme alla premiata ditta Salvini&Meloni, avrebbero buon gioco a dire un no forte e chiaro. Perché noi non siamo la Grecia, e pur con tutti i guai che abbiamo non ci servono linee di credito strutturali. Perché il Coronavirus non sta colpendo l’Italia, ma sta devastando il mondo. Perché la solidarietà non è necessaria al Belpaese, che la invoca col cappelluccio in mano, ma è essenziale a tutta l’Europa, che è ugualmente travolta dal contagio. Senonché adesso la discussione è un’altra. Dopo l’Eurogruppo della settimana scorsa l’ipotesi di attivazione del Fondo Salva-Stati riguarda una nuova linea di credito, che prima non esisteva, che i singoli Stati possono chiedere per finanziare esclusivamente le spese relative all’emergenza sanitaria (dalle mascherine ai tamponi, dalle terapie intensive negli ospedali all’assunzione di nuovi medici). Su questi aiuti “con vincolo di destinazione” il Mes non esigerebbe alcuna “condizionalità” dal Paese richiedente.
Per l’Italia si tratta di 36 miliardi di fondi, disponibili senza doversi sottoporre ad alcun “contratto capestro” in termini di finanza pubblica. Ecco perché il gran rifiuto del Movimento appare insensato: perché rifiutare un ulteriore sostegno (che si aggiunge ai 200 miliardi di fondi Bei per gli investimenti e ai 100 miliardi del fondo “Sure” sugli ammortizzatori sociali), visto che non comporta alcun sacrificio aggiuntivo? È la linea che ora rivendica il Pd, dopo aver taciuto e preso schiaffi per troppo tempo. Forte del via libera del “padre nobile” Prodi, Zingaretti manda avanti i capigruppo Delrio e Marcucci, che adesso dicono: quei fondi ci servono, ci spettano, prendiamoceli. Ma è proprio su questo, adesso, che la maggioranza giallorossa sbanda paurosamente. Perché Di Maio, e con lui Crimi e i viceministri Di Stefano e Buffagni, non si fidano: se oggi accettiamo quegli aiuti sulla sanità, domani la Troika arriverà lo stesso per tutto il resto. I grillini non si fidano dei pre-accordi dell’Eurogruppo, in vista del vertice dei capi di Stato e di governo del 23 aprile prossimo. In realtà, giocano una partita politica: appannati da una strategia non proprio esemplare nella lotta interna al Covid, cercano improbabili rivincite identitarie. L’Europa, ancora una volta, è il nemico da battere. E il Mes, ancora una volta, è il Demonio da esorcizzare.
Per questo a M5S fa comodo agitarlo come uno spauracchio di fronte all’opinione pubblica. Anche se, invece, almeno in questo caso specifico, non dovrebbe spaventare noi cittadini. Purtroppo, per spiegare bene come stanno le cose e superare la paura, servirebbe un premier saldo al comando. Ma Giuseppe Conte non lo è più (ammesso che lo sia mai stato). Sul Mes ha detto tutto e il contrario di tutto. Prima l’ha ufficialmente invocato, “senza condizionalità” e insieme agli eurobond, in un’intervista al Financial Times di due settimane fa. Poi, quando ha capito che non avrebbe raggiunto l’obiettivo, ha cambiato idea, e ha detto “è uno strumento inadeguato”. Adesso non si sa più che pensa e che vuole. Con la nervosa conferenza stampa di venerdì scorso il premier ha bocciato il Fondo, ma si è impiccato agli “Recovery Fund” annunciando su questo “una battaglia durissima” con l’Europa. Se la perde, com’è probabile, che ne sarà di lui? E chi salverà l’Italia, senza Mes e senza eurobond?
I più impauriti sono i Cinque Stelle, che su questo la vedono come la Lega e Fratelli d’Italia. Non vogliono attivare in alcun modo le linee di credito del Mes. In teoria non avrebbero torto. Per capire perché, dobbiamo fare un passo indietro. Il Fondo fu istituito dall’Ecofin del 9-10 maggio 2010 (“regnante” Berlusconi), con una attivazione “soggetta a forti condizionalità, nel contesto di un sostegno congiunto Ue/Fmi”, e formalizzato dal Consiglio Europeo del 25 marzo 2011 in cui i capi di governo confermarono che “la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”. E fu a causa di queste “rigorose condizionalità” che si consumò la tragedia greca: per salvare quel Paese, il Fondo erogò i suoi aiuti ma la famigerata Troika (Commissione Ue, Bce e Fmi) impose al governo di Atene una cura da cavallo: tagli feroci al Welfare, dalla sanità alla scuola, e licenziamenti impietosi nel pubblico impiego. Dopo cinque anni di “terapia”, la Grecia ha abbattuto deficit e debito, ma il malato è quasi morto di fame.
