I cinque motivi per credere nella Ue
Bernard Guetta , di BERNARD GUETTACome la Francia, la Germania oggi vuole progredire verso un'Unione economicamente e politicamente sovrana, verso un'unione politica, verso un'Europa protagonista della scena internazionale: e le proposte che i due Paesi hanno appena formulato gettano le prime pietre di questo progetto
Ci sono cinque motivi per crederci. Certo, il panico potrebbe ancora avere la meglio. Potrebbe disfare tutto, disfare perfino l'Unione stessa, ma nonostante tutto ci sono cinque motivi per credere che l'unità europea uscirà rafforzata da questa crisi e riuscirà finalmente ad affrontare il nodo dell'unione politica, il suo terzo atto dopo il mercato comune e la moneta unica.
Il primo di questi motivi è che appare improbabile che le proposte della Francia e della Germania non vengano adottate dall'insieme degli Stati membri, perché il peso della Svezia, della Danimarca, dell'Austria e dei Paesi Bassi, i quattro Paesi che rimangono contrari, è estremamente relativo.
Sommati insieme, questi quattro Paesi rappresentano soltanto il 14 per cento del Pil europeo contro il 42 per cento della Francia e della Germania. Una percentuale che diventa il 64 per cento se a Parigi e Berlino aggiungiamo Roma e Madrid. Se invece prendiamo il…
Il primo di questi motivi è che appare improbabile che le proposte della Francia e della Germania non vengano adottate dall'insieme degli Stati membri, perché il peso della Svezia, della Danimarca, dell'Austria e dei Paesi Bassi, i quattro Paesi che rimangono contrari, è estremamente relativo.
Sommati insieme, questi quattro Paesi rappresentano soltanto il 14 per cento del Pil europeo contro il 42 per cento della Francia e della Germania. Una percentuale che diventa il 64 per cento se a Parigi e Berlino aggiungiamo Roma e Madrid. Se invece prendiamo il…
Ci sono cinque motivi per crederci. Certo, il panico potrebbe ancora avere la meglio. Potrebbe disfare tutto, disfare perfino l'Unione stessa, ma nonostante tutto ci sono cinque motivi per credere che l'unità europea uscirà rafforzata da questa crisi e riuscirà finalmente ad affrontare il nodo dell'unione politica, il suo terzo atto dopo il mercato comune e la moneta unica.
Il primo di questi motivi è che appare improbabile che le proposte della Francia e della Germania non vengano adottate dall'insieme degli Stati membri, perché il peso della Svezia, della Danimarca, dell'Austria e dei Paesi Bassi, i quattro Paesi che rimangono contrari, è estremamente relativo.
Sommati insieme, questi quattro Paesi rappresentano soltanto il 14 per cento del Pil europeo contro il 42 per cento della Francia e della Germania. Una percentuale che diventa il 64 per cento se a Parigi e Berlino aggiungiamo Roma e Madrid. Se invece prendiamo il bilancio dell'Unione, Stoccolma, Copenaghen, Vienna e L'Aia vi contribuiscono in misura cinque volte più bassa di Francia, Germania, Spagna e Italia.
Questo non consente di escludere, naturalmente, che i "quattro spilorci" possano ostinarsi nel loro rifiuto. Giuridicamente parlando ne avrebbero i mezzi, perché tutto ciò che attiene al bilancio richiede l'unanimità, ma politicamente parlando è difficile che possano isolarsi a lungo in questo fronte del no. Alla fine, porteranno a casa qualche piccolo vantaggio prima di cedere. E se davvero non si decidessero, la Francia, la Germania, la Spagna, l'Italia e il grosso dell'Unione potrebbero agire senza di loro nel quadro di un accordo fra Stati, procedendo a un'andatura sovrana comune: insomma, possiamo ritenere che le proposte franco-tedesche siano virtualmente già accettate.
Ebbene, il punto è che queste proposte cambiano tutto.
Non è soltanto il fatto che gli Stati che beneficeranno di questi 500 miliardi presi in prestito dall'Unione non saranno costretti a restituire i soldi alla cassa comune fino all'ultimo euro. Come per i contributi al bilancio, i rimborsi verranno fatti in funzione della ricchezza di ognuno degli Stati interessati. Esattamente come succede fra regioni di uno stesso Paese, la solidarietà finanziaria entra a far parte della cultura e del funzionamento dell'Unione, della sua normalità, quando ancora meno di tre settimane fa la Germania rifiutava qualsiasi idea di un indebitamento comune.
