La Camera ha vissuto ieri una delle giornate più malinconiche della sua storia recente. Tutti, chi più chi meno, hanno contribuito a questo esito da cui l'istituto Parlamento è uscito umiliato, proiettando un'ombra sulla qualità della nostra democrazia.
La lista dei colpevoli è lunga. Il presidente del Consiglio che, alla vigilia di un cruciale vertice europeo destinato a decidere - e anzi molto probabilmente a non decidere - circa i fondi per la ripresa, evita con cura il voto parlamentare e si limita a un'informativa (con ciò "violando la legge e indebolendo l'Italia" ha scandito Mario Monti a Palazzo Madama, ed è difficile dargli torto). La maggioranza che non ha nulla da obiettare, divisa com'è al suo interno in tema di Fondo salva-Stati (Mes). L'opposizione di centrodestra - salvo eccezioni - che lascia vuoti i suoi banchi, quasi un piccolo Aventino, e non si rende conto che in tal modo rin…
La lista dei colpevoli è lunga. Il presidente del Consiglio che, alla vigilia di un cruciale vertice europeo destinato a decidere - e anzi molto probabilmente a non decidere - circa i fondi per la ripresa, evita con cura il voto parlamentare e si limita a un'informativa (con ciò "violando la legge e indebolendo l'Italia" ha scandito Mario Monti a Palazzo Madama, ed è difficile dargli torto). La maggioranza che non ha nulla da obiettare, divisa com'è al suo interno in tema di Fondo salva-Stati (Mes). L'opposizione di centrodestra - salvo eccezioni - che lascia vuoti i suoi banchi, quasi un piccolo Aventino, e non si rende conto che in tal modo rin…
La Camera ha vissuto ieri una delle giornate più malinconiche della sua storia recente. Tutti, chi più chi meno, hanno contribuito a questo esito da cui l'istituto Parlamento è uscito umiliato, proiettando un'ombra sulla qualità della nostra democrazia.
La lista dei colpevoli è lunga. Il presidente del Consiglio che, alla vigilia di un cruciale vertice europeo destinato a decidere - e anzi molto probabilmente a non decidere - circa i fondi per la ripresa, evita con cura il voto parlamentare e si limita a un'informativa (con ciò "violando la legge e indebolendo l'Italia" ha scandito Mario Monti a Palazzo Madama, ed è difficile dargli torto). La maggioranza che non ha nulla da obiettare, divisa com'è al suo interno in tema di Fondo salva-Stati (Mes). L'opposizione di centrodestra - salvo eccezioni - che lascia vuoti i suoi banchi, quasi un piccolo Aventino, e non si rende conto che in tal modo rinuncia a esercitare il ruolo che le è proprio e a incalzare il governo. Di qui l'immagine di Renato Brunetta, esponente di Forza Italia, che in solitudine chiede quello che tutto il centrodestra avrebbe dovuto chiedere: che il premier Conte apra un esplicito confronto parlamentare sulle misure per la ricostruzione e il rapporto con l'Europa.
E si potrebbe continuare. Perché mentre alla Camera andava in scena la commedia triste che suggellava l'inutilità delle assemblee legislative, in una nota villa romana proseguiva il rito parallelo dei cosiddetti Stati generali: per cui anche questa coincidenza dava l'idea dello scollamento tra le istituzioni svuotate e la realtà di una società disorientata, chiamata a esprimersi in un luogo solo scenografico e in una cornice di incertezza. Non stupisce allora che la scena se la sia presa il presidente della Confindustria, Bonomi, il cui parlar schietto lo espone a critiche prevedibili ("luoghi comuni, discorsi da bar") ma al tempo stesso fa dell'organizzazione degli industriali quasi un soggetto politico che tende a colmare il vuoto lasciato dagli altri attori.
