La morte di George Floyd sta cambiando il capitalismo. I tragici eventi di Minneapolis hanno spinto i capitani d'industria americani ed europei a parlare meno di utili, investimenti e costi e più di empatia, compassione e rimpianti. La gente che è scesa in piazza a New York, Los Angeles e Londra ha costretto il mondo dell'industria a riconoscere un'enorme gruppo di persone che era stato dimenticato dalla storia. Dietro gli aridi numeri dei budget delle aziende, stava emergendo un volto umano del capitalismo. Dico "stava emergendo" perché questa settimana questo profilo bello di Wall Street è stato sostituito dalla bruttissima faccia di Greg Glassman.
Glassman, fondatore e amministratore delegato dell'impero delle palestre CrossFit, è stato costretto a dimettersi dopo aver "scherzato" in un Tweet che il movimento di protesta rinato a Minneapolis era come "Floyd-19". Il milionario, che rimane comunque prop…
Glassman, fondatore e amministratore delegato dell'impero delle palestre CrossFit, è stato costretto a dimettersi dopo aver "scherzato" in un Tweet che il movimento di protesta rinato a Minneapolis era come "Floyd-19". Il milionario, che rimane comunque prop…
La morte di George Floyd sta cambiando il capitalismo. I tragici eventi di Minneapolis hanno spinto i capitani d'industria americani ed europei a parlare meno di utili, investimenti e costi e più di empatia, compassione e rimpianti. La gente che è scesa in piazza a New York, Los Angeles e Londra ha costretto il mondo dell'industria a riconoscere un'enorme gruppo di persone che era stato dimenticato dalla storia. Dietro gli aridi numeri dei budget delle aziende, stava emergendo un volto umano del capitalismo. Dico "stava emergendo" perché questa settimana questo profilo bello di Wall Street è stato sostituito dalla bruttissima faccia di Greg Glassman.
Glassman, fondatore e amministratore delegato dell'impero delle palestre CrossFit, è stato costretto a dimettersi dopo aver "scherzato" in un Tweet che il movimento di protesta rinato a Minneapolis era come "Floyd-19". Il milionario, che rimane comunque proprietario di CrossFit, si è difeso dicendo che l'esternazione era "un errore, non razzista, ma un errore".
No, Greg: su questi temi, con questo passato, con queste ferite mai rimarginate, ogni "errore" è razzista. Quando un imprenditore ricco e famoso, venerato da quattro milioni di persone che sudano nelle sue palestre, dimostra tale sprezzo per una calamità epocale, è giusto chiedersi quanto sinceri siano gli altri magnati del capitalismo.
Per ogni Ben & Jerry's, l'iconico gelataio americano che ha detto che bisogna "smantellare la supremazia dei bianchi", c'è un Facebook che si rifiuta di censurare le incitazioni alla violenza di Donald Trump. Per ogni HBO Max che cancella le proiezioni di Via Col Vento, c'è il silenzio delle banche a cui questa settimana ho chiesto cosa faranno per assumere più minoranze etniche.
Per non parlare dell'ipocrisia di multinazionali della finanza quali la HSBC e la Standard Chartered, che hanno condannato il razzismo mentre appoggiavano il durissimo attacco della Cina alle libertà di Hong Kong. Il problema qui non è il fatto che le aziende agiscano nel proprio interesse. Quello è loro diritto, anzi, dovere, dai tempi in cui Henry Ford decise di pagare gli operai il doppio dei salari normali così potevano comprare le sue automobili.
Il problema è che il capitalismo di stampo anglosassone dichiara di avere responsabilità non più solo verso gli azionisti ma tutti gli stakeholders - le parti interessate della società al di fuori di Wall Street. Lo hanno detto chiaramente l'anno scorso, in una lettera aperta, 181 amministratori delegati di società Usa. Se questo è il fine, è venuto il momento di passare dalle parole ai fatti o, come dicono in America, di mettere i soldi dove hanno la bocca.
Basta guardare i numeri. Le aziende con meno donne e minoranze etniche nel management fanno molto peggio della media, secondo McKinsey. E Morgan Stanley ha calcolato che gli investitori danno 80% meno soldi a piccole società guidate da imprenditori donne o provenienti da minoranze etniche. Colmare quell'enorme buco aggiungerebbe più di 4,4 triliardi di dollari al prodotto interno lordo Usa. Allargare gli orizzonti del capitalismo non è opera caritatevole. È opera proficua. E la società, i consumatori e l'economia non vogliono e non possono più permettere ritardi.
Francesco Guerrera è il direttore di Barron's Group in Europa
Glassman, fondatore e amministratore delegato dell'impero delle palestre CrossFit, è stato costretto a dimettersi dopo aver "scherzato" in un Tweet che il movimento di protesta rinato a Minneapolis era come "Floyd-19". Il milionario, che rimane comunque proprietario di CrossFit, si è difeso dicendo che l'esternazione era "un errore, non razzista, ma un errore".
No, Greg: su questi temi, con questo passato, con queste ferite mai rimarginate, ogni "errore" è razzista. Quando un imprenditore ricco e famoso, venerato da quattro milioni di persone che sudano nelle sue palestre, dimostra tale sprezzo per una calamità epocale, è giusto chiedersi quanto sinceri siano gli altri magnati del capitalismo.
Per ogni Ben & Jerry's, l'iconico gelataio americano che ha detto che bisogna "smantellare la supremazia dei bianchi", c'è un Facebook che si rifiuta di censurare le incitazioni alla violenza di Donald Trump. Per ogni HBO Max che cancella le proiezioni di Via Col Vento, c'è il silenzio delle banche a cui questa settimana ho chiesto cosa faranno per assumere più minoranze etniche.
Per non parlare dell'ipocrisia di multinazionali della finanza quali la HSBC e la Standard Chartered, che hanno condannato il razzismo mentre appoggiavano il durissimo attacco della Cina alle libertà di Hong Kong. Il problema qui non è il fatto che le aziende agiscano nel proprio interesse. Quello è loro diritto, anzi, dovere, dai tempi in cui Henry Ford decise di pagare gli operai il doppio dei salari normali così potevano comprare le sue automobili.
Il problema è che il capitalismo di stampo anglosassone dichiara di avere responsabilità non più solo verso gli azionisti ma tutti gli stakeholders - le parti interessate della società al di fuori di Wall Street. Lo hanno detto chiaramente l'anno scorso, in una lettera aperta, 181 amministratori delegati di società Usa. Se questo è il fine, è venuto il momento di passare dalle parole ai fatti o, come dicono in America, di mettere i soldi dove hanno la bocca.
Basta guardare i numeri. Le aziende con meno donne e minoranze etniche nel management fanno molto peggio della media, secondo McKinsey. E Morgan Stanley ha calcolato che gli investitori danno 80% meno soldi a piccole società guidate da imprenditori donne o provenienti da minoranze etniche. Colmare quell'enorme buco aggiungerebbe più di 4,4 triliardi di dollari al prodotto interno lordo Usa. Allargare gli orizzonti del capitalismo non è opera caritatevole. È opera proficua. E la società, i consumatori e l'economia non vogliono e non possono più permettere ritardi.
Francesco Guerrera è il direttore di Barron's Group in Europa