La guerra fredda tra Usa e Cina, da che parte sta l’Ue
Bernard Guetta , di BERNARD GUETTA
Donald Trump, si sa. Fra tweet o dichiarazioni pubbliche, non perde mai occasione per accusare la Cina di tutti i crimini e prometterle i peggiori castighi. È un atteggiamento in perfetta sintonia con le attese di quel 66 per cento di elettori americani che hanno un'opinione negativa della fabbrica del mondo, tanto che il candidato democratico, Joe Biden, impiega altrettanto ardore nello scagliarsi contro Pechino. Ma l'Unione Europea?
Perché anche l'Unione Europea si è messa a sparare sulla Cina, con parole meno forti, ma una frequenza sempre maggiore? Lunedì è il capo della sua diplomazia, Josep Borrell, che ha invocato l'uso di una "strategia più decisa" per contrastare la Cina. La sua dichiarazione colpisce, perché già un anno fa, con termini tutt'altro che misurati, l'Unione aveva qualificato Pechino di "rivale sistemico", vale a dire avversario a tutto campo. Josep Borrell vorrebb…
Perché anche l'Unione Europea si è messa a sparare sulla Cina, con parole meno forti, ma una frequenza sempre maggiore? Lunedì è il capo della sua diplomazia, Josep Borrell, che ha invocato l'uso di una "strategia più decisa" per contrastare la Cina. La sua dichiarazione colpisce, perché già un anno fa, con termini tutt'altro che misurati, l'Unione aveva qualificato Pechino di "rivale sistemico", vale a dire avversario a tutto campo. Josep Borrell vorrebb…
Donald Trump, si sa. Fra tweet o dichiarazioni pubbliche, non perde mai occasione per accusare la Cina di tutti i crimini e prometterle i peggiori castighi. È un atteggiamento in perfetta sintonia con le attese di quel 66 per cento di elettori americani che hanno un'opinione negativa della fabbrica del mondo, tanto che il candidato democratico, Joe Biden, impiega altrettanto ardore nello scagliarsi contro Pechino. Ma l'Unione Europea?
Perché anche l'Unione Europea si è messa a sparare sulla Cina, con parole meno forti, ma una frequenza sempre maggiore? Lunedì è il capo della sua diplomazia, Josep Borrell, che ha invocato l'uso di una "strategia più decisa" per contrastare la Cina. La sua dichiarazione colpisce, perché già un anno fa, con termini tutt'altro che misurati, l'Unione aveva qualificato Pechino di "rivale sistemico", vale a dire avversario a tutto campo. Josep Borrell vorrebbe passare a una marcia più alta, e troverà orecchie attente nel Parlamento europeo, visto che nel frattempo l'emiciclo di Strasburgo ha attribuito il suo premio Sacharov, l'altro Nobel della pace, al più celebre difensore della minoranza uigura, Ilham Tohti, condannato all'ergastolo dal regime cinese. Inizialmente erano solo quattro i deputati (fra cui il sottoscritto) a sostenere questa scelta, ma - segno dei tempi - abbiamo impiegato solo due mesi per far approvare la misura, e da settembre l'organo di rappresentanza europeo ha manifestato ripetutamente la sua solidarietà con i democratici di Hong Kong e protestato contro la violazione dei diritti umani in Cina.
L'influente commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager, la donna che è riuscita a mettere in riga Apple e Google, denuncia da parte sua la "mancanza di reciprocità" negli scambi fra l'Unione Europea e la Cina. Anche qui, il cambio di tono è degno di nota, e parallelamente Parigi, Berlino e molte delle grandi capitali europee esprimono una volontà di controllare e frenare gli investimenti cinesi ("stranieri", dicono) nelle loro industrie strategiche. Di fronte alla Cina, si sta cercando di creare, e già si delinea, un fronte europeo, perché l'Unione, le sue istituzioni, i suoi circoli di riflessione e i suoi 27 Stati membri oggi si rimproverano, soprattutto dall'inizio di questa pandemia, di aver dato prova di "ingenuità" nei confronti del regime cinese.
Come il resto del mondo, l'Europa aveva creduto a Deng Xiaoping quando dichiarava all'Onu, nel 1974, che la Cina non era una superpotenza e non avrebbe mai cercato di diventarlo. Come gli Stati Uniti, il Fmi, la Banca mondiale e tante figure intellettuali del neoliberismo, gli europei avevano creduto fermamente che l'apertura economica della Cina e lo sviluppo dei suoi commerci internazionali l'avrebbero condotta ineluttabilmente a un'apertura politica e al suo inserimento, accanto agli occidentali, in un sistema di governance mondiale fondato sul diritto e il multilateralismo.
