I conti del virus: dove si fermerà l'Europa
Ferdinando Giugliano , di FERDINANDO GIUGLIANO
In vista del Consiglio Europeo di oggi, il governo italiano si è prodigato in una campagna mediatica per chiedere agli altri Paesi maggiore solidarietà verso l'Italia. In particolare, Giuseppe Conte ha invocato a lungo l'emissione di eurobond, ma è praticamente impossibile che questo obbiettivo venga raggiunto.
L'Europa deve porsi il problema di come distribuire i costi della pandemia. Tuttavia, si tratta di un discorso che tocca solo in parte le difficoltà della situazione attuale. L'Italia oggi ha bisogno prima di tutto di una risposta sanitaria adeguata; di un disborso rapido di liquidità a imprese e famiglie; e di una gestione intelligente della riapertura delle attività produttive. Si tratta di politiche che rimangono di competenza nazionale o regionale e dunque poco c'entrano con i ritardi dell'Ue.
Nella politica sanitaria, la collaborazione europea ha mostrato due facce. La decisione iniziale (poi ritirata) da …
L'Europa deve porsi il problema di come distribuire i costi della pandemia. Tuttavia, si tratta di un discorso che tocca solo in parte le difficoltà della situazione attuale. L'Italia oggi ha bisogno prima di tutto di una risposta sanitaria adeguata; di un disborso rapido di liquidità a imprese e famiglie; e di una gestione intelligente della riapertura delle attività produttive. Si tratta di politiche che rimangono di competenza nazionale o regionale e dunque poco c'entrano con i ritardi dell'Ue.
Nella politica sanitaria, la collaborazione europea ha mostrato due facce. La decisione iniziale (poi ritirata) da …
In vista del Consiglio Europeo di oggi, il governo italiano si è prodigato in una campagna mediatica per chiedere agli altri Paesi maggiore solidarietà verso l'Italia. In particolare, Giuseppe Conte ha invocato a lungo l'emissione di eurobond, ma è praticamente impossibile che questo obbiettivo venga raggiunto.
L'Europa deve porsi il problema di come distribuire i costi della pandemia. Tuttavia, si tratta di un discorso che tocca solo in parte le difficoltà della situazione attuale. L'Italia oggi ha bisogno prima di tutto di una risposta sanitaria adeguata; di un disborso rapido di liquidità a imprese e famiglie; e di una gestione intelligente della riapertura delle attività produttive. Si tratta di politiche che rimangono di competenza nazionale o regionale e dunque poco c'entrano con i ritardi dell'Ue.
Nella politica sanitaria, la collaborazione europea ha mostrato due facce. La decisione iniziale (poi ritirata) da parte di Paesi come Francia e Germania di interrompere le forniture di determinato materiale sanitario è stata profondamente sbagliata, mentre la scelta della Germania di ospitare malati italiani e francesi nelle proprie terapie intensive è stato un atto di amicizia. Tuttavia, le decisioni importanti sulla gestione dei tamponi, sull'ospedalizzazione dei malati e sulle modalità di quarantena sono dipese individualmente dagli Stati membri.
In Italia le competenze sono regionali, e infatti amministrazioni come Lombardia e Veneto hanno avuto esperienze epidemiche molto diverse a seconda delle loro scelte. La gestione degli aiuti economici è, di nuovo, di pertinenza nazionale. Le istituzioni comunitarie hanno un ruolo importante in materia, ma è difficile dire che in questa fase si siano messe di traverso. La Commissione Europea ha sospeso quasi subito il patto di stabilità e rilassato le norme sugli aiuti di Stato; la Banca Centrale Europea - dopo alcuni ritardi - ha garantito imponenti iniezioni di liquidità per aiutare i governi e il sistema bancario. Oggi il Consiglio Europeo dovrebbe mettere in campo altri strumenti, come un fondo per la ricostruzione destinato soprattutto ai Paesi più colpiti.
Tuttavia, l'intervento rapido auspicato da Mario Draghi alcune settimane fa per evitare il collasso del sistema produttivo dipende soprattutto dall'efficienza della macchina statale nazionale. Le difficoltà dell'Inps nel gestire le domande di sussidio, o problemi legati all'emissione di prestiti bancari garantiti dallo Stato non sono certo imputabili a Bruxelles.
Infine, le decisioni sulle modalità di rilassamento del lockdown dipendono, ancora una volta dagli Stati nazionali. La Commissione ha pubblicato la settimana scorsa delle linee guida sul tema, ma non ha nessun reale potere di indirizzo. In Italia abbiamo deciso di affidarci a una moltitudine di task force, che si sovrappongono ai diversi livelli dell'amministrazione statale. La bontà di queste scelte sarà giudicabile solo col tempo e in confronto agli altri Paesi, ma risponderà esclusivamente alle preferenze dei nostri governanti.
