Gli Stati generali senza coraggio
Piero Ignazi , Giuseppe Conte , di PIERO IGNAZIPotrebbe offrire un colpo d’ala se proponesse un cambio di paradigma del nostro modello di sviluppo, e cioè l’abbandono dell’ideologia neoliberista e individualista di idolatria del mercato a favore di un intervento pubblico che garantisca livelli accettabili di eguaglianza sociale e uno sviluppo sostenibile nel lungo periodo
Gli incontri organizzati per iniziativa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sotto l'evocativo termine di Stati generali possono essere interpretati in vari modi: una vetrina di personaggi illustri; una mossa politica del capo del governo per ergersi sopra le parti e mostrare la propria indispensabilità; una occasione di confronto con esperti; un momento di condivisione con le opposizioni e le parti sociali di un progetto di rilancio del Paese, e altro ancora. In ciascuna di queste ipotesi c'è un grano di verità. Sono comunque tutte connesse da un desiderio, forse una speranza, di ricalibrare il rapporto politica-opinione pubblica o, per scendere più nel concreto, quello tra Giuseppe Conte e la sua potenziale audience personale (per non dire partito, termine che "porta male" come ricordava Ilvo Diamanti su la Repubblica).
Questo desiderio, scontando narcisismo e hybris, ha un suo valore intrinseco perché, tra le tante accuse…
Questo desiderio, scontando narcisismo e hybris, ha un suo valore intrinseco perché, tra le tante accuse…
Gli incontri organizzati per iniziativa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sotto l'evocativo termine di Stati generali possono essere interpretati in vari modi: una vetrina di personaggi illustri; una mossa politica del capo del governo per ergersi sopra le parti e mostrare la propria indispensabilità; una occasione di confronto con esperti; un momento di condivisione con le opposizioni e le parti sociali di un progetto di rilancio del Paese, e altro ancora. In ciascuna di queste ipotesi c'è un grano di verità. Sono comunque tutte connesse da un desiderio, forse una speranza, di ricalibrare il rapporto politica-opinione pubblica o, per scendere più nel concreto, quello tra Giuseppe Conte e la sua potenziale audience personale (per non dire partito, termine che "porta male" come ricordava Ilvo Diamanti su la Repubblica).
Questo desiderio, scontando narcisismo e hybris, ha un suo valore intrinseco perché, tra le tante accuse che si muovono ai politici, risuona spesso quella dell'autoreferenzialità: i rappresentanti delle istituzioni e i dirigenti dei partiti sono tacciati di non volersi confrontare con il mondo esterno, di non tenere in conto le esperienze e le competenze di chi "sta fuori". Al massimo ricercano qualche esponente della società civile, per tanto tempo evocata come elemento salvifico della politica, da esibire come fiore all'occhiello, salvo poi lasciarlo appassire senza rimpianti. Questa immagine di una politica autosufficiente e "assoluta" irrita l'opinione pubblica. Infatti le domande ricorrenti dei cittadini insistono sul maggior coinvolgimento nelle decisioni e sulla richiesta di una maggiore trasparenza e una maggiore responsabilità/rispondenza da parte dei politici.
Il lungo periodo pandemico ha in certa misura risposto a queste esigenze, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con l'autorità politica. Per quanto fossero dimesse, e forse proprio per questo, le conferenze stampa giornaliere della Protezione civile andavano incontro all'esigenza di essere messi al corrente di quanto succedeva e davano la sensazione di essere in qualche misura tenuti in conto, in quanto cittadini. Allo stesso modo, l'eloquio forbito e pacato, con punte di paternalismo, del presidente del Consiglio ha rassicurato tanti e, di riflesso, gli ha portato altrettanti consensi. Tuttavia Conte, nei suoi interventi, calava dall'alto, appariva lontano e distanziato, come tutti del resto. Ora che si sono aperti i cancelli vuole riconnettersi con il flusso della vita quotidiana. Ed ha adottato una strategia ecumenico-tecnocratica.
Da un lato, ha rivolto un invito (sincero o strumentale che sia) a 360 gradi, per dimostrare apertura al dialogo. L'operazione è fallita con le opposizioni, vedremo con gli altri interessi organizzati (certo, se Confindustria e sindacati andavano al Viminale dal ministro dell'Interno a parlare di problemi economici, non si vede quale obiezione potrebbero sollevare questa volta di fronte al presidente del Consiglio...). Dall'altro lato, ha coinvolto competenze di vario tipo, insistendo sul solco tracciato fin dall'inizio della pandemia: valorizzare le conoscenze e le professionalità archiviando quell'ostilità per i tecnici sparsa a pieni mani in questi anni sia a destra che tra i 5Stelle. Le giornate di Villa Pamphilj assumono quindi un doppio significato. Quello dell'apertura urbis et orbi, con inevitabili risvolti da passerella, e quello del coinvolgimento delle menti brillanti. Entrambi i significati sono funzionali a legittimare l'operato del governo, e del suo capo. Solo che allargamento e approfondimento - per riprendere una dicotomia discussa ai tempi dell'ampliamento ad Est dell'Unione europea - difficilmente si armonizzano.
