Vaccino, bene dell’umanità
Luigi Manconi , di LUIGI MANCONIUna volta scoperto avrà, per la sopravvivenza di una parte significativa della popolazione mondiale e per la vita morale dell'intero Pianeta, un peso tanto rilevante quanto quello rappresentato dalla foresta Amazzonica e da altri patrimoni naturali nell'assicurare il fabbisogno di ossigeno
A chi apparterrà il vaccino contro il Covid 19 se e quando verrà, infine, scoperto? Chi ne sarà il proprietario? Quel vaccino avrà, per la sopravvivenza di una parte significativa della popolazione mondiale e per la vita morale dell'intero Pianeta, un peso tanto rilevante quanto quello rappresentato dalla foresta Amazzonica, e da altri patrimoni naturali, nell'assicurare il fabbisogno di ossigeno, e, con ciò, il "respiro del mondo".
Nonostante le apparenze, non siamo nella dimensione suggestiva delle metafore, bensì in quella concreta delle scelte che riguardano lo sviluppo e il sottosviluppo, lo scambio ineguale, i rapporti di forza tra le nazioni e i processi di globalizzazione che, per quanto sghembi e ammaccati, continuano a produrre miseria e ricchezza. È all'interno di questo scenario che si pone il tema della titolarità di risorse della natura come, appunto, la foresta amazzonica, o i ghiacci dell…
Nonostante le apparenze, non siamo nella dimensione suggestiva delle metafore, bensì in quella concreta delle scelte che riguardano lo sviluppo e il sottosviluppo, lo scambio ineguale, i rapporti di forza tra le nazioni e i processi di globalizzazione che, per quanto sghembi e ammaccati, continuano a produrre miseria e ricchezza. È all'interno di questo scenario che si pone il tema della titolarità di risorse della natura come, appunto, la foresta amazzonica, o i ghiacci dell…
A chi apparterrà il vaccino contro il Covid 19 se e quando verrà, infine, scoperto? Chi ne sarà il proprietario? Quel vaccino avrà, per la sopravvivenza di una parte significativa della popolazione mondiale e per la vita morale dell'intero Pianeta, un peso tanto rilevante quanto quello rappresentato dalla foresta Amazzonica, e da altri patrimoni naturali, nell'assicurare il fabbisogno di ossigeno, e, con ciò, il "respiro del mondo".
Nonostante le apparenze, non siamo nella dimensione suggestiva delle metafore, bensì in quella concreta delle scelte che riguardano lo sviluppo e il sottosviluppo, lo scambio ineguale, i rapporti di forza tra le nazioni e i processi di globalizzazione che, per quanto sghembi e ammaccati, continuano a produrre miseria e ricchezza. È all'interno di questo scenario che si pone il tema della titolarità di risorse della natura come, appunto, la foresta amazzonica, o i ghiacci dell'Antartide, o di prodotti dell'uomo, quali i farmaci salvavita e i vaccini, che assumono, come le prime, la qualità di beni universalmente necessari.
Una grande questione etica che incide in profondità nella vita materiale di uomini e donne. In altre parole, se le risorse della natura e quelle create dalle bioscienze e dalle biotecnologie sono indispensabili per il nostro futuro, è possibile (e, ancora prima, è giusto?) sottoporle alla proprietà privata di singoli, gruppi o nazioni, e alle regole di mercato, inevitabilmente arbitrarie? O, all'opposto, si deve stabilire che quelle risorse costituiscono, appunto, un patrimonio dell'umanità, che da quest'ultima dev'essere amministrato attraverso gli organismi internazionali? È esattamente quanto ha ispirato l'appello "Un vaccino popolare contro il Covid 19", pubblicato dal The Guardian e sottoscritto da numerosi presidenti e primi ministri di Paesi di tutti i continenti, che, in estrema sintesi, richiede:
1) La condivisione obbligatoria di tutte le conoscenze, i dati e le tecnologie relative al Covid 19;
2) Un piano di produzione e distribuzione rapido, globale ed equo, interamente finanziato dalle nazioni ricche;
3) La fornitura gratuita di vaccini, diagnostica, test e trattamenti Covid 19 a tutti, ovunque; e l'accesso deve essere prioritario per i Paesi poveri.
Nel frattempo è esplosa in Francia una violentissima controversia, nata dalle dichiarazioni del responsabile della casa farmaceutica Sanofi, secondo il quale gli Stati Uniti "saranno i primi beneficiari della distribuzione del vaccino in quanto hanno investito di più" nel finanziare l'azienda. La reazione del Presidente Emmanuel Macron è stata fermissima: "Il vaccino contro il coronavirus è un bene comune, deve essere sottratto alle leggi del mercato". È fin troppo evidente quanto accadrebbe in caso contrario. Il rischio è che si arrivi a "stilare" - come ha scritto Luca Fraioli su Repubblica - "una lista d'attesa per la vaccinazione basata su quanto ciascun governo ha sborsato per raggiungere l'obiettivo".
E, tuttavia, non è facile essere ottimisti: le enormi spese richieste dalla produzione e dalla distribuzione del vaccino a livello mondiale rendono ardua l'impresa di sottrarre questo prodotto - di ciò si tratta, ricordiamolo - alle leggi del mercato e alle loro conseguenze. Dunque, alle tendenze all'accaparramento, alla concorrenza sleale, al mercato nero e soprattutto all'esclusione di intere popolazioni dall'accesso al vaccino. Di fronte a ciò, si richiedono strategie accorte e molta saggezza.
