A Superga per trovare la forza di ricominciare
Maurizio Crosetti , di MAURIZIO CROSETTINell'anniversario della tragedia il pellegrinaggio dei tifosi granata per rendere omaggio al Grande Torino, nel giorno in cui il Paese esce dalla quarantena. Questo è il luogo dove la storia si racconta e si tramanda
Salgono lenti, e soli. Ma sulla collina salgono tenaci, in un giorno che è speciale anche quando è normale e dunque figurarsi oggi, il primo giorno della nuova vita, delle strade non più deserte, degli incontri non più impossibili. I granata sono personaggi particolari, trovano nutrimento nella memoria, quasi sempre dolorosa. Nasce, da questo sentimento di perdita, non una sottrazione ma una somma di orgoglio, di ricordo, di senso di diversità. I tifosi del Toro sanno di appartenere a una specie che qualcuno immagina quasi estinta e invece no, non lo è, se il 4 maggio 2020, dentro un mondo ammalato e spaventato, non rinuncia a Superga. Anche senza messa, anche senza il pellegrinaggio collettivo che ha davvero qualcosa di religiosamente laico. Stavolta si prega da soli, si ricorda da soli. E, purtroppo, qualcuno da solo muore.
C'è un sole innaturale, sebbene un po' ovattato. Di solito, il 4 maggio alle cinque del pomeriggio piov…
C'è un sole innaturale, sebbene un po' ovattato. Di solito, il 4 maggio alle cinque del pomeriggio piov…
Salgono lenti, e soli. Ma sulla collina salgono tenaci, in un giorno che è speciale anche quando è normale e dunque figurarsi oggi, il primo giorno della nuova vita, delle strade non più deserte, degli incontri non più impossibili. I granata sono personaggi particolari, trovano nutrimento nella memoria, quasi sempre dolorosa. Nasce, da questo sentimento di perdita, non una sottrazione ma una somma di orgoglio, di ricordo, di senso di diversità. I tifosi del Toro sanno di appartenere a una specie che qualcuno immagina quasi estinta e invece no, non lo è, se il 4 maggio 2020, dentro un mondo ammalato e spaventato, non rinuncia a Superga. Anche senza messa, anche senza il pellegrinaggio collettivo che ha davvero qualcosa di religiosamente laico. Stavolta si prega da soli, si ricorda da soli. E, purtroppo, qualcuno da solo muore.
C'è un sole innaturale, sebbene un po' ovattato. Di solito, il 4 maggio alle cinque del pomeriggio piove. Non oggi, ma si sa che oggi va tutto al contrario. Soltanto un giocatore, il capitano, Belotti, sosta davanti al maledetto muro. Legge i nomi dei caduti in un silenzio gigantesco, più di sempre, e non può non pensare che in fondo tutti i morti sono uguali e tutti hanno bisogno di una preghiera, anche se non si crede in qualche dio, in qualche paradiso. Perché quella preghiera ha comunque il significato di un ricordo. È come una lacrima. È un fiore.
Chi dice che il calcio non è essenziale, che non è poi così importante, forse oggi dovrebbe venire a Superga. Perché sulla strada che piega tra gli alberi e il verde, e impennandosi arriva al piazzale della basilica che sovrasta la città, non ci sono soltanto appassionati di calcio ma persone che nel tempo, e grazie allo sport, hanno vissuto una grande passione, un'identificazione che non finisce, uno svago, una distrazione, una consolazione. Un modo per essere un po' meno soli, un po' meno tristi. Lo sport è anche questo, ed è per questo che ci sta mancando tanto e ne abbiamo così bisogno. Forse, persino un severo ministro dovrebbe provare a considerarlo.
Salgono, lenti e non più giovani, gli uomini e le donne granata. Sono passati già settantuno anni però che importa, questa è una memoria sempre giovane, Superga è un luogo dove la storia si racconta e si tramanda. Infatti ci sono anche i ragazzi, quassù. Non serve l'autocertificazione scritta per essere del Toro, soprattutto oggi. Se si possono di nuovo visitare i congiunti, i fratelli, i padri, più che mai si può salire verso la basilica dove tanti fratelli e padri morirono. Perché quella squadra era figlia di tutti, era l'Italia uscita dalla guerra per una nuova vita. Era la speranza, e la forza di esserci ancora per ricominciare, come facevano Coppi e Bartali sulle strade di un paese distrutto ma non arreso. Il Grande Torino, che come scrisse Gianni Mura aveva le maiuscole già prima di morire, rappresentava e ancora rappresenta non solo una squadra, o una parte del tifo, ma una storia e una nazione. Morì nel pieno di tanta vita che rinasceva. Pensarci oggi fa davvero effetto, perché anche questi sono i giorni del dolore e della speranza.
C'è un sole innaturale, sebbene un po' ovattato. Di solito, il 4 maggio alle cinque del pomeriggio piove. Non oggi, ma si sa che oggi va tutto al contrario. Soltanto un giocatore, il capitano, Belotti, sosta davanti al maledetto muro. Legge i nomi dei caduti in un silenzio gigantesco, più di sempre, e non può non pensare che in fondo tutti i morti sono uguali e tutti hanno bisogno di una preghiera, anche se non si crede in qualche dio, in qualche paradiso. Perché quella preghiera ha comunque il significato di un ricordo. È come una lacrima. È un fiore.
Chi dice che il calcio non è essenziale, che non è poi così importante, forse oggi dovrebbe venire a Superga. Perché sulla strada che piega tra gli alberi e il verde, e impennandosi arriva al piazzale della basilica che sovrasta la città, non ci sono soltanto appassionati di calcio ma persone che nel tempo, e grazie allo sport, hanno vissuto una grande passione, un'identificazione che non finisce, uno svago, una distrazione, una consolazione. Un modo per essere un po' meno soli, un po' meno tristi. Lo sport è anche questo, ed è per questo che ci sta mancando tanto e ne abbiamo così bisogno. Forse, persino un severo ministro dovrebbe provare a considerarlo.
Salgono, lenti e non più giovani, gli uomini e le donne granata. Sono passati già settantuno anni però che importa, questa è una memoria sempre giovane, Superga è un luogo dove la storia si racconta e si tramanda. Infatti ci sono anche i ragazzi, quassù. Non serve l'autocertificazione scritta per essere del Toro, soprattutto oggi. Se si possono di nuovo visitare i congiunti, i fratelli, i padri, più che mai si può salire verso la basilica dove tanti fratelli e padri morirono. Perché quella squadra era figlia di tutti, era l'Italia uscita dalla guerra per una nuova vita. Era la speranza, e la forza di esserci ancora per ricominciare, come facevano Coppi e Bartali sulle strade di un paese distrutto ma non arreso. Il Grande Torino, che come scrisse Gianni Mura aveva le maiuscole già prima di morire, rappresentava e ancora rappresenta non solo una squadra, o una parte del tifo, ma una storia e una nazione. Morì nel pieno di tanta vita che rinasceva. Pensarci oggi fa davvero effetto, perché anche questi sono i giorni del dolore e della speranza.