L’estremismo delle élite in America
Yascha Mounk , di YASCHA MOUNKLa grande domanda, ora, è chi prevarrà in questo scontro di narrazioni. L’odio reciproco delle élite americane infetterà le opinioni della gente comune? Oppure la tolleranza reciproca delle persone più ordinarie costringerà le élite ad attenuare l’intensità dello scontro?
In quindici anni che vivo qui negli Stati Uniti, non ho mai avuto la sensazione di un Paese irrimediabilmente diviso come adesso.
Nelle strade, centinaia di migliaia di americani protestano contro l'insostenibile persistenza delle violenze della polizia. Dai sotterranei della Casa Bianca, circondato da un muro eretto in tutta fretta che dovrebbe servire a proteggerlo dai manifestanti, Donald Trump alimenta le fiamme del caos. Mentre gli sbirri manganellano dimostranti pacifici e le proteste pacifiche si trasformano in sommosse, il grande esperimento di autogoverno dell'America sembra prossimo alla fine. Quale unità d'intenti e quale sentimento di solidarietà fra compatrioti rimangono in un Paese che contiene così tante moltitudini e così tanta rabbia?
Quando si vanno a guardare le opinioni e i comportamenti reali dei normali cittadini, questo quadro pessimistico risulta, per fortuna, fin troppo semplificatorio. Il popolo americano non è…
Nelle strade, centinaia di migliaia di americani protestano contro l'insostenibile persistenza delle violenze della polizia. Dai sotterranei della Casa Bianca, circondato da un muro eretto in tutta fretta che dovrebbe servire a proteggerlo dai manifestanti, Donald Trump alimenta le fiamme del caos. Mentre gli sbirri manganellano dimostranti pacifici e le proteste pacifiche si trasformano in sommosse, il grande esperimento di autogoverno dell'America sembra prossimo alla fine. Quale unità d'intenti e quale sentimento di solidarietà fra compatrioti rimangono in un Paese che contiene così tante moltitudini e così tanta rabbia?
Quando si vanno a guardare le opinioni e i comportamenti reali dei normali cittadini, questo quadro pessimistico risulta, per fortuna, fin troppo semplificatorio. Il popolo americano non è…
In quindici anni che vivo qui negli Stati Uniti, non ho mai avuto la sensazione di un Paese irrimediabilmente diviso come adesso.
Nelle strade, centinaia di migliaia di americani protestano contro l'insostenibile persistenza delle violenze della polizia. Dai sotterranei della Casa Bianca, circondato da un muro eretto in tutta fretta che dovrebbe servire a proteggerlo dai manifestanti, Donald Trump alimenta le fiamme del caos. Mentre gli sbirri manganellano dimostranti pacifici e le proteste pacifiche si trasformano in sommosse, il grande esperimento di autogoverno dell'America sembra prossimo alla fine. Quale unità d'intenti e quale sentimento di solidarietà fra compatrioti rimangono in un Paese che contiene così tante moltitudini e così tanta rabbia?
Quando si vanno a guardare le opinioni e i comportamenti reali dei normali cittadini, questo quadro pessimistico risulta, per fortuna, fin troppo semplificatorio. Il popolo americano non è diviso come appare dalle immagini terrificanti sui social media, neanche un po'. L'idea che Derek Chauvin, il poliziotto che ha ucciso George Floyd, dovrebbe essere incolpato di omicidio è condivisa da uno strabiliante 89 per cento degli americani. Se i sondaggisti chiedessero alle persone negli Stati Uniti (ma anche in Francia) se gli piacciono i Beatles o se trovano graziosi i cuccioli di cane, difficilmente riscontrerebbero un livello di consenso simili.
Lo stesso sondaggio contiene un'altra informazione rivelatrice. La maggior parte degli americani disapprova la gestione di Donald Trump in tantissimi ambiti, dal Covid 19 all'immigrazione: se si tenessero elezioni oggi, sarebbe travolto. Ma la cosa più sorprendente è che gli americani disapprovano in modo ancora più netto la gestione dell'unica questione che in teoria potrebbe servirgli a vincere le elezioni: le relazioni tra le razze. A quanto pare, perfino alcuni americani in generale ben disposti verso Trump sono stufi delle sue provocazioni razziste.
