La terra è bassa
di CARLO PETRINIIl ritorno dei giovani nei campi è una questione politica ed è quindi quest'ultima che si deve fare carico di scelte e indirizzi. Ci vuole un radicale cambio di paradigmi e i sistemi alimentari possono davvero costruire un perfetto punto di partenza
"La terra è bassa", recita un vecchio proverbio contadino. E in effetti, fra tutti i lavori possibili, quello in agricoltura è spesso stato quello da cui rifuggire per fatica fisica e incerto rendimento economico. Oggi però qualcosa sta cambiando, e probabilmente la pandemia sta accelerando il cambio di rotta.
Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare di un crescente desiderio, in particolare nelle nuove generazioni, di tornare alla terra e di riappropriarsi di un rapporto più sano con la natura. Che il rapporto città-campagna debba essere riequilibrato è chiaro a tutti: il dialogo tra queste due realtà, si è indebolito e inasprito a seguito dell'urbanesimo a cui abbiamo assistito, complice un sistema alimentare industrializzato e filiere globalizzate sempre più lunghe e complesse.
I contadini di un tempo, appunto coloro che abitavano il contado e che vivevano fuori dal centro urbano, avevano con…
Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare di un crescente desiderio, in particolare nelle nuove generazioni, di tornare alla terra e di riappropriarsi di un rapporto più sano con la natura. Che il rapporto città-campagna debba essere riequilibrato è chiaro a tutti: il dialogo tra queste due realtà, si è indebolito e inasprito a seguito dell'urbanesimo a cui abbiamo assistito, complice un sistema alimentare industrializzato e filiere globalizzate sempre più lunghe e complesse.
I contadini di un tempo, appunto coloro che abitavano il contado e che vivevano fuori dal centro urbano, avevano con…
"La terra è bassa", recita un vecchio proverbio contadino. E in effetti, fra tutti i lavori possibili, quello in agricoltura è spesso stato quello da cui rifuggire per fatica fisica e incerto rendimento economico. Oggi però qualcosa sta cambiando, e probabilmente la pandemia sta accelerando il cambio di rotta.
Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare di un crescente desiderio, in particolare nelle nuove generazioni, di tornare alla terra e di riappropriarsi di un rapporto più sano con la natura. Che il rapporto città-campagna debba essere riequilibrato è chiaro a tutti: il dialogo tra queste due realtà, si è indebolito e inasprito a seguito dell'urbanesimo a cui abbiamo assistito, complice un sistema alimentare industrializzato e filiere globalizzate sempre più lunghe e complesse.
I contadini di un tempo, appunto coloro che abitavano il contado e che vivevano fuori dal centro urbano, avevano con quest'ultimo un rapporto organico, proprio perché legati da interessi comuni di mutualistica dipendenza e di sussistenza. Ed è proprio questo concetto di sussistenza che il Covid 19 ha fatto rivivere in noi con molta più potenza, e che ha fatto crescere l'interesse di molti ragazzi a occuparsi di agricoltura.
La paura di restare senza cibo, la conseguente volontà di essere almeno in parte produttori di ciò che si mangia e la sofferenza della clausura forzata in case circondate dal cemento, hanno portato a una rivalutazione del lavoro in campagna.
Tuttavia, se l'urbanizzazione e l'esodo dalla campagna alla città sono stati fenomeni diffusi, è importante capirne le ragioni e vincere quella retorica romantica di chi guarda al passato contadino con nostalgia e ingenuità, senza vedere gli stessi motivi che hanno portato i nostri nonni a preferire il lavoro in fabbrica. Per far sì che un ritorno alla terra sia possibile, accattivante e sostenibile, sono necessari strumenti che impediscano il divario digitale delle zone rurali, infrastrutture che combattano l'isolamento sociale e commerciale, semplificazioni burocratiche, finanziamenti che supportino chi fa del cibo uno strumento per tutelare il territorio e promuovere le tradizioni locali, e la giusta educazione per creare un tessuto sociale capace di apprezzare e supportare queste realtà come parti integranti della propria comunità. L'Ismea, a seguito dell'emergenza epidemiologica, ha adottato misure straordinarie in favore dei giovani interessati all'imprenditoria agricola: un segnale molto positivo, ma non ancora sufficiente.
