Il rebus di Stato sugli spostamenti tra le regioni
Ferdinando Giugliano , di FERDINANDO GIUGLIANOIn settimana il governo prenderà una decisione ma è importante che i cittadini conoscano da subito quali sono i criteri che la indirizzeranno
La settimana prossima, il governo dovrà decidere se permettere a tutti gli italiani di tornare a spostarsi tra regioni. La scelta dipenderà — come spesso in questa epidemia — da un difficile bilanciamento tra la tutela della salute pubblica e la salvaguardia delle libertà personali.
Tuttavia, è importante i cittadini ricevano fin d’ora indicazioni chiare su come verrà presa questa decisione. Le informazioni incomplete e contraddittorie che si leggono in questi giorni sono difficili da digerire dopo quasi tre mesi di blocco dei confini.
La chiusura delle regioni risponde all’esigenza di evitare che il virus si diffonda dalle zone in cui ha ancora una circolazione piuttosto sostenuta a quelle dove l’epidemia sembra ormai sotto controllo. Ovviamente, si tratta di una strategia molto imperfetta: non è chiaro perché un cittadino di Cremona possa oggi andare serenamente a Varese, ma non a Piacenza, anche se Cre…
Tuttavia, è importante i cittadini ricevano fin d’ora indicazioni chiare su come verrà presa questa decisione. Le informazioni incomplete e contraddittorie che si leggono in questi giorni sono difficili da digerire dopo quasi tre mesi di blocco dei confini.
La chiusura delle regioni risponde all’esigenza di evitare che il virus si diffonda dalle zone in cui ha ancora una circolazione piuttosto sostenuta a quelle dove l’epidemia sembra ormai sotto controllo. Ovviamente, si tratta di una strategia molto imperfetta: non è chiaro perché un cittadino di Cremona possa oggi andare serenamente a Varese, ma non a Piacenza, anche se Cre…
La settimana prossima, il governo dovrà decidere se permettere a tutti gli italiani di tornare a spostarsi tra regioni. La scelta dipenderà — come spesso in questa epidemia — da un difficile bilanciamento tra la tutela della salute pubblica e la salvaguardia delle libertà personali.
Tuttavia, è importante i cittadini ricevano fin d’ora indicazioni chiare su come verrà presa questa decisione. Le informazioni incomplete e contraddittorie che si leggono in questi giorni sono difficili da digerire dopo quasi tre mesi di blocco dei confini.
La chiusura delle regioni risponde all’esigenza di evitare che il virus si diffonda dalle zone in cui ha ancora una circolazione piuttosto sostenuta a quelle dove l’epidemia sembra ormai sotto controllo. Ovviamente, si tratta di una strategia molto imperfetta: non è chiaro perché un cittadino di Cremona possa oggi andare serenamente a Varese, ma non a Piacenza, anche se Cremona e Piacenza hanno avuto esperienze epidemiche più simili. Inoltre, lo spostamento tra regioni non è di per sé pericoloso, se chi si muove segue le indicazioni di distanziamento sociale che riducono il rischio di diffusione del contagio. Tuttavia, poiché la gestione sanitaria è in larga parte regionale, questa divisione appare meno arbitraria di quello che potrebbe sembrare.
L’aspetto più imperscrutabile è su che basi il governo deciderà di aprire o meno i confini a partire dal 3 giugno. In teoria, il ministero della Sanità ha messo insieme una lista di 21 indicatori — dall’indice di contagiosità (Rt) alla saturazione delle terapie intensive — che dovrebbero portare a una scelta basata su criteri scientifici. L’Istituto Superiore di Sanità diffonde da un paio di settimane un’utile tabella in cui si riassume il rischio di ciascuna regione su una semplice scala (rischio “basso”, “moderato”, o “alto”).
Eppure, al netto del lodevole tentativo di trasparenza, continua a non essere chiaro quali indicatori verranno privilegiati e, soprattutto, quali saranno le soglie rilevanti. Ci sono stati poi dei risultati così paradossali da sollevare dubbi sull’intero esercizio: per una settimana, l’Umbria ha avuto un livello di rischio tra i più alti d’Italia, sebbene il numero di nuovi contagi fosse estremamente ridotto.
La questione non è di poco conto. Il governo ha sempre permesso gli spostamenti interregionali per motivi di lavoro, di salute o per urgente necessità. Tuttavia, ci sono famiglie o coppie che vivono in regioni diverse e che guardano con ansia il calendario per capire quando potranno rivedersi. Ci sono poi cittadini a cui viene negata la possibilità di usare una casa che posseggono, semplicemente perché si trova al di là di un confine. È legittimo chiedere una prosecuzione di questi sacrifici per difendere il diritto alla salute, ma lo Stato non può permettersi di dare un’impressione di arbitrarietà.
