Il Papa più lontano dalla Cina
Claudio Tito , di CLAUDIO TITOPechino spalanca le porte, ma Francesco frena: il dialogo diplomatico che aveva squarciato cinquant’anni di silenzio tra il Vaticano e la Repubblica Popolare sembra finito in un limbo in cui si sono invertite le priorità
«Francesco in questa fase mette in conto di non poter più essere il primo Papa a mettere piede in Cina». Nella Segreteria di Stato è una frase che negli ultimi mesi si ascolta con frequenza. Il dialogo diplomatico che aveva squarciato cinquant’anni di silenzio tra il Vaticano e la Repubblica Popolare sembra infatti essere piombato in una sorta di limbo. Soprattutto si sono invertite le priorità. Un anno fa il Pontefice aveva fatto sapere di essere pronto ad una apertura seria e aveva trovato la resistenza di Pechino. Adesso è il governo cinese a spalancare le porte e la Santa Sede a valutare con estrema prudenza.
Nelle scorse settimane gli ambasciatori di Xi hanno infatti lanciato una sorta di sondaggio. Non attraverso i referenti ufficiali della diplomazia. Attraverso alcuni canali paralleli. Ma non per questo meno efficienti. Non è certamente un caso che La Civiltà Cattolica, il periodico dei sempre più influenti ge…
Nelle scorse settimane gli ambasciatori di Xi hanno infatti lanciato una sorta di sondaggio. Non attraverso i referenti ufficiali della diplomazia. Attraverso alcuni canali paralleli. Ma non per questo meno efficienti. Non è certamente un caso che La Civiltà Cattolica, il periodico dei sempre più influenti ge…
«Francesco in questa fase mette in conto di non poter più essere il primo Papa a mettere piede in Cina». Nella Segreteria di Stato è una frase che negli ultimi mesi si ascolta con frequenza. Il dialogo diplomatico che aveva squarciato cinquant’anni di silenzio tra il Vaticano e la Repubblica Popolare sembra infatti essere piombato in una sorta di limbo. Soprattutto si sono invertite le priorità. Un anno fa il Pontefice aveva fatto sapere di essere pronto ad una apertura seria e aveva trovato la resistenza di Pechino. Adesso è il governo cinese a spalancare le porte e la Santa Sede a valutare con estrema prudenza.
Nelle scorse settimane gli ambasciatori di Xi hanno infatti lanciato una sorta di sondaggio. Non attraverso i referenti ufficiali della diplomazia. Attraverso alcuni canali paralleli. Ma non per questo meno efficienti. Non è certamente un caso che La Civiltà Cattolica, il periodico dei sempre più influenti gesuiti, abbia lanciato una edizione in mandarino, nel numero di giugno presenti un saggio su Celso Costantini, primo delegato apostolico in Cina scritto dall’ex direttore della Sala Stampa Vaticana Federico Lombardi, e in quello del mese scorso abbia proposto un lungo articolo su Ma Xiangbo, educatore cinese della Compagnia di Gesù prima della rivoluzione maoista. «Le teorie di Ma — scriveva Civiltà Cattolica ponendo l’accento sui cambiamenti che ancora devono verificarsi in quel Paese — possono ancora ispirare l’istruzione superiore cinese contemporanea, affinché educhi i cittadini alla creatività, alla capacità di pensiero critico, al ragionamento etico e al senso di responsabilità sociale».
Resta il fatto che Pechino ha provato una sorta di “carotaggio” non ufficiale per non creare imbarazzi o incidenti. Un test con un messaggio semplice: la Cina potrebbe considerare in qualsiasi momento anche l’ipotesi, finora esclusa, di accogliere nei suoi confini il Santo Padre.
Un avviso che Francesco, in realtà, attendeva da tempo. Ma che in questo momento non può essere raccolto all’istante. Rispetto ad un anno fa, infatti, la situazione è decisamente cambiata. Per molti aspetti quasi “rivoluzionata”. Il primo fattore è di una evidenza palmare: il Covid. I rischi medici connessi alla pandemia non sono trascurabili. In particolare in quell’area del mondo e per un ultraottantenne come il Pontefice.
È poi evidente — è una delle resistenze curiali — che per la Cina sarebbe un successo planetario poter ospitare il Papa. Si tratterebbe di un vero e proprio spot rispetto alle difficoltà di un Paese che soffre una sorta di isolamento “fisico” (sono pochi gli investitori che hanno il coraggio di tornare lì) con conseguenze pesantissime dal punto di vista economico.
E poi ci sono gli ostacoli “politici”: lo scontro con gli Usa e la pressione su Hong Kong. Due questioni che non possono essere ignorate. E sicuramente non le ignora Paul Richard Gallagher, arcivescovo segretario per i rapporti con gli Stati, che ha mantenuto il dialogo con Pechino e che a febbraio scorso ha incontrato a Monaco il ministro degli esteri cinese. Nello stesso tempo ha un eccellente rapporto con gli Stati Uniti e non nasconde le difficoltà di aprire ora una linea di credito a Xi. Per non parlare del ruolo crescente che sta assumendo il Cardinale Tagle, alla guida di Propaganda fide. Il “Papa rosso”, questa volta con doppia valenza “curiale” e “internazionale”, che da quando è stato nominato anche nell’ordine dei Vescovi per molti sta assumendo un ruolo inedito. Per un quarto è cinese (la madre era sino-filippina) ed è apprezzato in contesti americani anche conservatori. Anche per lui, il momento di un faccia a faccia con i vertici della Repubblica popolare non è ancora arrivato.