Un piccolo esempio italiano deve funzionare da monito: un provvedimento sacrosanto, come il prezzo calmierato per le mascherine, ha avuto un esito contraddittorio e, per certi versi, negativo, in quanto improvvisato e non compensato, in maniera adeguata, da altre misure. Pensiamo a come questo effetto controproducente potrebbe tradursi a livello planetario e rispetto a una domanda che interessa miliardi di individui. Ne consegue che l'unica soluzione razionale sembra essere proprio quella proposta dall'appello "Un vaccino popolare", dove l'elemento della "gratuità" viene dettagliatamente argomentato e articolato, correlato a procedure e vincoli precisi, che lo possono rendere plausibile e realizzabile. Nulla di velleitario e nemmeno di profetico (anche se, in tempi pandemici, un po' di profezia non guasterebbe), ma un progetto di politica internazionale che assume con responsabilità, e senso della tragedia, l'autentica misura della minaccia in corso. E prova a porvi riparo, nella consapevolezza che non esiste una seria e credibile alternativa a questa concretissima utopia. Sappiamo, infatti, che la privatizzazione di quei beni e di quelle risorse universali rappresenterebbe non semplicemente un vantaggio per pochi e uno svantaggio per tanti, bensì una rovina per tutti. Ecco perché la foresta amazzonica non è una metafora.
Nonostante le apparenze, non siamo nella dimensione suggestiva delle metafore, bensì in quella concreta delle scelte che riguardano lo sviluppo e il sottosviluppo, lo scambio ineguale, i rapporti di forza tra le nazioni e i processi di globalizzazione che, per quanto sghembi e ammaccati, continuano a produrre miseria e ricchezza. È all'interno di questo scenario che si pone il tema della titolarità di risorse della natura come, appunto, la foresta amazzonica, o i ghiacci dell'Antartide, o di prodotti dell'uomo, quali i farmaci salvavita e i vaccini, che assumono, come le prime, la qualità di beni universalmente necessari.
Una grande questione etica che incide in profondità nella vita materiale di uomini e donne. In altre parole, se le risorse della natura e quelle create dalle bioscienze e dalle biotecnologie sono indispensabili per il nostro futuro, è possibile (e, ancora prima, è giusto?) sottoporle alla proprietà privata di singoli, gruppi o nazioni, e alle regole di mercato, inevitabilmente arbitrarie? O, all'opposto, si deve stabilire che quelle risorse costituiscono, appunto, un patrimonio dell'umanità, che da quest'ultima dev'essere amministrato attraverso gli organismi internazionali? È esattamente quanto ha ispirato l'appello "Un vaccino popolare contro il Covid 19", pubblicato dal The Guardian e sottoscritto da numerosi presidenti e primi ministri di Paesi di tutti i continenti, che, in estrema sintesi, richiede:
1) La condivisione obbligatoria di tutte le conoscenze, i dati e le tecnologie relative al Covid 19;
2) Un piano di produzione e distribuzione rapido, globale ed equo, interamente finanziato dalle nazioni ricche;
3) La fornitura gratuita di vaccini, diagnostica, test e trattamenti Covid 19 a tutti, ovunque; e l'accesso deve essere prioritario per i Paesi poveri.
Nel frattempo è esplosa in Francia una violentissima controversia, nata dalle dichiarazioni del responsabile della casa farmaceutica Sanofi, secondo il quale gli Stati Uniti "saranno i primi beneficiari della distribuzione del vaccino in quanto hanno investito di più" nel finanziare l'azienda. La reazione del Presidente Emmanuel Macron è stata fermissima: "Il vaccino contro il coronavirus è un bene comune, deve essere sottratto alle leggi del mercato". È fin troppo evidente quanto accadrebbe in caso contrario. Il rischio è che si arrivi a "stilare" - come ha scritto Luca Fraioli su Repubblica - "una lista d'attesa per la vaccinazione basata su quanto ciascun governo ha sborsato per raggiungere l'obiettivo".
E, tuttavia, non è facile essere ottimisti: le enormi spese richieste dalla produzione e dalla distribuzione del vaccino a livello mondiale rendono ardua l'impresa di sottrarre questo prodotto - di ciò si tratta, ricordiamolo - alle leggi del mercato e alle loro conseguenze. Dunque, alle tendenze all'accaparramento, alla concorrenza sleale, al mercato nero e soprattutto all'esclusione di intere popolazioni dall'accesso al vaccino. Di fronte a ciò, si richiedono strategie accorte e molta saggezza.
Un piccolo esempio italiano deve funzionare da monito: un provvedimento sacrosanto, come il prezzo calmierato per le mascherine, ha avuto un esito contraddittorio e, per certi versi, negativo, in quanto improvvisato e non compensato, in maniera adeguata, da altre misure. Pensiamo a come questo effetto controproducente potrebbe tradursi a livello planetario e rispetto a una domanda che interessa miliardi di individui. Ne consegue che l'unica soluzione razionale sembra essere proprio quella proposta dall'appello "Un vaccino popolare", dove l'elemento della "gratuità" viene dettagliatamente argomentato e articolato, correlato a procedure e vincoli precisi, che lo possono rendere plausibile e realizzabile. Nulla di velleitario e nemmeno di profetico (anche se, in tempi pandemici, un po' di profezia non guasterebbe), ma un progetto di politica internazionale che assume con responsabilità, e senso della tragedia, l'autentica misura della minaccia in corso. E prova a porvi riparo, nella consapevolezza che non esiste una seria e credibile alternativa a questa concretissima utopia. Sappiamo, infatti, che la privatizzazione di quei beni e di quelle risorse universali rappresenterebbe non semplicemente un vantaggio per pochi e uno svantaggio per tanti, bensì una rovina per tutti. Ecco perché la foresta amazzonica non è una metafora.