In politica non c’è peggior crimine della menzogna, foss’anche per omissione. E allora diciamolo alto e forte: nessuno degli immensi passi avanti fatti oggi garantisce alcunché, al contrario. Le capitali europee sono riuscite a sormontare le loro divergenze socchiudendo la porta all’idea di un indebitamento comunitario e accettando di non imporre più condizionalità al sostegno offerto ai Paesi più fragili fra loro. In un batter d’occhio, i 27 governi nazionali hanno messo in atto quello che un mese fa non sarebbe nemmeno stato concepibile. La Commissione europea aveva già sospeso i criteri di Maastricht senza che nessuno degli Stati membri si opponesse, e non è ancora tutto. L’Unione autorizza ormai gli aiuti di Stato alle imprese in difficoltà, seppellisce la concorrenza «libera e non falsata» e si impegna perfino in direzione dell’Europa sociale mettendo sul piatto – scusate…
In politica non c’è peggior crimine della menzogna, foss’anche per omissione. E allora diciamolo alto e forte: nessuno degli immensi passi avanti fatti oggi garantisce alcunché, al contrario. Le capitali europee sono riuscite a sormontare le loro divergenze socchiudendo la porta all’idea di un indebitamento comunitario e accettando di non imporre più condizionalità al sostegno offerto ai Paesi più fragili fra loro. In un batter d’occhio, i 27 governi nazionali hanno messo in atto quello che un mese fa non sarebbe nemmeno stato concepibile. La Commissione europea aveva già sospeso i criteri di Maastricht senza che nessuno degli Stati membri si opponesse, e non è ancora tutto. L’Unione autorizza ormai gli aiuti di Stato alle imprese in difficoltà, seppellisce la concorrenza «libera e non falsata» e si impegna perfino in direzione dell’Europa sociale mettendo sul piatto – scusate se è poco – 100 miliardi di euro di garanzia finanziaria dei piani nazionali di cassa integrazione.
I tabù dell’Unione cadono con la stessa rapidità delle foglie morte. Non è una cosa da poco. È tanto, ma non si può negare che per il momento non abbiamo fatto altro che fronteggiare l’emergenza coronavirus, e in modo disordinato. Ci stiamo occupando delle cose più urgenti, e va bene così perché poco ci è mancato che non riuscissimo a farlo, ma non possiamo né indebitarci a questo punto per salvare quello che non può essere salvato né mutualizzare dei debiti senza mutualizzare gli investimenti che domani permetteranno di farvi fronte.
L’urgenza è di assicurare le necessità, qualunque sia il costo, dei nostri sistemi sanitari, e di non lasciare senza reddito le decine di milioni di lavoratori che il confinamento ha lasciato senza impiego. È l’umanità a esigerlo.
Pandemia o no, le vendite di automobili sono probabilmente destinate a ridursi, perché gli abitanti delle aree urbane abbandonano sempre più spesso al loro destino i veicoli individuali a beneficio delle biciclette o del trasporto pubblico. Le navi da crociera, questi edifici galleggianti, di certo non si riprenderanno dal dramma che hanno vissuto tanti dei loro passeggeri, contaminati sotto una campana di vetro e impossibilitati ad attraccare per timore che il virus sbarchi insieme a loro. Ancora più delle crociere, è il turismo di massa, già messo sotto accusa per i danni che causa a Venezia o altre località, che ha ricevuto un duro colpo perché subirà le conseguenze di un inevitabile abbassamento del tenore di vita e del trauma vissuto da tanti viaggiatori dimenticati ai quattro angoli del mondo a causa della chiusura degli aeroporti. Quanto alle compagnie aeree, dovranno far fronte contemporaneamente alla generalizzazione del telelavoro e all’arretramento dei viaggi organizzati, a un calo del traffico turistico e di affari che condannerà molte di loro a portare i libri in tribunale e le costringerà tutte a valutare fusioni.