Del resto non stupisce che il mondo produttivo nei suoi diversi interpreti abbia alzato la voce in uno dei momenti più drammatici per le industrie e le attività economiche di ogni dimensione. Dopo un'estate con il turismo al minimo, in autunno le conseguenze sociali potrebbero essere devastanti. Non si capisce ancora se nel governo esiste la piena consapevolezza del rischio che incombe sul Paese. A giudicare da quello che è accaduto ieri, si direbbe che tale coscienza sia ancora parziale. E non è senza significato che il presidente del Consiglio, per replicare alle critiche di Bonomi, abbia dovuto garantire che nell'esecutivo "non esiste un pregiudizio anti-industriale". Il solo fatto di dover fare una tale precisazione, nell'ora in cui le imprese italiane rischiano di essere spazzate via da una recessione senza precedenti, lascia capire quale sia il clima nella maggioranza 5S-Pd. Quando invece sarebbe il momento di un'autentica e non strumentale "coesione nazionale", il che non significa per forza governo di salute pubblica.
Ipotesi non lontana dallo scenario evocato senza entrare nei particolari dal presidente della Confindustria ("un altro governo"), ma sufficiente a far saltare tutti i fragili assetti su cui si regge il Conte-2. Non accadrà, almeno finché chi governa potrà aggrapparsi alla speranza di controllare la situazione. Con o senza i fondi dell'Unione.
La lista dei colpevoli è lunga. Il presidente del Consiglio che, alla vigilia di un cruciale vertice europeo destinato a decidere - e anzi molto probabilmente a non decidere - circa i fondi per la ripresa, evita con cura il voto parlamentare e si limita a un'informativa (con ciò "violando la legge e indebolendo l'Italia" ha scandito Mario Monti a Palazzo Madama, ed è difficile dargli torto). La maggioranza che non ha nulla da obiettare, divisa com'è al suo interno in tema di Fondo salva-Stati (Mes). L'opposizione di centrodestra - salvo eccezioni - che lascia vuoti i suoi banchi, quasi un piccolo Aventino, e non si rende conto che in tal modo rinuncia a esercitare il ruolo che le è proprio e a incalzare il governo. Di qui l'immagine di Renato Brunetta, esponente di Forza Italia, che in solitudine chiede quello che tutto il centrodestra avrebbe dovuto chiedere: che il premier Conte apra un esplicito confronto parlamentare sulle misure per la ricostruzione e il rapporto con l'Europa.
E si potrebbe continuare. Perché mentre alla Camera andava in scena la commedia triste che suggellava l'inutilità delle assemblee legislative, in una nota villa romana proseguiva il rito parallelo dei cosiddetti Stati generali: per cui anche questa coincidenza dava l'idea dello scollamento tra le istituzioni svuotate e la realtà di una società disorientata, chiamata a esprimersi in un luogo solo scenografico e in una cornice di incertezza. Non stupisce allora che la scena se la sia presa il presidente della Confindustria, Bonomi, il cui parlar schietto lo espone a critiche prevedibili ("luoghi comuni, discorsi da bar") ma al tempo stesso fa dell'organizzazione degli industriali quasi un soggetto politico che tende a colmare il vuoto lasciato dagli altri attori.
Del resto non stupisce che il mondo produttivo nei suoi diversi interpreti abbia alzato la voce in uno dei momenti più drammatici per le industrie e le attività economiche di ogni dimensione. Dopo un'estate con il turismo al minimo, in autunno le conseguenze sociali potrebbero essere devastanti. Non si capisce ancora se nel governo esiste la piena consapevolezza del rischio che incombe sul Paese. A giudicare da quello che è accaduto ieri, si direbbe che tale coscienza sia ancora parziale. E non è senza significato che il presidente del Consiglio, per replicare alle critiche di Bonomi, abbia dovuto garantire che nell'esecutivo "non esiste un pregiudizio anti-industriale". Il solo fatto di dover fare una tale precisazione, nell'ora in cui le imprese italiane rischiano di essere spazzate via da una recessione senza precedenti, lascia capire quale sia il clima nella maggioranza 5S-Pd. Quando invece sarebbe il momento di un'autentica e non strumentale "coesione nazionale", il che non significa per forza governo di salute pubblica.
Ipotesi non lontana dallo scenario evocato senza entrare nei particolari dal presidente della Confindustria ("un altro governo"), ma sufficiente a far saltare tutti i fragili assetti su cui si regge il Conte-2. Non accadrà, almeno finché chi governa potrà aggrapparsi alla speranza di controllare la situazione. Con o senza i fondi dell'Unione.