Come i consigli di amministrazione delle grandi imprese, gli europei avevano creduto che ci sarebbero stati solo vantaggi a delocalizzare verso la Cina le loro industrie manifatturiere, perché avrebbe favorito le esportazioni e ridotto i costi di fabbricazione. Per molto tempo, è stato quasi impossibile contestare queste certezze, ma come gli americani (tutti, democratici e repubblicani) gli europei oggi si rendono conto che la Cina è chiaramente diventata la grande potenza che voleva tornare a essere, che ormai intende dettare legge in Asia e poi condannare all'oblio l'iperpotenza americana, dominare l'economia mondiale e imporsi militarmente su tutta la superficie del pianeta. È per questo che ben prima della pandemia Barack Obama si era impegnato a fondo per integrare, a esclusione della Cina, le economie delle due sponde del Pacifico. È per tutto questo che il vento, già da diversi anni, aveva cominciato a cambiare direzione: ma ora, in pochi mesi di coronavirus, tutto si è accelerato.
Mentre il mondo scopriva che Pechino aveva cercato di nascondere per quasi due mesi la comparsa di questo nuovo virus, contribuendo largamente, in questo modo, alla sua propagazione, la dirigenza cinese si è lasciata andare a un momento di hubris. Essendo riuscita, alla fine, a contenere l'epidemia prima che dilagasse in tutto il Paese, aveva la necessità di far dimenticare le incertezze iniziali di Xi Jinping esaltando il regime. Con le critiche che arrivavano dall'estero, bisognava evitare in tutti i modi di scusarsi, ma al contrario vantare la superiorità del proprio sistema, che contrariamente alle democrazie liberali aveva saputo "dimostrare la capacità del socialismo con caratteristiche cinesi di concentrare le risorse al servizio di grandi risultati". Visto che questa arroganza non era bene accolta, gli ambasciatori cinesi hanno dovuto passare all'attacco contro i Governi presso cui sono accreditati e lo hanno fatto, in particolare a Parigi, con una violenza tale che la tensione è cresciuta.
A Washington, Donald Trump la alimentava. In Europa, l'aggressività cinese si è rapidamente trovata di fronte a un fuoco di sbarramento. Dopo aver lasciato che dei residenti africani venissero buttati fuori dalle loro case e lasciati a dormire per strada perché accusati di essere portatori del virus, la Cina si è addirittura inimicata buona parte di un continente dove ha investito molto ma non è amata. L'idea di una nuova "guerra fredda", stavolta con la Cina e non con la Russia, si è improvvisamente diffusa sui cinque continenti e soprattutto in Asia, dove la Cina mostra dappertutto i muscoli.
Lo ha fatto alla frontiera indiana e lo fa nel Mar della Cina meridionale, dove ha affermato una volta di più il suo controllo su dei territori contestati. Lo ha fatto nei confronti di Hong Kong, le cui libertà in questo momento sono a rischio, e anche nei confronti di Taiwan, che ha il grande torto di essere una democrazia e di aver stroncato l'epidemia molto meglio di Pechino. Visto che la crescita patirà inevitabilmente del rallentamento dell'economia mondiale, che non ha fatto una bella figura sulla scena internazionale e che la popolazione non dimentica che le persone che avevano lanciato l'allarme a Wuhan erano state incarcerate, la Cina di Xi Jinping sembra lanciarsi, sulle orme della sua politica asiatica, in una fuga in avanti nazionalista che potrebbe finire per contrapporre, nel Mar della Cina meridionale, la marina militare di Pechino con quella americana.
Fra Trump e Xi, non si può certo dare per scontato che finirà per prevalere la saggezza, ed è qui che sta la complessità dell'equazione cinese per l'Europa. A Bruxelles, così come nelle varie capitali, gli europei non vogliono lasciarsi trascinare in un confronto fra la Cina e gli Stati Uniti, soprattutto considerando che hanno tutte le ragioni per temere che Washington e Pechino, dopo aver fatto alzare la posta, finiscano per trovare un'intesa a spese dell'Europa.
