Accuse a Wuhan, la propaganda cinese risponde a colpi di cartoons
Gianluca Di Feo
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di GIANLUCA DI FEO
A Pechino è scattata la massima allerta: si teme che possa nascere un’ondata di proteste occidentali pari a quella provocata dal massacro di Tienanmen nel 1989. A rischio la "via della Seta" e gli investimenti in Europa, così si punta all'Africa
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È il fronte più animato della nuova guerra fredda. Letteralmente. Per replicare alle accuse americane sull’epidemia, la diplomazia di Pechino ha schierato anche i cartoons. Personaggi in stile Lego. Da una parte un guerriero cinese, come quelli dell’armata di terracotta, che indossa la mascherina. Dall’altra una statua della Libertà: al posto della fiamma ha un ciuffo arancione a ricordare Trump e nessuna protezione. I due si rinfacciano la cronologia del virus, esaltando come i cinesi abbiano detto tutta la verità e usato ogni strumento per proteggere la popolazione dal contagio. Mentre dall’altra parte dell’Atlantico ci sono stati solo slogan contradditori. Il video diffuso su twitter anche dall’ambasciata cinese in Francia è stato notato dal Figaro. Ed è solo uno degli elementi messi in campo dalla Repubblica Popolare in una campagna mondiale di propa…
È il fronte più animato della nuova guerra fredda. Letteralmente. Per replicare alle accuse americane sull’epidemia, la diplomazia di Pechino ha schierato anche i cartoons. Personaggi in stile Lego. Da una parte un guerriero cinese, come quelli dell’armata di terracotta, che indossa la mascherina. Dall’altra una statua della Libertà: al posto della fiamma ha un ciuffo arancione a ricordare Trump e nessuna protezione. I due si rinfacciano la cronologia del virus, esaltando come i cinesi abbiano detto tutta la verità e usato ogni strumento per proteggere la popolazione dal contagio. Mentre dall’altra parte dell’Atlantico ci sono stati solo slogan contradditori. Il video diffuso su twitter anche dall’ambasciata cinese in Francia è stato notato dal Figaro. Ed è solo uno degli elementi messi in campo dalla Repubblica Popolare in una campagna mondiale di propaganda.
Covid-19, "C'era una volta un virus": la Cina risponde alle accuse americane con un video ironico
A Pechino è scattata la massima allerta: si teme che possa nascere un’ondata anti-cinese pari a quella provocata dal massacro di Tienanmen nel 1989. Secondo la Reuters, un mese fa il ministro della Sicurezza ha presentato ai leader, incluso il presidente XiJinping, un rapporto sugli effettigeopolitici della pandemia. Si configurava uno scenario devastante: il moltiplicarsi delle contestazioni occidentali sull’origine del virus e sui depistaggi a Wuhan rischia di diventarel’argomento chiave per opporsi al piano della “via della Seta”, che prevede investimenti e progetti di infrastrutture dall’Asia all’Europa. Il dossier concretizzava il timore che la Casa Bianca passi dalle parole ai fatti, potenziando il sostegno finanziario e militare agli alleati soprattutto in Estremo Oriente. La conclusione è chiara: gli americani vogliono usare l’epidemia per colpire la fiducia verso il partito comunista al potere e destabilizzarlo. Una minaccia in patria e all’estero, a cui bisogna rispondere con tutte le risorse.
Così è scattata un’operazione senza confini, che unisce la macchina della comunicazione a quella degli aiuti umanitari. Una sfida concentrata su due continenti: l’Africa e l’Europa, strategici per lo sviluppo economico e politico cinese. L’offensiva in Africa è stata analizzata da ElPais, partendo dal comunicato dell’ambasciata di Pretoria. Un vero e proprio manifesto: “Quello che va sottolineato è che dal 3 gennaio la Cina ha ufficialmente e regolarmente scambiato informazioni con gli Stati Uniti. Sfortunatamente, dopo così tanti giorni, gli Usa hanno fallito nel contenere l’epidemia. La situazione negli States sta peggiorando rapidamente, con un numero di casi che cresce esponenzialmente. Quello che è ancora meno comprensibile e disturbante è che alcuni politici negli Usa e in altri Paesi occidentali invece di concentrarsi sul combattere l’epidemia nelle loro nazioni, non hanno risparmiato sforzi per politicizzare e sfruttare la pandemia sulla base dei loro pregiudizi e di una mentalità da guerra fredda”.
Lo stesso messaggio viene diffuso ovunque, puntando molto sui social media. Agli slogan si accompagna una capillare distribuzione di doni, con milioni di mascherine, medicinali, ventilatori polmonari estrumenti diagnostici fatti arrivare praticamente in tutti i 54 Paesi del continente. Una campagna massiccia a cui partecipano organizzazioni statali - China Merchants, Hunan Construction o CSEC – e iniziative private come quelle di Alibaba, Huawei, Tencent e Huajian Group. La posizione leader che la Cina ha conquistato da tempo in terra d’Africa con elargizioni milionarie per favorire programmi di sviluppo, legati allo sfruttamento di risorse agricole e minerarie, adesso diventa il volano per difendere la credibilità della Repubblica Popolare.
L’operazione si ripete anche in Europa, con gli stessi ingredienti: mascherine e comunicati. Lo si è visto in Italia: sin dai giorni più neri della crisi, il flusso di rifornimenti dalla Cina non si è mai interrotto, con consegne dirette alle regioni e alla Protezione civile nazionale, mentre medici e infermieri sono sbarcati per fornire consigli e cure. Contemporaneamente, la rappresentanza di Roma su Twitter e altri social spiega le ragioni di Pechino. Con accortezza mediatica, l’ambasciatore Li Junhua ci ha messo la faccia: la sua foto accompagna i messaggi. Che sono di questo tenore: “La Cina ha prontamente diffuso le informazioni sull’evoluzione dell’epidemia. Il 27 dicembre un medico di Wuhan ha riportato i primi tre casi sospetti, il 29 il Centro di controllo delle malattie ha avviato le indagini epidemiologiche, il 3 gennaio la Cina ha iniziato a fare rapporto all’Oms e agli altri Paesi, Usa compresi, l’11 gennaio ha condiviso le sequenze genomiche. I fatti sono questi”.
Agli spot si alternano le foto dei pacchi con le bandiere delle due nazioni regalati nelle città della Penisola e i ringraziamenti di sindaci e governatori regionali. C’è spazio ovviamente per video che illustrano i successi cinesi nel debellare l’epidemia e la rinascita di Wuhan. Tutto presentato in maniera semplice ed efficace.La narrativa viene declinata a seconda dei costumi nazionali, usando qualsiasi strumento. A Parigi campeggia il motto “Unisnousvaincrons” sotto il tricolore e la bandiera rossa. E sono rilanciati articoli e servizi televisivi francesi che contrastano le dichiarazioni della Casa Bianca. Lo stesso format si ripete a Berlino, a Madrid e in ogni altra capitale. Il confronto con la comunicazione delle ambasciate americane è impari: la quantità di messaggi in lingua originale è di gran lunga inferiore, senza una strategia chiara per sostenere la linea della Casa Bianca. Mentre la macchina della propaganda di Pechino procede in una lunga marcia attraverso i continenti per amplificare la verità di Stato.