La scelta rischia di essere politicamente tossica. Dal 3 giugno il governo vuole consentire ai cittadini dell’Unione europea di venire in Italia senza trascorrere periodi di quarantena, in modo da rilanciare il turismo. Allo stesso tempo, potrebbe decidere di tenere chiusa la Lombardia, dove ieri si sono registrati circa due terzi dei nuovi positivi in Italia ma che l’Iss al momento include tra le regioni a rischio “basso”. È davvero pensabile che un cittadino svedese, un Paese dove l’epidemia non è ancora sotto controllo, possa circolare liberamente per l’Italia, ma un residente a Mantova non possa andare a trovare sua madre a Verona? Le scelte, qualunque esse siano, dovranno essere tra loro coerenti.
Il governo percorre un sentiero stretto tra la paura di una nuova ondata epidemica e lo spettro del risentimento regionale. Oltre alla cautela, servono chiarezza e trasparenza.
L’autore è editorialista di Bloomberg Opinion
Tuttavia, è importante i cittadini ricevano fin d’ora indicazioni chiare su come verrà presa questa decisione. Le informazioni incomplete e contraddittorie che si leggono in questi giorni sono difficili da digerire dopo quasi tre mesi di blocco dei confini.
La chiusura delle regioni risponde all’esigenza di evitare che il virus si diffonda dalle zone in cui ha ancora una circolazione piuttosto sostenuta a quelle dove l’epidemia sembra ormai sotto controllo. Ovviamente, si tratta di una strategia molto imperfetta: non è chiaro perché un cittadino di Cremona possa oggi andare serenamente a Varese, ma non a Piacenza, anche se Cremona e Piacenza hanno avuto esperienze epidemiche più simili. Inoltre, lo spostamento tra regioni non è di per sé pericoloso, se chi si muove segue le indicazioni di distanziamento sociale che riducono il rischio di diffusione del contagio. Tuttavia, poiché la gestione sanitaria è in larga parte regionale, questa divisione appare meno arbitraria di quello che potrebbe sembrare.
L’aspetto più imperscrutabile è su che basi il governo deciderà di aprire o meno i confini a partire dal 3 giugno. In teoria, il ministero della Sanità ha messo insieme una lista di 21 indicatori — dall’indice di contagiosità (Rt) alla saturazione delle terapie intensive — che dovrebbero portare a una scelta basata su criteri scientifici. L’Istituto Superiore di Sanità diffonde da un paio di settimane un’utile tabella in cui si riassume il rischio di ciascuna regione su una semplice scala (rischio “basso”, “moderato”, o “alto”).
Eppure, al netto del lodevole tentativo di trasparenza, continua a non essere chiaro quali indicatori verranno privilegiati e, soprattutto, quali saranno le soglie rilevanti. Ci sono stati poi dei risultati così paradossali da sollevare dubbi sull’intero esercizio: per una settimana, l’Umbria ha avuto un livello di rischio tra i più alti d’Italia, sebbene il numero di nuovi contagi fosse estremamente ridotto.
La questione non è di poco conto. Il governo ha sempre permesso gli spostamenti interregionali per motivi di lavoro, di salute o per urgente necessità. Tuttavia, ci sono famiglie o coppie che vivono in regioni diverse e che guardano con ansia il calendario per capire quando potranno rivedersi. Ci sono poi cittadini a cui viene negata la possibilità di usare una casa che posseggono, semplicemente perché si trova al di là di un confine. È legittimo chiedere una prosecuzione di questi sacrifici per difendere il diritto alla salute, ma lo Stato non può permettersi di dare un’impressione di arbitrarietà.
La scelta rischia di essere politicamente tossica. Dal 3 giugno il governo vuole consentire ai cittadini dell’Unione europea di venire in Italia senza trascorrere periodi di quarantena, in modo da rilanciare il turismo. Allo stesso tempo, potrebbe decidere di tenere chiusa la Lombardia, dove ieri si sono registrati circa due terzi dei nuovi positivi in Italia ma che l’Iss al momento include tra le regioni a rischio “basso”. È davvero pensabile che un cittadino svedese, un Paese dove l’epidemia non è ancora sotto controllo, possa circolare liberamente per l’Italia, ma un residente a Mantova non possa andare a trovare sua madre a Verona? Le scelte, qualunque esse siano, dovranno essere tra loro coerenti.
Il governo percorre un sentiero stretto tra la paura di una nuova ondata epidemica e lo spettro del risentimento regionale. Oltre alla cautela, servono chiarezza e trasparenza.
L’autore è editorialista di Bloomberg Opinion