Basterebbe questo per parlare di una rivoluzione. È il secondo motivo per credere al terzo atto dell'unità europea, ma Emmanuel Macron e Angela Merkel si sono spinti molto più in là, proponendo di marciare insieme verso la transizione verde e digitale delle nostre 27 economie; verso l'introduzione di una soglia di tassazione minima delle società e in particolare dei colossi del web; verso un'armonizzazione dei sistemi di welfare europei e l'introduzione di un salario minimo in ognuno degli Stati membri; verso una politica sanitaria comune, ambito che finora rientrava nell'esclusiva competenza degli Stati; verso una rilocalizzazione, all'interno delle frontiere dell'Unione, delle industrie strategiche; e verso un'evoluzione delle regole europee della concorrenza che consenta la costituzione di campioni industriali europei.
Se n'è vista ancora troppo poca. Se n'è parlato ancora troppo poco. Oltre alla solidarietà finanziaria che troverà espressione tangibile in questo indebitamento, quello che Francia e Germania hanno appena proposto è l'affermazione di una sovranità industriale dell'Europa sulla scena internazionale. È qualcosa di nuovo, totalmente nuovo. È una rottura con l'idea che si debba sistematicamente delocalizzare dove i costi di produzione sono più bassi, allo scopo di privilegiare gli interessi dell'azionista e del consumatore a scapito di quelli del lavoratore. Una completa rottura con questo postulato del pensiero economico che domina il pianeta, Europa compresa, da una quarantina d'anni.
È il terzo motivo per credere al terzo atto. Ma queste, dirà qualcuno, sono solo parole.
Sì, sono solo parole, ma a parte il fatto che qualsiasi politica comincia con le parole, queste in particolare non sono state pronunciate dai leader di Andorra e delle Barbados, e non sono state pronunciate a caso. Al contrario, l'idea di "sovranità europea" fa parte del credo di Emmanuel Macron da quando si è candidato alle presidenziali e ormai si è imposta anche ad Angela Merkel, perché ha capito che l'industria tedesca, considerando tutto, non può più fare a meno del mercato e della moneta unica, ora che le importazioni cinesi rallenteranno e che sull'altra sponda dell'Atlantico gli Stati Uniti innalzano barriere doganali.
È il quarto motivo per credere al terzo atto, e ce n'è un quinto. In questa crisi, la cancelliera ha guardato ai cambiamenti in corso nel pianeta ancora prima della pandemia e ha visto che gli Stati Uniti erano in ripiegamento all'interno delle loro frontiere - chiunque sarà il prossimo presidente - e ha visto il loro braccio di ferro con la Cina; ha visto una Russia in declino che non ha nulla a cui ancorarsi senza Unione europea; e ha visto una Cina che le sue contraddizioni economiche e politiche spingono a un'aggressività sempre maggiore nelle sue periferie.
Si è resa conto che l'unità europea è più che mai indispensabile per gli europei e per il mondo, e caso vuole che la cancelliera che ha interiorizzato questa realtà assumerà la presidenza semestrale dell'Unione europea il 1° luglio e ha ripreso sufficiente autorità sulla scena interna da essere libera, ormai, di pensare solamente all'eredità che vuole lasciare.
Dal giorno - mercoledì 13 maggio 2020 - in cui aveva ricordato ai deputati tedeschi che Jacques Delors riteneva che l'unione monetaria non sarebbe bastata e che sarebbe servita anche una "unione politica", i giochi erano fatti. Come la Francia, la Germania oggi vuole progredire verso un'Unione economicamente e politicamente sovrana, verso un'unione politica, verso un'Europa potenza protagonista della scena internazionale: e le proposte che i due Paesi hanno appena formulato gettano le prime pietre di questo progetto.
Traduzione di Fabio Galimberti
Il primo di questi motivi è che appare improbabile che le proposte della Francia e della Germania non vengano adottate dall'insieme degli Stati membri, perché il peso della Svezia, della Danimarca, dell'Austria e dei Paesi Bassi, i quattro Paesi che rimangono contrari, è estremamente relativo.
Sommati insieme, questi quattro Paesi rappresentano soltanto il 14 per cento del Pil europeo contro il 42 per cento della Francia e della Germania. Una percentuale che diventa il 64 per cento se a Parigi e Berlino aggiungiamo Roma e Madrid. Se invece prendiamo il bilancio dell'Unione, Stoccolma, Copenaghen, Vienna e L'Aia vi contribuiscono in misura cinque volte più bassa di Francia, Germania, Spagna e Italia.
Questo non consente di escludere, naturalmente, che i "quattro spilorci" possano ostinarsi nel loro rifiuto. Giuridicamente parlando ne avrebbero i mezzi, perché tutto ciò che attiene al bilancio richiede l'unanimità, ma politicamente parlando è difficile che possano isolarsi a lungo in questo fronte del no. Alla fine, porteranno a casa qualche piccolo vantaggio prima di cedere. E se davvero non si decidessero, la Francia, la Germania, la Spagna, l'Italia e il grosso dell'Unione potrebbero agire senza di loro nel quadro di un accordo fra Stati, procedendo a un'andatura sovrana comune: insomma, possiamo ritenere che le proposte franco-tedesche siano virtualmente già accettate.