C'è una domanda importante a cui l'eurozona deve decidere come rispondere, e questa riguarda la distribuzione del conto della crisi. Tuttavia, è importante capire che una maggiore condivisione dei costi, attraverso ad esempio l'emissione dei tanto evocati eurobond, richiederebbe non solo processi legali e amministrativi complessi come la revisione dei trattati europei, ma anche nuove cessioni di sovranità. I partiti della maggioranza sono divisi sull'ipotesi di utilizzare il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) senza particolari condizioni, perché anche questa ipotesi viene considerata troppo onerosa. È dunque piuttosto surreale richiedere la creazione di una "unione fiscale" con un bilancio e un debito comune, visto che questa implicherebbe dei vincoli sulla spesa di ogni Paese ben maggiori di quelli delle nuove linee di credito del Mes.
La pandemia, e la conseguente esplosione dei debiti pubblici, metterà i Paesi della zona euro davanti a scelte esistenziali su quanta sovranità cedere. Ma, al momento, la gestione dell'emergenza dipende dagli Stati nazionali. Oneri e onori, insomma, sono quasi tutti del governo.
L'autore è editorialista di Bloomberg Opinion
L'Europa deve porsi il problema di come distribuire i costi della pandemia. Tuttavia, si tratta di un discorso che tocca solo in parte le difficoltà della situazione attuale. L'Italia oggi ha bisogno prima di tutto di una risposta sanitaria adeguata; di un disborso rapido di liquidità a imprese e famiglie; e di una gestione intelligente della riapertura delle attività produttive. Si tratta di politiche che rimangono di competenza nazionale o regionale e dunque poco c'entrano con i ritardi dell'Ue.
Nella politica sanitaria, la collaborazione europea ha mostrato due facce. La decisione iniziale (poi ritirata) da parte di Paesi come Francia e Germania di interrompere le forniture di determinato materiale sanitario è stata profondamente sbagliata, mentre la scelta della Germania di ospitare malati italiani e francesi nelle proprie terapie intensive è stato un atto di amicizia. Tuttavia, le decisioni importanti sulla gestione dei tamponi, sull'ospedalizzazione dei malati e sulle modalità di quarantena sono dipese individualmente dagli Stati membri.
In Italia le competenze sono regionali, e infatti amministrazioni come Lombardia e Veneto hanno avuto esperienze epidemiche molto diverse a seconda delle loro scelte. La gestione degli aiuti economici è, di nuovo, di pertinenza nazionale. Le istituzioni comunitarie hanno un ruolo importante in materia, ma è difficile dire che in questa fase si siano messe di traverso. La Commissione Europea ha sospeso quasi subito il patto di stabilità e rilassato le norme sugli aiuti di Stato; la Banca Centrale Europea - dopo alcuni ritardi - ha garantito imponenti iniezioni di liquidità per aiutare i governi e il sistema bancario. Oggi il Consiglio Europeo dovrebbe mettere in campo altri strumenti, come un fondo per la ricostruzione destinato soprattutto ai Paesi più colpiti.
Tuttavia, l'intervento rapido auspicato da Mario Draghi alcune settimane fa per evitare il collasso del sistema produttivo dipende soprattutto dall'efficienza della macchina statale nazionale. Le difficoltà dell'Inps nel gestire le domande di sussidio, o problemi legati all'emissione di prestiti bancari garantiti dallo Stato non sono certo imputabili a Bruxelles.
Infine, le decisioni sulle modalità di rilassamento del lockdown dipendono, ancora una volta dagli Stati nazionali. La Commissione ha pubblicato la settimana scorsa delle linee guida sul tema, ma non ha nessun reale potere di indirizzo. In Italia abbiamo deciso di affidarci a una moltitudine di task force, che si sovrappongono ai diversi livelli dell'amministrazione statale. La bontà di queste scelte sarà giudicabile solo col tempo e in confronto agli altri Paesi, ma risponderà esclusivamente alle preferenze dei nostri governanti.
C'è una domanda importante a cui l'eurozona deve decidere come rispondere, e questa riguarda la distribuzione del conto della crisi. Tuttavia, è importante capire che una maggiore condivisione dei costi, attraverso ad esempio l'emissione dei tanto evocati eurobond, richiederebbe non solo processi legali e amministrativi complessi come la revisione dei trattati europei, ma anche nuove cessioni di sovranità. I partiti della maggioranza sono divisi sull'ipotesi di utilizzare il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) senza particolari condizioni, perché anche questa ipotesi viene considerata troppo onerosa. È dunque piuttosto surreale richiedere la creazione di una "unione fiscale" con un bilancio e un debito comune, visto che questa implicherebbe dei vincoli sulla spesa di ogni Paese ben maggiori di quelli delle nuove linee di credito del Mes.
La pandemia, e la conseguente esplosione dei debiti pubblici, metterà i Paesi della zona euro davanti a scelte esistenziali su quanta sovranità cedere. Ma, al momento, la gestione dell'emergenza dipende dagli Stati nazionali. Oneri e onori, insomma, sono quasi tutti del governo.
L'autore è editorialista di Bloomberg Opinion