Per l'Unione Europea, seconda potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti ma prima della Cina, la partita è estremamente delicata perché non ha né un governo centrale né un esercito, perché resta un nano politico nel momento in cui è virtualmente stretta nella morsa di due Stati nazione, due potenze politiche e militari che non sognano altro, l'una e l'altra, di distruggere la sua unità per impedire che possa affermarsi.
La domanda dunque è: che fare? La prima opzione sarebbe di schierarsi al fianco degli Stati Uniti, per indurre la Cina a più miti consigli. Gli americani, tanto i democratici quanto i repubblicani, non chiedono di meglio. Anzi, fanno esplicitamente pressione in questo senso sugli europei, e tutto spinge l'Unione in questa direzione, perché la Cina - è un fatto - è diventata la più temibile delle quattro sfide internazionali con cui deve fare i conti il vecchio continente.
Anche se è alle porte di casa e fa un gran numero di morti, il caos che regna in Medio Oriente e in Nordafrica non rappresenta certamente una minaccia economica. La Russia costituisce una minaccia militare per le nazioni perdute del suo antico impero, ma il dissesto economico e l'usura del suo presidente al momento relativizzano questo pericolo. Gli Stati Uniti non vogliono più difendere l'Europa e la vedono come un rivale economico, ma restano, Trump o non Trump, una democrazia a cui l'Europa è legata da una complicità storica e culturale reale.
La Cina, invece, è la più grande e sofisticata delle dittature, oltre a essere il Paese più popolato al mondo. La sua potenza militare si accresce a un ritmo tale che ogni quattro anni acquisisce una forza pari a quella dell'intera marina francese. Possiede riserve valutarie colossali, che ne fanno una potenza finanziaria dalle possibilità smisurate. È già ora, di gran lunga, la più formidabile delle potenze asiatiche. Tutto sembra destinarla ad assurgere ben presto al ruolo di prima potenza mondiale; e anche tralasciando il Pireo, di cui è ormai proprietaria, è già impiantata con forza in altri undici dei principali porti europei. Fusione del peggio del capitalismo e del comunismo, la dittatura cinese piazza le sue pedine in tutta l'Unione, con metodicità tale che gli europei avrebbero grande necessità di poter ricorrere all'opzione americana.
Sarebbe un'opzione praticabile se a novembre fossero i democratici a prevalere. Con loro sarebbe possibile negoziare una convergenza a condizioni affidabili e reciprocamente vantaggiose e gli europei dovrebbero cominciare senza indugi a sondare i collaboratori di Biden. Ma se a prevalere dovesse essere Donald Trump, sarebbe difficile negoziare un accordo di lungo periodo con un uomo così instabile, la cui affidabilità è quanto mai incerta e la cui cultura politica si limita agli schermi della Fox News.
In questa ipotesi, l'Unione Europea dovrebbe semmai cercare di tenersi in equilibrio fra Washington e Pechino, scambiando una relativa neutralità contro la garanzia dei suoi interessi economici fondamentali. L'Europa, e con lei il mondo intero, viaggerebbe in questa eventualità in territorio sconosciuto e la cosa certa è che dovrebbe cercare un'intesa con la Russia: l'accordo delle due Europe, che non potrebbero più permettersi, nessuna delle due, il lusso della discordia.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Perché anche l'Unione Europea si è messa a sparare sulla Cina, con parole meno forti, ma una frequenza sempre maggiore? Lunedì è il capo della sua diplomazia, Josep Borrell, che ha invocato l'uso di una "strategia più decisa" per contrastare la Cina. La sua dichiarazione colpisce, perché già un anno fa, con termini tutt'altro che misurati, l'Unione aveva qualificato Pechino di "rivale sistemico", vale a dire avversario a tutto campo. Josep Borrell vorrebbe passare a una marcia più alta, e troverà orecchie attente nel Parlamento europeo, visto che nel frattempo l'emiciclo di Strasburgo ha attribuito il suo premio Sacharov, l'altro Nobel della pace, al più celebre difensore della minoranza uigura, Ilham Tohti, condannato all'ergastolo dal regime cinese. Inizialmente erano solo quattro i deputati (fra cui il sottoscritto) a sostenere questa scelta, ma - segno dei tempi - abbiamo impiegato solo due mesi per far approvare la misura, e da settembre l'organo di rappresentanza europeo ha manifestato ripetutamente la sua solidarietà con i democratici di Hong Kong e protestato contro la violazione dei diritti umani in Cina.