Anche l'umore tra gli afroamericani è abbastanza diverso da come viene spesso raffigurato sui media. Per esempio, nulla sembra indicare che considerino il Paese fondamentalmente illegittimo o che auspichino un cambiamento particolarmente radicale. Dopo tutto, è grazie allo schiacciante sostegno fra gli elettori neri se sarà un democratico moderato come Joe Biden, e non un rivoluzionario dichiarato come Bernie Sanders, a sfidare Trump a novembre.
Questa moderazione è stata orgogliosamente esibita anche nelle ultime, tragiche giornate. Se la stragrande maggioranza degli afroamericani è giustamente indignata dalla persistenza di disparità di trattamento da parte della polizia, quasi altrettanti sono risolutamente contrari a sommosse o saccheggi. Non stupisce, quindi, che importanti esponenti della comunità, da leader come Keisha Lance Bottoms a rapper come Killer Mike, abbiano lanciato appelli appassionati a continuare a protestare pacificamente.
Ma se il popolo americano per molti versi è più sensibile e compassionevole di quanto sembrino indicare le immagini distopiche degli ultimi giorni, l'élite politica e giornalistica sta facendo tutto il possibile per spaccare e lacerare il Paese. Il colpevole principale, naturalmente, è il presidente, i suoi alleati politici e l'enorme cassa di risonanza di cui dispongono. La totale incapacità di Trump di esprimere (e probabilmente anche di provare) una sincera compassione per la morte di George Floyd è tanto più raccapricciante se si considera che per lui è la norma. E anche se i politici repubblicani in privato si lamentano spesso di Trump, quasi tutti, ancora una volta, hanno anteposto la carriera ai principi e si sono schierati una volta di più con il loro presidente.
Al contempo, vedo che alcuni dei miei amici e conoscenti schierati da quello che considero con convinzione il lato giusto della storia, si stanno lentamente trumpificando a loro volta. Una rivista per cui scrivevo ha appena pubblicato una difesa appassionata delle proteste violente. Un politico di grande esperienza di mia conoscenza ha insinuato, senza alcuna prova, che le sommosse siano istigate da agenti provocatori al soldo della Russia. E visto che Trump sta attaccando in modo cinico le organizzazioni di estrema sinistra, quasi nessun giornalista sembra disposto ad ammettere che alcune di queste, effettivamente, esaltano la violenza in modo inaccettabile.
Questa è l'America del 2020. La maggior parte delle persone normali, bianchi e neri, di destra e di sinistra, è consapevole che questo Paese soffre ancora di profonde ingiustizie razziali e che ha percorso molta strada nel corso degli ultimi cinquant'anni. Nonostante i loro tanti disaccordi, rimangono determinate a costruire un futuro migliore insieme.
Nel frattempo, una fetta crescente della classe dirigente, nera e in particolare bianca, di destra ma anche di sinistra, sta abbandonando al suo destino l'esperimento americano. Le uniche cose su cui riescono a trovarsi d'accordo è che il Paese è marcio, il nemico è irredimibile e qualsiasi cosa che non sia una vittoria totale è una via sicura per l'inferno.
La grande domanda, ora, è chi prevarrà in questo scontro di narrazioni. L'odio reciproco delle élite americane infetterà le opinioni della gente comune? Oppure la tolleranza reciproca delle persone più ordinarie costringerà le élite ad attenuare l'intensità dello scontro? Fino a poche settimane fa ero ragionevolmente convinto che la vox populi, alla fine, avrebbe prevalso: ma ogni giorno che passa rende più difficile conservare questa speranza.
Traduzione di Fabio Galimberti
Nelle strade, centinaia di migliaia di americani protestano contro l'insostenibile persistenza delle violenze della polizia. Dai sotterranei della Casa Bianca, circondato da un muro eretto in tutta fretta che dovrebbe servire a proteggerlo dai manifestanti, Donald Trump alimenta le fiamme del caos. Mentre gli sbirri manganellano dimostranti pacifici e le proteste pacifiche si trasformano in sommosse, il grande esperimento di autogoverno dell'America sembra prossimo alla fine. Quale unità d'intenti e quale sentimento di solidarietà fra compatrioti rimangono in un Paese che contiene così tante moltitudini e così tanta rabbia?
Quando si vanno a guardare le opinioni e i comportamenti reali dei normali cittadini, questo quadro pessimistico risulta, per fortuna, fin troppo semplificatorio. Il popolo americano non è diviso come appare dalle immagini terrificanti sui social media, neanche un po'. L'idea che Derek Chauvin, il poliziotto che ha ucciso George Floyd, dovrebbe essere incolpato di omicidio è condivisa da uno strabiliante 89 per cento degli americani. Se i sondaggisti chiedessero alle persone negli Stati Uniti (ma anche in Francia) se gli piacciono i Beatles o se trovano graziosi i cuccioli di cane, difficilmente riscontrerebbero un livello di consenso simili.
