Europa, lo spirito di Richelieu
Massimo Riva , di MASSIMO RIVAIl cardinale francese potrebbe insegnare qualcosa su come spazzare l'alibi antidemocratico di Ungheria e Polonia
Stabilire una regola e poi non farla rispettare equivale ad autorizzare ciò che si voleva proibire. Di Richelieu, autore di questa sorta di trappola logica stringente, non si può certo pensare che fosse uomo sensibile ai principi fondamentali dello Stato di diritto. Ai suoi tempi una lettre de cachet del re di Francia da lui controfirmata era più che sufficiente per arrestare un cittadino e farlo sparire senza dover rendere conto ad alcuno della sua sorte. Ma con quelle parole perfino un uomo dai poteri pressoché assoluti come il Cardinale teneva a richiamare una qualità essenziale nell'arte di governo: la coerenza e la credibilità dell'azione politica. Lezione che a quasi quattro secoli di distanza l'Europa dello habeas corpus e dei diritti dell'uomo non sembra avere ancora recepito a fondo.
Il fatto che oggi l'Unione sia alle prese coi serissimi problemi causati dalla pandemia del Covid 19 non può diventare l'…
Il fatto che oggi l'Unione sia alle prese coi serissimi problemi causati dalla pandemia del Covid 19 non può diventare l'…
Stabilire una regola e poi non farla rispettare equivale ad autorizzare ciò che si voleva proibire. Di Richelieu, autore di questa sorta di trappola logica stringente, non si può certo pensare che fosse uomo sensibile ai principi fondamentali dello Stato di diritto. Ai suoi tempi una lettre de cachet del re di Francia da lui controfirmata era più che sufficiente per arrestare un cittadino e farlo sparire senza dover rendere conto ad alcuno della sua sorte. Ma con quelle parole perfino un uomo dai poteri pressoché assoluti come il Cardinale teneva a richiamare una qualità essenziale nell'arte di governo: la coerenza e la credibilità dell'azione politica. Lezione che a quasi quattro secoli di distanza l'Europa dello habeas corpus e dei diritti dell'uomo non sembra avere ancora recepito a fondo.
Il fatto che oggi l'Unione sia alle prese coi serissimi problemi causati dalla pandemia del Covid 19 non può diventare l'ennesimo, seppure rilevante, alibi per rinviare nel tempo la questione del rispetto dei diritti democratici all'interno dei Paesi Ue. Ne va del ruolo e del peso che l'Europa può esercitare nel contesto planetario perché il vecchio continente europeo - per storia culturale ancor prima che politica - rappresenta per il mondo intero la fonte primaria della teoria e della pratica dello Stato di diritto. Ogni forma di doppiezza su questo terreno non è solo incompatibile con la visione della democrazia politica che i fondatori per primi hanno posto a base della costruzione europea. Rischia pure di diventare dannosa e controproducente per la solidità interna dell'Unione stessa.
In Ungheria si è fatto strame del pluralismo dell'informazione e dell'istruzione chiudendo giornali, tv e università non allineati al governo, mentre il capo del medesimo proclama in aperta sfida alle istituzioni di Bruxelles di voler instaurare un regime di "democrazia illiberale". In Polonia si susseguono assalti contro un principio base della democrazia moderna: la separazione dei poteri, in particolare fra esecutivo e giudiziario. Per non dire dell'inequivocabile razzismo che ispira la politica di entrambi i Paesi sui migranti. Sia Bruxelles sia Strasburgo hanno assistito inerti per anni a questo massacro delle buone regole democratiche e solo di recente con gran fatica si sono decisi a far partire una procedura d'infrazione presso la Corte europea. Con la scelta della via giudiziaria che rende esplicita la codardia dei partiti Ue ad affrontare sul terreno della politica una questione che è essenzialmente politica.
Ma come può il Partito popolare europeo di Angela Merkel tenere ancora in sospeso il proprio giudizio su Orbán e la sua democrazia illiberale? È increscioso dover pensare che tanta indulgenza non possa spiegarsi altrimenti che con i lauti affari di Mercedes, Audi e Siemens in Ungheria. Ma anche i capi di Stato e di governo come possono ai vertici intergovernativi non trovare insolente la presenza allo stesso tavolo del "viktatore" di Budapest? Si afferma da più parti che occorre portare rispetto all'esito del voto del popolo ungherese. Perfino Richelieu troverebbe ipocrita questa risposta. Ciò che spinge molti europei a credere nell'Unione è la speranza che essa operi come un solido baluardo contro il rischio del ritorno in questo o quel Paese delle dittature che hanno insanguinato il Novecento. Non si rassicura questa aspettativa riducendo a vertenza legale le pericolose devianze di Ungheria e Polonia.
Il fatto che oggi l'Unione sia alle prese coi serissimi problemi causati dalla pandemia del Covid 19 non può diventare l'ennesimo, seppure rilevante, alibi per rinviare nel tempo la questione del rispetto dei diritti democratici all'interno dei Paesi Ue. Ne va del ruolo e del peso che l'Europa può esercitare nel contesto planetario perché il vecchio continente europeo - per storia culturale ancor prima che politica - rappresenta per il mondo intero la fonte primaria della teoria e della pratica dello Stato di diritto. Ogni forma di doppiezza su questo terreno non è solo incompatibile con la visione della democrazia politica che i fondatori per primi hanno posto a base della costruzione europea. Rischia pure di diventare dannosa e controproducente per la solidità interna dell'Unione stessa.
In Ungheria si è fatto strame del pluralismo dell'informazione e dell'istruzione chiudendo giornali, tv e università non allineati al governo, mentre il capo del medesimo proclama in aperta sfida alle istituzioni di Bruxelles di voler instaurare un regime di "democrazia illiberale". In Polonia si susseguono assalti contro un principio base della democrazia moderna: la separazione dei poteri, in particolare fra esecutivo e giudiziario. Per non dire dell'inequivocabile razzismo che ispira la politica di entrambi i Paesi sui migranti. Sia Bruxelles sia Strasburgo hanno assistito inerti per anni a questo massacro delle buone regole democratiche e solo di recente con gran fatica si sono decisi a far partire una procedura d'infrazione presso la Corte europea. Con la scelta della via giudiziaria che rende esplicita la codardia dei partiti Ue ad affrontare sul terreno della politica una questione che è essenzialmente politica.
Ma come può il Partito popolare europeo di Angela Merkel tenere ancora in sospeso il proprio giudizio su Orbán e la sua democrazia illiberale? È increscioso dover pensare che tanta indulgenza non possa spiegarsi altrimenti che con i lauti affari di Mercedes, Audi e Siemens in Ungheria. Ma anche i capi di Stato e di governo come possono ai vertici intergovernativi non trovare insolente la presenza allo stesso tavolo del "viktatore" di Budapest? Si afferma da più parti che occorre portare rispetto all'esito del voto del popolo ungherese. Perfino Richelieu troverebbe ipocrita questa risposta. Ciò che spinge molti europei a credere nell'Unione è la speranza che essa operi come un solido baluardo contro il rischio del ritorno in questo o quel Paese delle dittature che hanno insanguinato il Novecento. Non si rassicura questa aspettativa riducendo a vertenza legale le pericolose devianze di Ungheria e Polonia.