Anche perché lo scontro sull’autonomia della Chiesa cattolica in Cina non ha ancora trovato una strada conciliativa. Le interferenze sulle scelte dei vescovi permangono, il “patto segreto” sulle nomine è destinato ad essere prorogato e le critiche espresse con tenacia dal cardinale Zen alla linea di pacificazione rendono tutto prematuro. Eppure proprio qualche giorno fa è arrivato l’ennesimo segnale: il riconoscimento da parte cinese del vescovo del capoluogo del Fujian, l’anziano Giuseppe Lin Jiashan.
Certo, la volontà di superare steccati e creare ponti è sempre stata la linea del segretario di Stato Parolin, già da quando era sottosegretario ai rapporti con gli Stati, prima di essere sostituito da Balestrero, di posizioni opposte. Ma proprio su questo l’attacco di Zen a Parolin è asperrimo. Il tempo di un Pontefice a Pechino, forse, ancora non è arrivato ma non è cancellato. Prosegue però un’azione diplomatica che segue “corridoi” di dialogo mai interrotti, come quello di Sant’Egidio. E poi resta il cordone informativo dei gesuiti. Come sempre, però, alla fine la decisione spetterà solo a Francesco.
Nelle scorse settimane gli ambasciatori di Xi hanno infatti lanciato una sorta di sondaggio. Non attraverso i referenti ufficiali della diplomazia. Attraverso alcuni canali paralleli. Ma non per questo meno efficienti. Non è certamente un caso che La Civiltà Cattolica, il periodico dei sempre più influenti gesuiti, abbia lanciato una edizione in mandarino, nel numero di giugno presenti un saggio su Celso Costantini, primo delegato apostolico in Cina scritto dall’ex direttore della Sala Stampa Vaticana Federico Lombardi, e in quello del mese scorso abbia proposto un lungo articolo su Ma Xiangbo, educatore cinese della Compagnia di Gesù prima della rivoluzione maoista. «Le teorie di Ma — scriveva Civiltà Cattolica ponendo l’accento sui cambiamenti che ancora devono verificarsi in quel Paese — possono ancora ispirare l’istruzione superiore cinese contemporanea, affinché educhi i cittadini alla creatività, alla capacità di pensiero critico, al ragionamento etico e al senso di responsabilità sociale».
Resta il fatto che Pechino ha provato una sorta di “carotaggio” non ufficiale per non creare imbarazzi o incidenti. Un test con un messaggio semplice: la Cina potrebbe considerare in qualsiasi momento anche l’ipotesi, finora esclusa, di accogliere nei suoi confini il Santo Padre.
Un avviso che Francesco, in realtà, attendeva da tempo. Ma che in questo momento non può essere raccolto all’istante. Rispetto ad un anno fa, infatti, la situazione è decisamente cambiata. Per molti aspetti quasi “rivoluzionata”. Il primo fattore è di una evidenza palmare: il Covid. I rischi medici connessi alla pandemia non sono trascurabili. In particolare in quell’area del mondo e per un ultraottantenne come il Pontefice.
È poi evidente — è una delle resistenze curiali — che per la Cina sarebbe un successo planetario poter ospitare il Papa. Si tratterebbe di un vero e proprio spot rispetto alle difficoltà di un Paese che soffre una sorta di isolamento “fisico” (sono pochi gli investitori che hanno il coraggio di tornare lì) con conseguenze pesantissime dal punto di vista economico.
E poi ci sono gli ostacoli “politici”: lo scontro con gli Usa e la pressione su Hong Kong. Due questioni che non possono essere ignorate. E sicuramente non le ignora Paul Richard Gallagher, arcivescovo segretario per i rapporti con gli Stati, che ha mantenuto il dialogo con Pechino e che a febbraio scorso ha incontrato a Monaco il ministro degli esteri cinese. Nello stesso tempo ha un eccellente rapporto con gli Stati Uniti e non nasconde le difficoltà di aprire ora una linea di credito a Xi. Per non parlare del ruolo crescente che sta assumendo il Cardinale Tagle, alla guida di Propaganda fide. Il “Papa rosso”, questa volta con doppia valenza “curiale” e “internazionale”, che da quando è stato nominato anche nell’ordine dei Vescovi per molti sta assumendo un ruolo inedito. Per un quarto è cinese (la madre era sino-filippina) ed è apprezzato in contesti americani anche conservatori. Anche per lui, il momento di un faccia a faccia con i vertici della Repubblica popolare non è ancora arrivato.
Anche perché lo scontro sull’autonomia della Chiesa cattolica in Cina non ha ancora trovato una strada conciliativa. Le interferenze sulle scelte dei vescovi permangono, il “patto segreto” sulle nomine è destinato ad essere prorogato e le critiche espresse con tenacia dal cardinale Zen alla linea di pacificazione rendono tutto prematuro. Eppure proprio qualche giorno fa è arrivato l’ennesimo segnale: il riconoscimento da parte cinese del vescovo del capoluogo del Fujian, l’anziano Giuseppe Lin Jiashan.
Certo, la volontà di superare steccati e creare ponti è sempre stata la linea del segretario di Stato Parolin, già da quando era sottosegretario ai rapporti con gli Stati, prima di essere sostituito da Balestrero, di posizioni opposte. Ma proprio su questo l’attacco di Zen a Parolin è asperrimo. Il tempo di un Pontefice a Pechino, forse, ancora non è arrivato ma non è cancellato. Prosegue però un’azione diplomatica che segue “corridoi” di dialogo mai interrotti, come quello di Sant’Egidio. E poi resta il cordone informativo dei gesuiti. Come sempre, però, alla fine la decisione spetterà solo a Francesco.