Lo stesso sondaggio contiene un'altra informazione rivelatrice. La maggior parte degli americani disapprova la gestione di Donald Trump in tantissimi ambiti, dal Covid 19 all'immigrazione: se si tenessero elezioni oggi, sarebbe travolto. Ma la cosa più sorprendente è che gli americani disapprovano in modo ancora più netto la gestione dell'unica questione che in teoria potrebbe servirgli a vincere le elezioni: le relazioni tra le razze. A quanto pare, perfino alcuni americani in generale ben disposti verso Trump sono stufi delle sue provocazioni razziste.
Anche l'umore tra gli afroamericani è abbastanza diverso da come viene spesso raffigurato sui media. Per esempio, nulla sembra indicare che considerino il Paese fondamentalmente illegittimo o che auspichino un cambiamento particolarmente radicale. Dopo tutto, è grazie allo schiacciante sostegno fra gli elettori neri se sarà un democratico moderato come Joe Biden, e non un rivoluzionario dichiarato come Bernie Sanders, a sfidare Trump a novembre.
Questa moderazione è stata orgogliosamente esibita anche nelle ultime, tragiche giornate. Se la stragrande maggioranza degli afroamericani è giustamente indignata dalla persistenza di disparità di trattamento da parte della polizia, quasi altrettanti sono risolutamente contrari a sommosse o saccheggi. Non stupisce, quindi, che importanti esponenti della comunità, da leader come Keisha Lance Bottoms a rapper come Killer Mike, abbiano lanciato appelli appassionati a continuare a protestare pacificamente.
Ma se il popolo americano per molti versi è più sensibile e compassionevole di quanto sembrino indicare le immagini distopiche degli ultimi giorni, l'élite politica e giornalistica sta facendo tutto il possibile per spaccare e lacerare il Paese. Il colpevole principale, naturalmente, è il presidente, i suoi alleati politici e l'enorme cassa di risonanza di cui dispongono. La totale incapacità di Trump di esprimere (e probabilmente anche di provare) una sincera compassione per la morte di George Floyd è tanto più raccapricciante se si considera che per lui è la norma. E anche se i politici repubblicani in privato si lamentano spesso di Trump, quasi tutti, ancora una volta, hanno anteposto la carriera ai principi e si sono schierati una volta di più con il loro presidente.
Al contempo, vedo che alcuni dei miei amici e conoscenti schierati da quello che considero con convinzione il lato giusto della storia, si stanno lentamente trumpificando a loro volta. Una rivista per cui scrivevo ha appena pubblicato una difesa appassionata delle proteste violente. Un politico di grande esperienza di mia conoscenza ha insinuato, senza alcuna prova, che le sommosse siano istigate da agenti provocatori al soldo della Russia. E visto che Trump sta attaccando in modo cinico le organizzazioni di estrema sinistra, quasi nessun giornalista sembra disposto ad ammettere che alcune di queste, effettivamente, esaltano la violenza in modo inaccettabile.
Questa è l'America del 2020. La maggior parte delle persone normali, bianchi e neri, di destra e di sinistra, è consapevole che questo Paese soffre ancora di profonde ingiustizie razziali e che ha percorso molta strada nel corso degli ultimi cinquant'anni. Nonostante i loro tanti disaccordi, rimangono determinate a costruire un futuro migliore insieme.
Nel frattempo, una fetta crescente della classe dirigente, nera e in particolare bianca, di destra ma anche di sinistra, sta abbandonando al suo destino l'esperimento americano. Le uniche cose su cui riescono a trovarsi d'accordo è che il Paese è marcio, il nemico è irredimibile e qualsiasi cosa che non sia una vittoria totale è una via sicura per l'inferno.
La grande domanda, ora, è chi prevarrà in questo scontro di narrazioni. L'odio reciproco delle élite americane infetterà le opinioni della gente comune? Oppure la tolleranza reciproca delle persone più ordinarie costringerà le élite ad attenuare l'intensità dello scontro? Fino a poche settimane fa ero ragionevolmente convinto che la vox populi, alla fine, avrebbe prevalso: ma ogni giorno che passa rende più difficile conservare questa speranza.
Traduzione di Fabio Galimberti