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Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana (ansa)

La grande fuga (in avanti)

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La Lombardia che vuole ripartire il 4 maggio: mai come in questo caso il coraggio sconfina nell’irresponsabilità
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La Lombardia “guarda avanti”, recita con enfasi malriposta il piano per la “ripartenza” annunciato dalla Regione. Forse lo fa per non guardare indietro. Per non vedere la triste sequela di azioni e di omissioni che in meno di due mesi l’hanno portata a diventare, insieme alla sua meravigliosa città-simbolo colpita al cuore, la “grande malata del Nord” (come scrive giustamente Gad Lerner). E invece in questa immane tragedia del coronavirus la premiata ditta Fontana&Gallera farebbe bene a ripensare al recente passato, prima di correre con troppa fretta verso il prossimo futuro. Mentre piangiamo ancora tanti, troppi morti, lo sappiamo quanto ci servirebbe il ripristino urgente di una “nuova normalità”, per usare ancora il linguaggio immaginifico del progetto lombardo. Ed è persino lodevole l’audacia con la quale gli “esperti” dell’ex Pirellone lo hanno redatto, a partire dalle quattro D…
La Lombardia “guarda avanti”, recita con enfasi malriposta il piano per la “ripartenza” annunciato dalla Regione. Forse lo fa per non guardare indietro. Per non vedere la triste sequela di azioni e di omissioni che in meno di due mesi l’hanno portata a diventare, insieme alla sua meravigliosa città-simbolo colpita al cuore, la “grande malata del Nord” (come scrive giustamente Gad Lerner). E invece in questa immane tragedia del coronavirus la premiata ditta Fontana&Gallera farebbe bene a ripensare al recente passato, prima di correre con troppa fretta verso il prossimo futuro. Mentre piangiamo ancora tanti, troppi morti, lo sappiamo quanto ci servirebbe il ripristino urgente di una “nuova normalità”, per usare ancora il linguaggio immaginifico del progetto lombardo. Ed è persino lodevole l’audacia con la quale gli “esperti” dell’ex Pirellone lo hanno redatto, a partire dalle quattro D (distanza di un metro e dispositivi come le mascherine, digitalizzazione con lo smart working e diagnostica con i test sierologici).

Purtroppo, mai come in questo caso il coraggio sconfina nell’irresponsabilità. E non c’è neanche bisogno di citare le parole di Ranieri Guerra, direttore vicario dell’Oms, per capire che razza di salto nel buio sarebbe l’attuazione della roadmap padana già dal prossimo 4 maggio. Di fronte ad altre 235 vittime solo ieri, ogni accelerazione potrebbe risultare “fatale”, e dunque si impongono “grande cautela” e “attenta valutazione dei rischi”. È stupefacente che il governatore Fontana e il suo pirotecnico assessore al Welfare non lo capiscano (benché, giusto col «favore delle tenebre», si siano avventurati in una goffa, triste e parziale retromarcia). Forse è davvero quel senso di onnipotenza economica di cui parla Roberto Saviano su Le Monde. Ma qui siamo piuttosto all’incoscienza politica. L’abbiamo già detto: programmare fin da ora un percorso che, sia pure senza una data certa a oggi impossibile, indichi comunque le tappe di una graduale ripresa delle attività economiche non è solo opportuno, ma è doveroso. E il governo finora non è stato in grado di farlo. Più che a Roma siamo sospesi tra Babele e Bisanzio, in un circolo vizioso e paralizzante di centri (in)decisionali: Palazzo Chigi e Protezione civile, super-commissario Arcuri e comitato tecnico-scientifico, commissione Pisano e comitato Colao. La mossa del governatore, in questo caso, suona anche come un’implicita messa in mora del governo.

Ma i dati della Protezione civile certificano che in Lombardia il rapporto tra numero di deceduti ogni mille abitanti è del 1,107. Circa due volte l’Emilia (0,607), tre volte il Piemonte (0,442) e oltre cinque volte la media nazionale (0,197). Dunque non c’è un solo motivo che spieghi perché proprio la Regione tuttora più devastata dal Male dovrebbe fare da apripista della ripartenza. Non lo giustifica tutto ciò che hanno fatto e disfatto finora i suoi amministratori, in uno schizofrenico “stop and go” di decisioni e dichiarazioni. Adesso hanno un’ansia irrefrenabile di ritirare su capannoni e saracinesche: ma solo sabato scorso, dopo che il Dpcm aveva dato via libera alla riapertura di librerie e cartolerie, hanno varato un’ordinanza che invece ne proroga la chiusura. Il 24 febbraio Fontana ridimensionava il virus, dicendo «è poco più di un’influenza», il 27 febbraio postava su Facebook la scena-madre della mascherina, annunciando «vado in autoisolamento». Il 21 febbraio, con le terapie intensive già nel caos, non dava indicazioni ai primari né mascherine al personale sanitario. Tra l’1 e il 7 marzo, cedendo alle pressioni confindustriali, non decretava zona rossa Alzano e Nembro. L’8 marzo deliberava il trasferimento dei malati in remissione dagli ospedali alle Rsa, lasciando che si trasformassero in bombe biologiche. La prima ordinanza l’ha varata il 23 marzo, un mese dopo il disastro di Codogno.

Altro che «finora non ne abbiamo sbagliata una», come sproloquia l’assessore al Territorio, Pietro Foroni. Sfortunatamente è vero il contrario: pur riconoscendo le tante complessità di questa emergenza, bisognerà ammettere che il “modello Lombardia” ha palesato altrettante criticità. Interrogano la politica, innanzitutto e a prescindere dai risvolti penali, dei quali invece si occuperà la magistratura. Conte deve evitare in ogni modo un “uso elettorale” del coronavirus e del caso lombardo. Ma la Lega deve fare altrettanto, e francamente non sempre ci è riuscita. Per questo non possiamo fidarci dei volonterosi ma pericolosi “pionieri della fase 2” Fontana&Gallera. Guardino pure avanti. Ma buttino un occhio all’abisso che hanno alle spalle. Così eviteranno di ricaderci dentro, trascinandosi dietro 10 milioni di cittadini impauriti e indifesi.