Se questa strategia appare chiara, rimane invece indefinito l'oggetto del convegno, il programma di ricostruzione del Paese. In realtà basterebbe aprire i cassetti dei vari think tank per trovare, oltre a quello della fin troppo celebrata task force, una messe di progetti ragionevoli e accurati. Eppure la kermesse contiana potrebbe offrire un colpo d'ala se avesse coraggio e proponesse un cambio di paradigma del nostro (fallimentare) modello di sviluppo, e cioè l'abbandono dell'ideologia neoliberista e individualista di idolatria del mercato, a favore di un intervento pubblico che garantisca livelli accettabili di eguaglianza sociale e uno sviluppo infine sostenibile nel lungo periodo. Solo una mossa così ardita, che ponga la giustizia sociale come l'obiettivo numero uno della ricostruzione, lascerebbe il segno, e caratterizzerebbe l'incontro come una svolta epocale, qualcosa di simile al piano Beveridge che introdusse il welfare state nella Gran Bretagna post-45. Una pia illusione, probabilmente.
Questo desiderio, scontando narcisismo e hybris, ha un suo valore intrinseco perché, tra le tante accuse che si muovono ai politici, risuona spesso quella dell'autoreferenzialità: i rappresentanti delle istituzioni e i dirigenti dei partiti sono tacciati di non volersi confrontare con il mondo esterno, di non tenere in conto le esperienze e le competenze di chi "sta fuori". Al massimo ricercano qualche esponente della società civile, per tanto tempo evocata come elemento salvifico della politica, da esibire come fiore all'occhiello, salvo poi lasciarlo appassire senza rimpianti. Questa immagine di una politica autosufficiente e "assoluta" irrita l'opinione pubblica. Infatti le domande ricorrenti dei cittadini insistono sul maggior coinvolgimento nelle decisioni e sulla richiesta di una maggiore trasparenza e una maggiore responsabilità/rispondenza da parte dei politici.
Il lungo periodo pandemico ha in certa misura risposto a queste esigenze, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con l'autorità politica. Per quanto fossero dimesse, e forse proprio per questo, le conferenze stampa giornaliere della Protezione civile andavano incontro all'esigenza di essere messi al corrente di quanto succedeva e davano la sensazione di essere in qualche misura tenuti in conto, in quanto cittadini. Allo stesso modo, l'eloquio forbito e pacato, con punte di paternalismo, del presidente del Consiglio ha rassicurato tanti e, di riflesso, gli ha portato altrettanti consensi. Tuttavia Conte, nei suoi interventi, calava dall'alto, appariva lontano e distanziato, come tutti del resto. Ora che si sono aperti i cancelli vuole riconnettersi con il flusso della vita quotidiana. Ed ha adottato una strategia ecumenico-tecnocratica.
Da un lato, ha rivolto un invito (sincero o strumentale che sia) a 360 gradi, per dimostrare apertura al dialogo. L'operazione è fallita con le opposizioni, vedremo con gli altri interessi organizzati (certo, se Confindustria e sindacati andavano al Viminale dal ministro dell'Interno a parlare di problemi economici, non si vede quale obiezione potrebbero sollevare questa volta di fronte al presidente del Consiglio...). Dall'altro lato, ha coinvolto competenze di vario tipo, insistendo sul solco tracciato fin dall'inizio della pandemia: valorizzare le conoscenze e le professionalità archiviando quell'ostilità per i tecnici sparsa a pieni mani in questi anni sia a destra che tra i 5Stelle. Le giornate di Villa Pamphilj assumono quindi un doppio significato. Quello dell'apertura urbis et orbi, con inevitabili risvolti da passerella, e quello del coinvolgimento delle menti brillanti. Entrambi i significati sono funzionali a legittimare l'operato del governo, e del suo capo. Solo che allargamento e approfondimento - per riprendere una dicotomia discussa ai tempi dell'ampliamento ad Est dell'Unione europea - difficilmente si armonizzano.
Se questa strategia appare chiara, rimane invece indefinito l'oggetto del convegno, il programma di ricostruzione del Paese. In realtà basterebbe aprire i cassetti dei vari think tank per trovare, oltre a quello della fin troppo celebrata task force, una messe di progetti ragionevoli e accurati. Eppure la kermesse contiana potrebbe offrire un colpo d'ala se avesse coraggio e proponesse un cambio di paradigma del nostro (fallimentare) modello di sviluppo, e cioè l'abbandono dell'ideologia neoliberista e individualista di idolatria del mercato, a favore di un intervento pubblico che garantisca livelli accettabili di eguaglianza sociale e uno sviluppo infine sostenibile nel lungo periodo. Solo una mossa così ardita, che ponga la giustizia sociale come l'obiettivo numero uno della ricostruzione, lascerebbe il segno, e caratterizzerebbe l'incontro come una svolta epocale, qualcosa di simile al piano Beveridge che introdusse il welfare state nella Gran Bretagna post-45. Una pia illusione, probabilmente.