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Quel silenzio da riempire nelle chiese

Le chiese in quanto edifici in realtà non sono mai state chiuse. Il silenzio vuoto che avvolge le chiese non può però durare, perché fra dieci persone davanti a un negozio e dieci persone distanziate in una chiesa non c’è differenza
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Sta per finire il tempo senza culto comunitario che ha privato i fedeli cristiani dell’eucaristia? A un passo dalla Fase 2 la Chiesa cattolica non è che lo speri, finalmente lo “esige”. E chiede che si fissino i criteri per consentire almeno a pochi fedeli, in rappresentanza della comunità, di riprendere a celebrare, messe e funerali.

Le chiese in quanto edifici in realtà non sono mai state chiuse. Ci mancherebbe altro, la Chiesa e lo Stato sono ancora “ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. È stato invece proibito alla comunità di riunirsi con un provvedimento preso “in via generale per motivi di sanità”, secondo la Costituzione.

La decisione non è stata violata, se non da pochi fanatici. E solo politici, che rimasticano le bestemmie mussoliniane sulla “religione come sacro presidio dei valori morali della stirpe”, hanno simulato desideri spirituali non conoscendone…
Sta per finire il tempo senza culto comunitario che ha privato i fedeli cristiani dell’eucaristia? A un passo dalla Fase 2 la Chiesa cattolica non è che lo speri, finalmente lo “esige”. E chiede che si fissino i criteri per consentire almeno a pochi fedeli, in rappresentanza della comunità, di riprendere a celebrare, messe e funerali.

Le chiese in quanto edifici in realtà non sono mai state chiuse. Ci mancherebbe altro, la Chiesa e lo Stato sono ancora “ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. È stato invece proibito alla comunità di riunirsi con un provvedimento preso “in via generale per motivi di sanità”, secondo la Costituzione.

La decisione non è stata violata, se non da pochi fanatici. E solo politici, che rimasticano le bestemmie mussoliniane sulla “religione come sacro presidio dei valori morali della stirpe”, hanno simulato desideri spirituali non conoscendone la verecondia.

Il silenzio vuoto che avvolge le chiese non può però durare, perché fra dieci persone davanti a un negozio e dieci persone distanziate in una chiesa non c’è differenza. Quell’”esige” la ripresa del culto ha un motivo politico. L’adesione vaticana alle grida governative, che si sono avventurate nel recinto del sacro, aveva anche il senso di non indebolire un governo nato per compiti ordinari e investito dalla più grande tragedia postbellica. Ma ridurre la libertà di culto, che ha rango costituzionale, a mera questione sanitaria fuori dalla “via generale” dà al clericalismo reazionario la facoltà di attaccare l’esecutivo con argomenti pseudo-religiosi e lavorare contro l’unità della Chiesa e contro il Papa.

Ma quello stesso “esige” ha anche un motivo tutto spirituale. Nella liturgia cristiana il popolo non è uno spettatore collocato indifferentemente davanti o dietro le telecamere, ma “soggetto celebrante” insostituibile. Una comunità che prega non è qualcosa che deve premere solo ai credenti o a chi spera di essere trovato tale, quando solo chi ha praticato l’amore del Cristo povero sarà benedetto.

La preghiera di una comunità celebrante interessa tutti. Perché sapere che nelle città, che si credono invulnerabili e odiano le fragilità, ci sono non singoli ma comunità di persone desiderose di comunione che insieme fanno scialo del tempo nell’ascolto e nella condivisione, è un bene di cui dovrebbe capire l’importanza anche chi con quello scialo non vuol aver niente a che fare. Almeno oggi.