Emergenza coronavirus in Lombardia: il peccato originale è la privatizzazione
Gianluca Di Feo , di GIANLUCA DI FEOLe indagini di procure e ministero evidenziano il peso nell'emergenza del sistema creato da Formigoni. Con i pazienti affidati ai privati, senza nessun controllo della Regione. Perché non esistono alternative pubbliche
C'è un peccato originale nella gestione lombarda dell'epidemia. Ed è proprio quello che nasce dal modello sanitario creato da Roberto Formigoni: avere dato una predominanza alle strutture private. Di fronte all'emergenza più grave di sempre, questo sistema ha mostrato i suoi limiti. Le indagini della magistratura e l'ispezione del ministero della Salute determineranno le responsabilità, ma le prime conclusioni puntano dritte sugli effetti di questa scelta strategica. Con alcune questioni fondamentali, che fanno capo proprio ai vertici della Regione.
Il problema chiave è quello dei controlli. In Lombardia nel settore privato operano strutture d'eccellenza internazionale e - come hanno rivelato alcune inchieste clamorose del passato - altre di qualità discutibile, pronte a tutto pur di fatturare. Nel momento più grave dell'emergenza, la Regione per liberare gli ospedali ha cominciato a dirottare i malati meno grav…
Il problema chiave è quello dei controlli. In Lombardia nel settore privato operano strutture d'eccellenza internazionale e - come hanno rivelato alcune inchieste clamorose del passato - altre di qualità discutibile, pronte a tutto pur di fatturare. Nel momento più grave dell'emergenza, la Regione per liberare gli ospedali ha cominciato a dirottare i malati meno grav…
C'è un peccato originale nella gestione lombarda dell'epidemia. Ed è proprio quello che nasce dal modello sanitario creato da Roberto Formigoni: avere dato una predominanza alle strutture private. Di fronte all'emergenza più grave di sempre, questo sistema ha mostrato i suoi limiti. Le indagini della magistratura e l'ispezione del ministero della Salute determineranno le responsabilità, ma le prime conclusioni puntano dritte sugli effetti di questa scelta strategica. Con alcune questioni fondamentali, che fanno capo proprio ai vertici della Regione.
Il problema chiave è quello dei controlli. In Lombardia nel settore privato operano strutture d'eccellenza internazionale e - come hanno rivelato alcune inchieste clamorose del passato - altre di qualità discutibile, pronte a tutto pur di fatturare. Nel momento più grave dell'emergenza, la Regione per liberare gli ospedali ha cominciato a dirottare i malati meno gravi verso residenze per anziani e case di cura, offrendo ricche rette giornaliere. Tutte private, con l'eccezione del Pio Alberto Trivulzio. E non risulta che siano mai state effettuate verifiche per accertare se questi istituti erano in grado di isolare i contagiati dagli altri ospiti: tutto è stato affidato a una sostanziale autocertificazione. Mentre denunce e istruttorie indicano come - almeno in alcuni casi - l'arrivo dei pazienti colpiti dal coronavirus le abbia trasformate in bombe batteriologiche, incrementando il numero dei decessi. Un bilancio drammatico che - stando ai primi dati dell'Istituto Superiore di sanità - nelle residenze per anziani lombarde ha le percentuali di letalità più alte d'Italia.
Nella fase critica dell'epidemia, però, la Regione non aveva alternative alla mobilitazione dei privati: non esistevano sul territorio residenze pubbliche, neppure per accogliere i casi di Covid 19 meno gravi o per gestire l'assistenza domiciliare. Un difetto, appunto, strutturale del sistema lombardo che nei 18 anni di potere formigoniano ha ridimensionato drasticamente il peso della sanità pubblica: efficace forse nel somministrare servizi alla popolazione in tempi normali, estremamente fragile davanti all'abbattersi della tempesta perfetta.
L'altro snodo riguarda il coordinamento tra pubblico e privato, che spetta proprio alla Regione. Se l'assessore leghista Pietro Fioroni sostiene che "in Lombardia le abbiamo azzeccate tutte", molti cominciano a pensare che sin dall'inizio dell'epidemia la regia del Pirellone non abbia funzionato. In particolare, si pone l'accento sul fatto che le terapie intensive dei grandi ospedali privati siano entrate in linea solo in un secondo momento: uno sfasamento che potrebbe avere contribuito alla crisi dei nosocomi pubblici nelle città più devastate dal morbo, da Bergamo in poi.
Tutti elementi che andranno tenuti in grande considerazione nel progettare la fase 2: sappiamo che dovremo convivere con il coronavirus e con il rischio di nuovi focolai. E la riforma del sistema sanitario dovrà fare tesoro della terribile lezione di questa emergenza.
Il problema chiave è quello dei controlli. In Lombardia nel settore privato operano strutture d'eccellenza internazionale e - come hanno rivelato alcune inchieste clamorose del passato - altre di qualità discutibile, pronte a tutto pur di fatturare. Nel momento più grave dell'emergenza, la Regione per liberare gli ospedali ha cominciato a dirottare i malati meno gravi verso residenze per anziani e case di cura, offrendo ricche rette giornaliere. Tutte private, con l'eccezione del Pio Alberto Trivulzio. E non risulta che siano mai state effettuate verifiche per accertare se questi istituti erano in grado di isolare i contagiati dagli altri ospiti: tutto è stato affidato a una sostanziale autocertificazione. Mentre denunce e istruttorie indicano come - almeno in alcuni casi - l'arrivo dei pazienti colpiti dal coronavirus le abbia trasformate in bombe batteriologiche, incrementando il numero dei decessi. Un bilancio drammatico che - stando ai primi dati dell'Istituto Superiore di sanità - nelle residenze per anziani lombarde ha le percentuali di letalità più alte d'Italia.
Nella fase critica dell'epidemia, però, la Regione non aveva alternative alla mobilitazione dei privati: non esistevano sul territorio residenze pubbliche, neppure per accogliere i casi di Covid 19 meno gravi o per gestire l'assistenza domiciliare. Un difetto, appunto, strutturale del sistema lombardo che nei 18 anni di potere formigoniano ha ridimensionato drasticamente il peso della sanità pubblica: efficace forse nel somministrare servizi alla popolazione in tempi normali, estremamente fragile davanti all'abbattersi della tempesta perfetta.
L'altro snodo riguarda il coordinamento tra pubblico e privato, che spetta proprio alla Regione. Se l'assessore leghista Pietro Fioroni sostiene che "in Lombardia le abbiamo azzeccate tutte", molti cominciano a pensare che sin dall'inizio dell'epidemia la regia del Pirellone non abbia funzionato. In particolare, si pone l'accento sul fatto che le terapie intensive dei grandi ospedali privati siano entrate in linea solo in un secondo momento: uno sfasamento che potrebbe avere contribuito alla crisi dei nosocomi pubblici nelle città più devastate dal morbo, da Bergamo in poi.
Tutti elementi che andranno tenuti in grande considerazione nel progettare la fase 2: sappiamo che dovremo convivere con il coronavirus e con il rischio di nuovi focolai. E la riforma del sistema sanitario dovrà fare tesoro della terribile lezione di questa emergenza.