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Fincantieri, i segreti di un successo

Ha vinto la gara della Us Navy per la costruzione della fregata lanciamissili FFG
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Il contratto per la costruzione della fregata lanciamissili FFG, che Fincantieri si è aggiudicata con la marina americana, si presta a vari gradi di lettura. Il primo grado, che è anche il più facile ed evidente, è di natura economica. Per Fincantieri si tratta di una grossa boccata d’ossigeno per il presente e di una garanzia di sopravvivenza per il futuro. La commessa vale 795,1 milioni di dollari, ma il completamento del programma, che prevede la costruzione di altre nove unità, arriva a un totale di 5,57 miliardi di dollari.

Mentre l’altra gamba sulla quale si regge l’azienda italiana, quella delle navi da crociera, è piuttosto barcollante (non solo per la forte concorrenza, ma soprattutto perché la pandemia da coronavirus fa prevedere una contrazione degli ordini), questa poderosa flebo di dollari nella gamba militare è una vera e propria benedizione. Anche perché segna un vistoso salto di classe pe…
Il contratto per la costruzione della fregata lanciamissili FFG, che Fincantieri si è aggiudicata con la marina americana, si presta a vari gradi di lettura. Il primo grado, che è anche il più facile ed evidente, è di natura economica. Per Fincantieri si tratta di una grossa boccata d’ossigeno per il presente e di una garanzia di sopravvivenza per il futuro. La commessa vale 795,1 milioni di dollari, ma il completamento del programma, che prevede la costruzione di altre nove unità, arriva a un totale di 5,57 miliardi di dollari.

Mentre l’altra gamba sulla quale si regge l’azienda italiana, quella delle navi da crociera, è piuttosto barcollante (non solo per la forte concorrenza, ma soprattutto perché la pandemia da coronavirus fa prevedere una contrazione degli ordini), questa poderosa flebo di dollari nella gamba militare è una vera e propria benedizione. Anche perché segna un vistoso salto di classe per Fincantieri. Non è consuetudine, negli Stati Uniti, che un’azienda europea sia capo commessa. È un segnale di affidabilità che, come vedremo poi, ha anche una forte valenza geopolitica.

Il secondo grado di lettura riguarda la capacità dell’industria di eccellenza italiana di essere competitiva anche in un contesto molto sfidante. Fincantieri gareggiava con alcuni dei marchi più forti del settore e alla fine è entrata ben due volte nei cinque progetti finalisti: con questo (che deriva dalla fregata europea FREMM costruita con i francesi) e con un altro presentato con la Lockheed. Un doppio podio, insomma, che come si diceva fa compiere un grande salto di qualità al marchio italiano. È vero che Fincantieri vanta, agli occhi dell’amministrazione Trump, un grosso merito politico: essere stata, come dice un attento osservatore, «trumpiana prima di Trump», avendo acquistato i cantieri americani in piena crisi nel 2009, salvando 3mila posti di lavoro in Wisconsin e Illinois, due Stati cui il presidente guarda con molta attenzione. Ma la “simpatia” della Casa Bianca, ribadita pubblicamente ancora di recente dal vicepresidente Mike Pence, non sarebbe bastata a far vincere la gara se non ci fosse stata la grande validità del progetto, basato su qualità più flessibilità per una nave da combattimento destinata a essere «una parte importante della nostra futura flotta», secondo le parole del capo di Stato maggiore della Us Navy, l’ammiraglio Mike Gilday.

Queste considerazioni portano a un terzo grado di lettura di questa vittoria tutta italiana in un gara di alto livello. Le nostre eccellenze, come appunto Fincantieri e Leonardo per restare nel campo della Difesa, potrebbero avere ancora più successo (e commesse) all’estero se fossero capaci di fare sistema, come sanno fare benissimo i francesi, anziché andare ognuna per la propria strada, quando non addirittura mettersi in competizione. Il contratto con la Us Navy potrebbe (e dovrebbe) essere davvero uno stimolo per il sistema Paese, che da noi risente ancora troppo di antiche frammentazioni, derivanti anche dalla lottizzazione delle cariche.

L’ultimo grado di lettura di questa “success story” è di carattere geopolitico, come si accennava all’inizio. Fincantieri aveva già dovuto superare un test di affidabilità, in termini di protezione di informazioni sensibili, quando era entrata in una joint venture con l’americana Carnival e un cantiere cinese per la costruzione di navi da crociera. I sospetti che ci potesse essere un trasferimento di tecnologie verso la Cina erano stati parecchi e abbastanza espliciti e l’azienda italiana aveva dovuto dimostrare che il suo “firewall” era impeccabile. Ma in un momento in cui la collocazione dell’Italia ha subìto qualche scossa con la crisi sanitaria del Covid 19 (tra ufficiali russi, di dubbia provenienza, sciamati negli ospedali lombardi, e mascherine cinesi generosamente arrivate tra i plausi di alcuni nostri politici) l’assegnazione di una commessa militare americana a un’azienda italiana assume un significato “ideologico” non secondario: il riconoscimento di un radicamento in Occidente, che oggi non è più così scontato.