Ebbene, il punto è che queste proposte cambiano tutto.
Non è soltanto il fatto che gli Stati che beneficeranno di questi 500 miliardi presi in prestito dall'Unione non saranno costretti a restituire i soldi alla cassa comune fino all'ultimo euro. Come per i contributi al bilancio, i rimborsi verranno fatti in funzione della ricchezza di ognuno degli Stati interessati. Esattamente come succede fra regioni di uno stesso Paese, la solidarietà finanziaria entra a far parte della cultura e del funzionamento dell'Unione, della sua normalità, quando ancora meno di tre settimane fa la Germania rifiutava qualsiasi idea di un indebitamento comune.
Basterebbe questo per parlare di una rivoluzione. È il secondo motivo per credere al terzo atto dell'unità europea, ma Emmanuel Macron e Angela Merkel si sono spinti molto più in là, proponendo di marciare insieme verso la transizione verde e digitale delle nostre 27 economie; verso l'introduzione di una soglia di tassazione minima delle società e in particolare dei colossi del web; verso un'armonizzazione dei sistemi di welfare europei e l'introduzione di un salario minimo in ognuno degli Stati membri; verso una politica sanitaria comune, ambito che finora rientrava nell'esclusiva competenza degli Stati; verso una rilocalizzazione, all'interno delle frontiere dell'Unione, delle industrie strategiche; e verso un'evoluzione delle regole europee della concorrenza che consenta la costituzione di campioni industriali europei.
Se n'è vista ancora troppo poca. Se n'è parlato ancora troppo poco. Oltre alla solidarietà finanziaria che troverà espressione tangibile in questo indebitamento, quello che Francia e Germania hanno appena proposto è l'affermazione di una sovranità industriale dell'Europa sulla scena internazionale. È qualcosa di nuovo, totalmente nuovo. È una rottura con l'idea che si debba sistematicamente delocalizzare dove i costi di produzione sono più bassi, allo scopo di privilegiare gli interessi dell'azionista e del consumatore a scapito di quelli del lavoratore. Una completa rottura con questo postulato del pensiero economico che domina il pianeta, Europa compresa, da una quarantina d'anni.
È il terzo motivo per credere al terzo atto. Ma queste, dirà qualcuno, sono solo parole.
Sì, sono solo parole, ma a parte il fatto che qualsiasi politica comincia con le parole, queste in particolare non sono state pronunciate dai leader di Andorra e delle Barbados, e non sono state pronunciate a caso. Al contrario, l'idea di "sovranità europea" fa parte del credo di Emmanuel Macron da quando si è candidato alle presidenziali e ormai si è imposta anche ad Angela Merkel, perché ha capito che l'industria tedesca, considerando tutto, non può più fare a meno del mercato e della moneta unica, ora che le importazioni cinesi rallenteranno e che sull'altra sponda dell'Atlantico gli Stati Uniti innalzano barriere doganali.
È il quarto motivo per credere al terzo atto, e ce n'è un quinto. In questa crisi, la cancelliera ha guardato ai cambiamenti in corso nel pianeta ancora prima della pandemia e ha visto che gli Stati Uniti erano in ripiegamento all'interno delle loro frontiere - chiunque sarà il prossimo presidente - e ha visto il loro braccio di ferro con la Cina; ha visto una Russia in declino che non ha nulla a cui ancorarsi senza Unione europea; e ha visto una Cina che le sue contraddizioni economiche e politiche spingono a un'aggressività sempre maggiore nelle sue periferie.
Si è resa conto che l'unità europea è più che mai indispensabile per gli europei e per il mondo, e caso vuole che la cancelliera che ha interiorizzato questa realtà assumerà la presidenza semestrale dell'Unione europea il 1° luglio e ha ripreso sufficiente autorità sulla scena interna da essere libera, ormai, di pensare solamente all'eredità che vuole lasciare.
Dal giorno - mercoledì 13 maggio 2020 - in cui aveva ricordato ai deputati tedeschi che Jacques Delors riteneva che l'unione monetaria non sarebbe bastata e che sarebbe servita anche una "unione politica", i giochi erano fatti. Come la Francia, la Germania oggi vuole progredire verso un'Unione economicamente e politicamente sovrana, verso un'unione politica, verso un'Europa potenza protagonista della scena internazionale: e le proposte che i due Paesi hanno appena formulato gettano le prime pietre di questo progetto.
Traduzione di Fabio Galimberti