Se questo fosse lo schema di oggi, l’Italia farebbe bene a tenersi alla larga dal Fondo. E i pentastellati, insieme alla premiata ditta Salvini&Meloni, avrebbero buon gioco a dire un no forte e chiaro. Perché noi non siamo la Grecia, e pur con tutti i guai che abbiamo non ci servono linee di credito strutturali. Perché il Coronavirus non sta colpendo l’Italia, ma sta devastando il mondo. Perché la solidarietà non è necessaria al Belpaese, che la invoca col cappelluccio in mano, ma è essenziale a tutta l’Europa, che è ugualmente travolta dal contagio. Senonché adesso la discussione è un’altra. Dopo l’Eurogruppo della settimana scorsa l’ipotesi di attivazione del Fondo Salva-Stati riguarda una nuova linea di credito, che prima non esisteva, che i singoli Stati possono chiedere per finanziare esclusivamente le spese relative all’emergenza sanitaria (dalle mascherine ai tamponi, dalle terapie intensive negli ospedali all’assunzione di nuovi medici). Su questi aiuti “con vincolo di destinazione” il Mes non esigerebbe alcuna “condizionalità” dal Paese richiedente.
Per l’Italia si tratta di 36 miliardi di fondi, disponibili senza doversi sottoporre ad alcun “contratto capestro” in termini di finanza pubblica. Ecco perché il gran rifiuto del Movimento appare insensato: perché rifiutare un ulteriore sostegno (che si aggiunge ai 200 miliardi di fondi Bei per gli investimenti e ai 100 miliardi del fondo “Sure” sugli ammortizzatori sociali), visto che non comporta alcun sacrificio aggiuntivo? È la linea che ora rivendica il Pd, dopo aver taciuto e preso schiaffi per troppo tempo. Forte del via libera del “padre nobile” Prodi, Zingaretti manda avanti i capigruppo Delrio e Marcucci, che adesso dicono: quei fondi ci servono, ci spettano, prendiamoceli. Ma è proprio su questo, adesso, che la maggioranza giallorossa sbanda paurosamente. Perché Di Maio, e con lui Crimi e i viceministri Di Stefano e Buffagni, non si fidano: se oggi accettiamo quegli aiuti sulla sanità, domani la Troika arriverà lo stesso per tutto il resto. I grillini non si fidano dei pre-accordi dell’Eurogruppo, in vista del vertice dei capi di Stato e di governo del 23 aprile prossimo. In realtà, giocano una partita politica: appannati da una strategia non proprio esemplare nella lotta interna al Covid, cercano improbabili rivincite identitarie. L’Europa, ancora una volta, è il nemico da battere. E il Mes, ancora una volta, è il Demonio da esorcizzare.
Per questo a M5S fa comodo agitarlo come uno spauracchio di fronte all’opinione pubblica. Anche se, invece, almeno in questo caso specifico, non dovrebbe spaventare noi cittadini. Purtroppo, per spiegare bene come stanno le cose e superare la paura, servirebbe un premier saldo al comando. Ma Giuseppe Conte non lo è più (ammesso che lo sia mai stato). Sul Mes ha detto tutto e il contrario di tutto. Prima l’ha ufficialmente invocato, “senza condizionalità” e insieme agli eurobond, in un’intervista al Financial Times di due settimane fa. Poi, quando ha capito che non avrebbe raggiunto l’obiettivo, ha cambiato idea, e ha detto “è uno strumento inadeguato”. Adesso non si sa più che pensa e che vuole. Con la nervosa conferenza stampa di venerdì scorso il premier ha bocciato il Fondo, ma si è impiccato agli “Recovery Fund” annunciando su questo “una battaglia durissima” con l’Europa. Se la perde, com’è probabile, che ne sarà di lui? E chi salverà l’Italia, senza Mes e senza eurobond?