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(ansa)

La Responsabilità e la Paura

Se nella Fase 2, con l'allentamento parziale del lockdown, la curva dei contagi dovesse risalire a chi verrà presentato il conto?
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In un Paese mediamente poco incline alla responsabilità verso gli altri e dunque normalmente riottoso persino all’idea di condividerla, l’avvio della Fase 2 e l’allentamento parziale del lockdown hanno posto immediatamente una questione dirimente. Che suona così: se le cose dovessero andare male, se dunque a una prima ripresa delle attività la curva dei contagi dovesse riprendere a salire, a chi verrà presentato il conto?

Il presidente designato di Confindustria, Carlo Bonomi, ha detto: «Mi preoccupa e mi indigna che si giochi a dare la responsabilità alle imprese. Il codice civile mette in capo all’impresa la salute e la sicurezza dei lavoratori. Con il Covid 19, questo genera una situazione potenzialmente deflagrante. Penso alla possibilità che venga richiesto alle aziende di dimostrare che un lavoratore ammalato non si è contagiato in azienda: semplicemente una follia». Capita di ascoltare identic…
In un Paese mediamente poco incline alla responsabilità verso gli altri e dunque normalmente riottoso persino all’idea di condividerla, l’avvio della Fase 2 e l’allentamento parziale del lockdown hanno posto immediatamente una questione dirimente. Che suona così: se le cose dovessero andare male, se dunque a una prima ripresa delle attività la curva dei contagi dovesse riprendere a salire, a chi verrà presentato il conto?

Il presidente designato di Confindustria, Carlo Bonomi, ha detto: «Mi preoccupa e mi indigna che si giochi a dare la responsabilità alle imprese. Il codice civile mette in capo all’impresa la salute e la sicurezza dei lavoratori. Con il Covid 19, questo genera una situazione potenzialmente deflagrante. Penso alla possibilità che venga richiesto alle aziende di dimostrare che un lavoratore ammalato non si è contagiato in azienda: semplicemente una follia». Capita di ascoltare identici argomenti dagli esercenti di attività commerciali prossime alla riapertura e persino nelle parrocchie, dove i ministri di culto confessano che di fronte alla possibilità di essere giudicati responsabili della malattia di un fedele in occasione di una qualsiasi cerimonia, anche a ranghi ridotti, magari per ciò che può sfuggire al loro controllo, preferiscono aspettare tempi migliori. Quando, appunto, «le carte saranno a posto» e sarà chiaro chi risponderà di cosa e come.

Sono argomenti che vanno presi sul serio. Per il tema che pongono e per la maledizione che raccontano. Quella di un Paese abituato e rassegnato alla logica del capro espiatorio, profondamente disilluso nel rapporto tra Stato e cittadino, e condannato a una coazione a ripetere in cui la sequenza obbligata è quella di procedere da uno stato di paura a un altro. Fino a ieri, alimentato da un nemico da sconfiggere quale il Covid 19 che almeno tutto livellava. E, oggi, dalla certezza di ritrovarsi ad essere, domani, in modo rituale, il potenziale responsabile di una ripresa della peste. Quale che sia il posto occupato nella collettività: ministro, imprenditore, commerciante, ristoratore, impiegato pubblico, prete, operaio, bracciante.

La verità è che non esiste un algoritmo in grado di accompagnarci in modo esatto nella terra incognita che abbiamo di fronte. Di quelli in grado di traslare in toto, e naturalmente su altri, responsabilità che devono essere equamente assunte e altrettanto ragionevolmente condivise, perché di tutti. Ma se non cominciamo da qui, dalla dimensione collettiva della responsabilità di fronte all’epidemia, rialzarsi tutti insieme sarà impossibile.