L'influente commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager, la donna che è riuscita a mettere in riga Apple e Google, denuncia da parte sua la "mancanza di reciprocità" negli scambi fra l'Unione Europea e la Cina. Anche qui, il cambio di tono è degno di nota, e parallelamente Parigi, Berlino e molte delle grandi capitali europee esprimono una volontà di controllare e frenare gli investimenti cinesi ("stranieri", dicono) nelle loro industrie strategiche. Di fronte alla Cina, si sta cercando di creare, e già si delinea, un fronte europeo, perché l'Unione, le sue istituzioni, i suoi circoli di riflessione e i suoi 27 Stati membri oggi si rimproverano, soprattutto dall'inizio di questa pandemia, di aver dato prova di "ingenuità" nei confronti del regime cinese.
Come il resto del mondo, l'Europa aveva creduto a Deng Xiaoping quando dichiarava all'Onu, nel 1974, che la Cina non era una superpotenza e non avrebbe mai cercato di diventarlo. Come gli Stati Uniti, il Fmi, la Banca mondiale e tante figure intellettuali del neoliberismo, gli europei avevano creduto fermamente che l'apertura economica della Cina e lo sviluppo dei suoi commerci internazionali l'avrebbero condotta ineluttabilmente a un'apertura politica e al suo inserimento, accanto agli occidentali, in un sistema di governance mondiale fondato sul diritto e il multilateralismo.
Come i consigli di amministrazione delle grandi imprese, gli europei avevano creduto che ci sarebbero stati solo vantaggi a delocalizzare verso la Cina le loro industrie manifatturiere, perché avrebbe favorito le esportazioni e ridotto i costi di fabbricazione. Per molto tempo, è stato quasi impossibile contestare queste certezze, ma come gli americani (tutti, democratici e repubblicani) gli europei oggi si rendono conto che la Cina è chiaramente diventata la grande potenza che voleva tornare a essere, che ormai intende dettare legge in Asia e poi condannare all'oblio l'iperpotenza americana, dominare l'economia mondiale e imporsi militarmente su tutta la superficie del pianeta. È per questo che ben prima della pandemia Barack Obama si era impegnato a fondo per integrare, a esclusione della Cina, le economie delle due sponde del Pacifico. È per tutto questo che il vento, già da diversi anni, aveva cominciato a cambiare direzione: ma ora, in pochi mesi di coronavirus, tutto si è accelerato.
Mentre il mondo scopriva che Pechino aveva cercato di nascondere per quasi due mesi la comparsa di questo nuovo virus, contribuendo largamente, in questo modo, alla sua propagazione, la dirigenza cinese si è lasciata andare a un momento di hubris. Essendo riuscita, alla fine, a contenere l'epidemia prima che dilagasse in tutto il Paese, aveva la necessità di far dimenticare le incertezze iniziali di Xi Jinping esaltando il regime. Con le critiche che arrivavano dall'estero, bisognava evitare in tutti i modi di scusarsi, ma al contrario vantare la superiorità del proprio sistema, che contrariamente alle democrazie liberali aveva saputo "dimostrare la capacità del socialismo con caratteristiche cinesi di concentrare le risorse al servizio di grandi risultati". Visto che questa arroganza non era bene accolta, gli ambasciatori cinesi hanno dovuto passare all'attacco contro i Governi presso cui sono accreditati e lo hanno fatto, in particolare a Parigi, con una violenza tale che la tensione è cresciuta.
A Washington, Donald Trump la alimentava. In Europa, l'aggressività cinese si è rapidamente trovata di fronte a un fuoco di sbarramento. Dopo aver lasciato che dei residenti africani venissero buttati fuori dalle loro case e lasciati a dormire per strada perché accusati di essere portatori del virus, la Cina si è addirittura inimicata buona parte di un continente dove ha investito molto ma non è amata. L'idea di una nuova "guerra fredda", stavolta con la Cina e non con la Russia, si è improvvisamente diffusa sui cinque continenti e soprattutto in Asia, dove la Cina mostra dappertutto i muscoli.