Il ritorno alla terra è infatti una questione politica ed è quindi quest'ultima che si deve fare carico di scelte e indirizzi.
È tempo di dare una nuova faccia alle politiche alimentari, facendo sì che lo Stato cambi dinamiche al momento dettate dal mercato, permettendo alle piccole-medie aziende di diventare davvero più intelligenti: implementando e favorendo innovazione, sostenibilità e cooperazione.
Ci vuole un radicale cambio di paradigmi, e i sistemi alimentari possono davvero costruire un perfetto punto di partenza. Confido nei molti giovani che tutto questo lo hanno già capito e che, a differenza della mia generazione, sono figli dell'era digitale, capaci di usare la tecnologia a favore di un ritorno alla terra che profuma di sostenibilità vera: per l'ambiente, per l'economia e per la loro stessa felicità.
Negli ultimi anni si è spesso sentito parlare di un crescente desiderio, in particolare nelle nuove generazioni, di tornare alla terra e di riappropriarsi di un rapporto più sano con la natura. Che il rapporto città-campagna debba essere riequilibrato è chiaro a tutti: il dialogo tra queste due realtà, si è indebolito e inasprito a seguito dell'urbanesimo a cui abbiamo assistito, complice un sistema alimentare industrializzato e filiere globalizzate sempre più lunghe e complesse.
I contadini di un tempo, appunto coloro che abitavano il contado e che vivevano fuori dal centro urbano, avevano con quest'ultimo un rapporto organico, proprio perché legati da interessi comuni di mutualistica dipendenza e di sussistenza. Ed è proprio questo concetto di sussistenza che il Covid 19 ha fatto rivivere in noi con molta più potenza, e che ha fatto crescere l'interesse di molti ragazzi a occuparsi di agricoltura.
La paura di restare senza cibo, la conseguente volontà di essere almeno in parte produttori di ciò che si mangia e la sofferenza della clausura forzata in case circondate dal cemento, hanno portato a una rivalutazione del lavoro in campagna.
Tuttavia, se l'urbanizzazione e l'esodo dalla campagna alla città sono stati fenomeni diffusi, è importante capirne le ragioni e vincere quella retorica romantica di chi guarda al passato contadino con nostalgia e ingenuità, senza vedere gli stessi motivi che hanno portato i nostri nonni a preferire il lavoro in fabbrica. Per far sì che un ritorno alla terra sia possibile, accattivante e sostenibile, sono necessari strumenti che impediscano il divario digitale delle zone rurali, infrastrutture che combattano l'isolamento sociale e commerciale, semplificazioni burocratiche, finanziamenti che supportino chi fa del cibo uno strumento per tutelare il territorio e promuovere le tradizioni locali, e la giusta educazione per creare un tessuto sociale capace di apprezzare e supportare queste realtà come parti integranti della propria comunità. L'Ismea, a seguito dell'emergenza epidemiologica, ha adottato misure straordinarie in favore dei giovani interessati all'imprenditoria agricola: un segnale molto positivo, ma non ancora sufficiente.
Il ritorno alla terra è infatti una questione politica ed è quindi quest'ultima che si deve fare carico di scelte e indirizzi.
È tempo di dare una nuova faccia alle politiche alimentari, facendo sì che lo Stato cambi dinamiche al momento dettate dal mercato, permettendo alle piccole-medie aziende di diventare davvero più intelligenti: implementando e favorendo innovazione, sostenibilità e cooperazione.
Ci vuole un radicale cambio di paradigmi, e i sistemi alimentari possono davvero costruire un perfetto punto di partenza. Confido nei molti giovani che tutto questo lo hanno già capito e che, a differenza della mia generazione, sono figli dell'era digitale, capaci di usare la tecnologia a favore di un ritorno alla terra che profuma di sostenibilità vera: per l'ambiente, per l'economia e per la loro stessa felicità.