La statua che neppure Montanelli avrebbe voluto
Sebastiano Messina , di SEBASTIANO MESSINAQuel monumento al giornalista che è stato, un uomo seduto che restò sempre in piedi, davanti alla sua macchina da scrivere, deve restare lì. Anche se lui sosteneva che "i monumenti sono fatti per essere abbattuti"
Indro Montanelli non avrebbe mai voluto quella statua. E non solo perché lo consegna ai posteri seduto - con la sua Lettera 22 sulle ginocchia come quando raccontava lo sferragliare dei carri armati sovietici sulla libertà degli ungheresi - lui che visse tutta la sua vita da hombre vertical, e fu sempre un giornalista con la schiena dritta che non volle sedersi neppure sul seggio d'alloro di senatore a vita. No, quella statua non l'avrebbe voluta perché "le statue si fanno ai santi", diceva. Di più: "I monumenti sono fatti per essere abbattuti", sosteneva.
È dunque possibile, e anzi probabile, che se il grande Indro avesse saputo che un giorno qualcuno avrebbe chiesto al sindaco Sala di rimuovere dai giardini pubblici il suo monumento bronzeo sarebbe stato il primo a dichiararsi subito a favore.
E invece - con tutto il rispetto per i Sentinelli che stanno di vedetta per avvistare ogni discriminazione, anche quelle d…
È dunque possibile, e anzi probabile, che se il grande Indro avesse saputo che un giorno qualcuno avrebbe chiesto al sindaco Sala di rimuovere dai giardini pubblici il suo monumento bronzeo sarebbe stato il primo a dichiararsi subito a favore.
E invece - con tutto il rispetto per i Sentinelli che stanno di vedetta per avvistare ogni discriminazione, anche quelle d…
Indro Montanelli non avrebbe mai voluto quella statua. E non solo perché lo consegna ai posteri seduto - con la sua Lettera 22 sulle ginocchia come quando raccontava lo sferragliare dei carri armati sovietici sulla libertà degli ungheresi - lui che visse tutta la sua vita da hombre vertical, e fu sempre un giornalista con la schiena dritta che non volle sedersi neppure sul seggio d'alloro di senatore a vita. No, quella statua non l'avrebbe voluta perché "le statue si fanno ai santi", diceva. Di più: "I monumenti sono fatti per essere abbattuti", sosteneva.
È dunque possibile, e anzi probabile, che se il grande Indro avesse saputo che un giorno qualcuno avrebbe chiesto al sindaco Sala di rimuovere dai giardini pubblici il suo monumento bronzeo sarebbe stato il primo a dichiararsi subito a favore.
E invece - con tutto il rispetto per i Sentinelli che stanno di vedetta per avvistare ogni discriminazione, anche quelle del secolo scorso - l'idea di abbattere quella statua in nome della lotta al razzismo e addirittura allo schiavismo è miope e aberrante.
Non perché i monumenti, una volta eretti, non possano essere distrutti. Nulla è eterno, figuriamoci i simulacri. E la storia è piena di statue di sovrani, imperatori e dittatori erette per celebrarne la gloria e abbattute per festeggiarne la caduta. Avvertendo che la cancellazione della storia è sempre un pericolo, Marco Belpoliti ha ricordato l'altalenante destino della statua di Napoleone al centro di Place Vendome, abbattuta durante la Comune del 1871 e poi rimessa in cima alla colonna a furor di popolo. Al suo posto c'era un monumento equestre di Luigi XIV: tirato giù allo scoppio della Rivoluzione. La stessa sorte che hanno subìto gli imponenti marmi e bronzi che raffiguravano Enver Hoxha a Tirana, Saddam Hussein a Bagdad e Francisco Franco in Spagna. La statua di Lenin a Lutsk, in Ucraina, venne fusa per farne due campane, quella di Muammar Gheddafi a Tripoli venne decapitata.
Ma quei monumenti erano i simboli di un potere che teneva il popolo sotto il suo tacco, tolti di mezzo tra gli applausi della folla che gli si era rivoltata contro. Cosa ha a che fare Montanelli con tutto questo? Assolutamente nulla, tranne il fatto che nel 1956 lui era a Budapest, inviato lì dal Corriere, quando gli ungheresi tirarono giù dal piedistallo la gigantesca statua di Stalin. Era lì come testimone della storia, era nel posto giusto al momento giusto, dove lo aveva portato il suo mestiere che ne ha fatto - insieme a Eugenio Scalfari - il principe del giornalismo italiano del Novecento.
