L'ultimo giorno di scuola, il personaggio buono del libro Cuore - quello che Umberto Eco non amava - scoppia in lacrime. Addio, Garrone, gli dicono i compagni, addio e arrivederci, ed è tutto un abbracciarsi e soffocare singhiozzi. Così andava nell'anno scolastico 1881-1882. Quasi un secolo e mezzo dopo, la scena sarebbe meno sentimentale. E tuttavia, se non fate i cinici, dovreste ricordare anche voi una specie di fitta. Quella che si avverte quando certe cose finiscono. L'ultimo giorno di scuola media. L'ultimo giorno di scuola superiore. Nel 2020 non ci sarebbe, come in De Amicis, nessun padre accigliato che invita la prole a riconciliarsi in fretta "con qualcuno a cui tu abbia fatto un torto". E tuttavia - almeno l'ultimo giorno di scuola - ti pare che siano diventati simpatici tutti. Compresi quelli che non sopportavi. Compresi i professori, i bidelli, uno per uno. Una felicità malinconica avvolge anche chi non vedeva l'ora d…
L'ultimo giorno di scuola, il personaggio buono del libro Cuore - quello che Umberto Eco non amava - scoppia in lacrime. Addio, Garrone, gli dicono i compagni, addio e arrivederci, ed è tutto un abbracciarsi e soffocare singhiozzi. Così andava nell'anno scolastico 1881-1882. Quasi un secolo e mezzo dopo, la scena sarebbe meno sentimentale. E tuttavia, se non fate i cinici, dovreste ricordare anche voi una specie di fitta. Quella che si avverte quando certe cose finiscono. L'ultimo giorno di scuola media. L'ultimo giorno di scuola superiore. Nel 2020 non ci sarebbe, come in De Amicis, nessun padre accigliato che invita la prole a riconciliarsi in fretta "con qualcuno a cui tu abbia fatto un torto". E tuttavia - almeno l'ultimo giorno di scuola - ti pare che siano diventati simpatici tutti. Compresi quelli che non sopportavi. Compresi i professori, i bidelli, uno per uno. Una felicità malinconica avvolge anche chi non vedeva l'ora di scappare via. Un passaggio obbligato che fa bene e male insieme. "Hai salutato tutti i tuoi compagni?", insiste babbo Garrone. Sì, sì, ho salutato tutti. Sembra niente: e invece quel saluto è una tappa speciale, memorabile, un giro di vita.
La proposta di far vivere l'ultimo giorno di scuola ai ragazzi a fine ciclo di studi desta forse più sospetti che simpatie. Una lettrice di Repubblica mi ha legittimamente rimproverato l'entusiasmo con cui avevo commentato la lettera di due studentesse di Padova che chiedevano alla ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina di difendere l'esame di maturità "in presenza". "È al corrente che i maturandi, per mantenere le distanze di sicurezza, dovrebbero presentarsi alla commissione tre o quattro per volta, indossando mascherine, occhiali e guanti?", scriveva la lettrice. Ogni timore è giustificato. Anche l'ansia di chi, di fronte all'eventuale temerarietà adolescenziale, crede che gli svantaggi siano più dei vantaggi. Non so se un ultimo giorno di scuola in presenza e in sicurezza sia davvero possibile: se lo fosse, lo difenderei comunque. E non perché all'ultima ora dell'ultimo giorno dell'ultimo anno di liceo ho fatto in tempo a dire una cosa importante a una mia compagna di classe, ma perché quel rito - sempre più simile a una battaglia allegra a colpi di acqua e farina - non è indifferente. Non lo è mai, e tanto meno lo sarebbe in un anno scolastico spezzato come quello che sta per concludersi. Ma c'è un altro aspetto, forse ancora più importante dell'aspetto emotivo. Se anche si decidesse che è impossibile vivere quest'iper-simbolico ultimo giorno di scuola, la pratica più impegnativa non sarebbe archiviata. Non è come togliersi un pensiero in più. Metto in fila le domande più urgenti, a cui ancora non abbiamo trovato risposte certe. E si sta facendo tardi. Siamo sicuri che i prossimi tre mesi senza scuola siano come quelli di sempre? Siamo sicuri di poter rimandare tutti i nodi al pettine di settembre? Siamo sicuri di non dovere invece inventare, immaginare, proporre qualcosa prima? Fare, come dice qualcuno, qualche "prova generale" per tempo, chiederci in fretta come andare incontro a esigenze di famiglie già molto affaticate, e di bambini e ragazzi segnati da questa lunga interruzione? A maggior ragione quelli che dalla didattica a distanza non sono stati né possono essere davvero raggiunti. Non esistono soluzioni semplici, ma pensare che il tema dell'esame dal vivo o dell'ultimo giorno di scuola in aula siano oziosi, è sbagliato. Perché asseconda l'idea, purtroppo assai diffusa, che la scuola sia un cantiere che apre e chiude. Ma la scuola non ricomincia a settembre: la scuola - comunità nella comunità - ricomincia anche, o soprattutto, quando sembra chiusa.
La proposta di far vivere l'ultimo giorno di scuola ai ragazzi a fine ciclo di studi desta forse più sospetti che simpatie. Una lettrice di Repubblica mi ha legittimamente rimproverato l'entusiasmo con cui avevo commentato la lettera di due studentesse di Padova che chiedevano alla ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina di difendere l'esame di maturità "in presenza". "È al corrente che i maturandi, per mantenere le distanze di sicurezza, dovrebbero presentarsi alla commissione tre o quattro per volta, indossando mascherine, occhiali e guanti?", scriveva la lettrice. Ogni timore è giustificato. Anche l'ansia di chi, di fronte all'eventuale temerarietà adolescenziale, crede che gli svantaggi siano più dei vantaggi. Non so se un ultimo giorno di scuola in presenza e in sicurezza sia davvero possibile: se lo fosse, lo difenderei comunque. E non perché all'ultima ora dell'ultimo giorno dell'ultimo anno di liceo ho fatto in tempo a dire una cosa importante a una mia compagna di classe, ma perché quel rito - sempre più simile a una battaglia allegra a colpi di acqua e farina - non è indifferente. Non lo è mai, e tanto meno lo sarebbe in un anno scolastico spezzato come quello che sta per concludersi. Ma c'è un altro aspetto, forse ancora più importante dell'aspetto emotivo. Se anche si decidesse che è impossibile vivere quest'iper-simbolico ultimo giorno di scuola, la pratica più impegnativa non sarebbe archiviata. Non è come togliersi un pensiero in più. Metto in fila le domande più urgenti, a cui ancora non abbiamo trovato risposte certe. E si sta facendo tardi. Siamo sicuri che i prossimi tre mesi senza scuola siano come quelli di sempre? Siamo sicuri di poter rimandare tutti i nodi al pettine di settembre? Siamo sicuri di non dovere invece inventare, immaginare, proporre qualcosa prima? Fare, come dice qualcuno, qualche "prova generale" per tempo, chiederci in fretta come andare incontro a esigenze di famiglie già molto affaticate, e di bambini e ragazzi segnati da questa lunga interruzione? A maggior ragione quelli che dalla didattica a distanza non sono stati né possono essere davvero raggiunti. Non esistono soluzioni semplici, ma pensare che il tema dell'esame dal vivo o dell'ultimo giorno di scuola in aula siano oziosi, è sbagliato. Perché asseconda l'idea, purtroppo assai diffusa, che la scuola sia un cantiere che apre e chiude. Ma la scuola non ricomincia a settembre: la scuola - comunità nella comunità - ricomincia anche, o soprattutto, quando sembra chiusa.