Lo ha fatto alla frontiera indiana e lo fa nel Mar della Cina meridionale, dove ha affermato una volta di più il suo controllo su dei territori contestati. Lo ha fatto nei confronti di Hong Kong, le cui libertà in questo momento sono a rischio, e anche nei confronti di Taiwan, che ha il grande torto di essere una democrazia e di aver stroncato l'epidemia molto meglio di Pechino. Visto che la crescita patirà inevitabilmente del rallentamento dell'economia mondiale, che non ha fatto una bella figura sulla scena internazionale e che la popolazione non dimentica che le persone che avevano lanciato l'allarme a Wuhan erano state incarcerate, la Cina di Xi Jinping sembra lanciarsi, sulle orme della sua politica asiatica, in una fuga in avanti nazionalista che potrebbe finire per contrapporre, nel Mar della Cina meridionale, la marina militare di Pechino con quella americana.
Fra Trump e Xi, non si può certo dare per scontato che finirà per prevalere la saggezza, ed è qui che sta la complessità dell'equazione cinese per l'Europa. A Bruxelles, così come nelle varie capitali, gli europei non vogliono lasciarsi trascinare in un confronto fra la Cina e gli Stati Uniti, soprattutto considerando che hanno tutte le ragioni per temere che Washington e Pechino, dopo aver fatto alzare la posta, finiscano per trovare un'intesa a spese dell'Europa.
Per l'Unione Europea, seconda potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti ma prima della Cina, la partita è estremamente delicata perché non ha né un governo centrale né un esercito, perché resta un nano politico nel momento in cui è virtualmente stretta nella morsa di due Stati nazione, due potenze politiche e militari che non sognano altro, l'una e l'altra, di distruggere la sua unità per impedire che possa affermarsi.
La domanda dunque è: che fare? La prima opzione sarebbe di schierarsi al fianco degli Stati Uniti, per indurre la Cina a più miti consigli. Gli americani, tanto i democratici quanto i repubblicani, non chiedono di meglio. Anzi, fanno esplicitamente pressione in questo senso sugli europei, e tutto spinge l'Unione in questa direzione, perché la Cina - è un fatto - è diventata la più temibile delle quattro sfide internazionali con cui deve fare i conti il vecchio continente.
Anche se è alle porte di casa e fa un gran numero di morti, il caos che regna in Medio Oriente e in Nordafrica non rappresenta certamente una minaccia economica. La Russia costituisce una minaccia militare per le nazioni perdute del suo antico impero, ma il dissesto economico e l'usura del suo presidente al momento relativizzano questo pericolo. Gli Stati Uniti non vogliono più difendere l'Europa e la vedono come un rivale economico, ma restano, Trump o non Trump, una democrazia a cui l'Europa è legata da una complicità storica e culturale reale.
La Cina, invece, è la più grande e sofisticata delle dittature, oltre a essere il Paese più popolato al mondo. La sua potenza militare si accresce a un ritmo tale che ogni quattro anni acquisisce una forza pari a quella dell'intera marina francese. Possiede riserve valutarie colossali, che ne fanno una potenza finanziaria dalle possibilità smisurate. È già ora, di gran lunga, la più formidabile delle potenze asiatiche. Tutto sembra destinarla ad assurgere ben presto al ruolo di prima potenza mondiale; e anche tralasciando il Pireo, di cui è ormai proprietaria, è già impiantata con forza in altri undici dei principali porti europei. Fusione del peggio del capitalismo e del comunismo, la dittatura cinese piazza le sue pedine in tutta l'Unione, con metodicità tale che gli europei avrebbero grande necessità di poter ricorrere all'opzione americana.
Sarebbe un'opzione praticabile se a novembre fossero i democratici a prevalere. Con loro sarebbe possibile negoziare una convergenza a condizioni affidabili e reciprocamente vantaggiose e gli europei dovrebbero cominciare senza indugi a sondare i collaboratori di Biden. Ma se a prevalere dovesse essere Donald Trump, sarebbe difficile negoziare un accordo di lungo periodo con un uomo così instabile, la cui affidabilità è quanto mai incerta e la cui cultura politica si limita agli schermi della Fox News.
In questa ipotesi, l'Unione Europea dovrebbe semmai cercare di tenersi in equilibrio fra Washington e Pechino, scambiando una relativa neutralità contro la garanzia dei suoi interessi economici fondamentali. L'Europa, e con lei il mondo intero, viaggerebbe in questa eventualità in territorio sconosciuto e la cosa certa è che dovrebbe cercare un'intesa con la Russia: l'accordo delle due Europe, che non potrebbero più permettersi, nessuna delle due, il lusso della discordia.
(Traduzione di Fabio Galimberti)