E infatti la statua di bronzo dorato che Milano ha voluto dedicargli, "l'antimonumento" - come lo ha definito Francesco Merlo - che lo raffigura non a cavallo ma chino sulla sua portatile Olivetti celebra e ricorda la grandezza di un giornalista dalla schiena dritta, la limpida coerenza di un uomo che per difendere la sua libertà di scrivere ciò che pensava non esitò a lasciare quello che allora era il più grande giornale italiano per fondarne un altro. E quando di quell'altro se ne impossessò Berlusconi, lasciò pure quello e ne fondò un altro ancora.
E si capisce che Montanelli, che da giovane era stato fascista ma frondista, ufficiale dell'Impero ma condannato a morte dai nazisti, conservatore ma anarchico, con la destra contro il comunismo ma con la sinistra contro il berlusconismo, rifiutasse persino l'ipotesi che la sua idea di libertà potesse essere racchiusa in una statua di bronzo. Ma per noi quello è un monumento al giornalista che è stato, in vita, un monumento al giornalismo. E vogliamo che resti lì, quella statua di un uomo seduto che restò sempre in piedi, davanti alla sua macchina da scrivere.
È dunque possibile, e anzi probabile, che se il grande Indro avesse saputo che un giorno qualcuno avrebbe chiesto al sindaco Sala di rimuovere dai giardini pubblici il suo monumento bronzeo sarebbe stato il primo a dichiararsi subito a favore.
E invece - con tutto il rispetto per i Sentinelli che stanno di vedetta per avvistare ogni discriminazione, anche quelle del secolo scorso - l'idea di abbattere quella statua in nome della lotta al razzismo e addirittura allo schiavismo è miope e aberrante.
Non perché i monumenti, una volta eretti, non possano essere distrutti. Nulla è eterno, figuriamoci i simulacri. E la storia è piena di statue di sovrani, imperatori e dittatori erette per celebrarne la gloria e abbattute per festeggiarne la caduta. Avvertendo che la cancellazione della storia è sempre un pericolo, Marco Belpoliti ha ricordato l'altalenante destino della statua di Napoleone al centro di Place Vendome, abbattuta durante la Comune del 1871 e poi rimessa in cima alla colonna a furor di popolo. Al suo posto c'era un monumento equestre di Luigi XIV: tirato giù allo scoppio della Rivoluzione. La stessa sorte che hanno subìto gli imponenti marmi e bronzi che raffiguravano Enver Hoxha a Tirana, Saddam Hussein a Bagdad e Francisco Franco in Spagna. La statua di Lenin a Lutsk, in Ucraina, venne fusa per farne due campane, quella di Muammar Gheddafi a Tripoli venne decapitata.
Ma quei monumenti erano i simboli di un potere che teneva il popolo sotto il suo tacco, tolti di mezzo tra gli applausi della folla che gli si era rivoltata contro. Cosa ha a che fare Montanelli con tutto questo? Assolutamente nulla, tranne il fatto che nel 1956 lui era a Budapest, inviato lì dal Corriere, quando gli ungheresi tirarono giù dal piedistallo la gigantesca statua di Stalin. Era lì come testimone della storia, era nel posto giusto al momento giusto, dove lo aveva portato il suo mestiere che ne ha fatto - insieme a Eugenio Scalfari - il principe del giornalismo italiano del Novecento.
E infatti la statua di bronzo dorato che Milano ha voluto dedicargli, "l'antimonumento" - come lo ha definito Francesco Merlo - che lo raffigura non a cavallo ma chino sulla sua portatile Olivetti celebra e ricorda la grandezza di un giornalista dalla schiena dritta, la limpida coerenza di un uomo che per difendere la sua libertà di scrivere ciò che pensava non esitò a lasciare quello che allora era il più grande giornale italiano per fondarne un altro. E quando di quell'altro se ne impossessò Berlusconi, lasciò pure quello e ne fondò un altro ancora.
E si capisce che Montanelli, che da giovane era stato fascista ma frondista, ufficiale dell'Impero ma condannato a morte dai nazisti, conservatore ma anarchico, con la destra contro il comunismo ma con la sinistra contro il berlusconismo, rifiutasse persino l'ipotesi che la sua idea di libertà potesse essere racchiusa in una statua di bronzo. Ma per noi quello è un monumento al giornalista che è stato, in vita, un monumento al giornalismo. E vogliamo che resti lì, quella statua di un uomo seduto che restò sempre in piedi, davanti alla sua macchina da scrivere.