In futuro sarà necessario rendere più capillari le reti di trasporto pubblico, sviluppare un’Europa delle ferrovie e dei treni notturni, ricreare posti di lavoro rilocalizzando molte industrie di manodopera e non solo di alta tecnologia, nazionalizzare il settore farmaceutico, creare dei poli di ricerca europei in università realmente di eccellenza, finanziare la transizione verso l’economia verde o ancora gettare le basi di una capacità di difesa europea, perché la permanenza dell’ombrello americano non è mai stata così incerta.
È questo che bisogna mutualizzare, gli investimenti di domani e non i debiti di ieri, perché è sulle fondamenta del XXI secolo e non nel ricordo del XX che si ricostruiranno la potenza e la prosperità dell’Europa. Stati Uniti, Cina e Unione Europea: oggi ci sono tre grandi potenze, ma la nostra, l’Europa, non ha né potenza pubblica né strategia industriale.
L’autore è deputato europeo del gruppo Rinnovare l’Europa
(Traduzione di Fabio Galimberti)
I tabù dell’Unione cadono con la stessa rapidità delle foglie morte. Non è una cosa da poco. È tanto, ma non si può negare che per il momento non abbiamo fatto altro che fronteggiare l’emergenza coronavirus, e in modo disordinato. Ci stiamo occupando delle cose più urgenti, e va bene così perché poco ci è mancato che non riuscissimo a farlo, ma non possiamo né indebitarci a questo punto per salvare quello che non può essere salvato né mutualizzare dei debiti senza mutualizzare gli investimenti che domani permetteranno di farvi fronte.
L’urgenza è di assicurare le necessità, qualunque sia il costo, dei nostri sistemi sanitari, e di non lasciare senza reddito le decine di milioni di lavoratori che il confinamento ha lasciato senza impiego. È l’umanità a esigerlo.
Pandemia o no, le vendite di automobili sono probabilmente destinate a ridursi, perché gli abitanti delle aree urbane abbandonano sempre più spesso al loro destino i veicoli individuali a beneficio delle biciclette o del trasporto pubblico. Le navi da crociera, questi edifici galleggianti, di certo non si riprenderanno dal dramma che hanno vissuto tanti dei loro passeggeri, contaminati sotto una campana di vetro e impossibilitati ad attraccare per timore che il virus sbarchi insieme a loro. Ancora più delle crociere, è il turismo di massa, già messo sotto accusa per i danni che causa a Venezia o altre località, che ha ricevuto un duro colpo perché subirà le conseguenze di un inevitabile abbassamento del tenore di vita e del trauma vissuto da tanti viaggiatori dimenticati ai quattro angoli del mondo a causa della chiusura degli aeroporti. Quanto alle compagnie aeree, dovranno far fronte contemporaneamente alla generalizzazione del telelavoro e all’arretramento dei viaggi organizzati, a un calo del traffico turistico e di affari che condannerà molte di loro a portare i libri in tribunale e le costringerà tutte a valutare fusioni.
In futuro sarà necessario rendere più capillari le reti di trasporto pubblico, sviluppare un’Europa delle ferrovie e dei treni notturni, ricreare posti di lavoro rilocalizzando molte industrie di manodopera e non solo di alta tecnologia, nazionalizzare il settore farmaceutico, creare dei poli di ricerca europei in università realmente di eccellenza, finanziare la transizione verso l’economia verde o ancora gettare le basi di una capacità di difesa europea, perché la permanenza dell’ombrello americano non è mai stata così incerta.
È questo che bisogna mutualizzare, gli investimenti di domani e non i debiti di ieri, perché è sulle fondamenta del XXI secolo e non nel ricordo del XX che si ricostruiranno la potenza e la prosperità dell’Europa. Stati Uniti, Cina e Unione Europea: oggi ci sono tre grandi potenze, ma la nostra, l’Europa, non ha né potenza pubblica né strategia industriale.
L’autore è deputato europeo del gruppo Rinnovare l’Europa
(Traduzione di Fabio Galimberti)