Sulla scuola soltanto una cosa sarebbe peggiore di una decisione sbagliata: una decisione non presa. Purtroppo, leggendo le linee guida del Piano Scuola 2020-21, l'impressione è di trovarsi davanti a uno Zibaldone di proposte, più o meno sensate, più o meno realizzabili, senza un'indicazione precisa per coloro destinati a sobbarcarsi il peso della riapertura a settembre ma anche, e soprattutto, per i genitori. Quelle famiglie che oggi riempiranno sessanta piazze italiane per chiedere alla ministra Azzolina di fermarsi e ripensarci, senza continuare questo gioco a nascondino dietro il parere del comitato tecnico scientifico.
Si dirà, è il bello dell'autonomia scolastica, saranno i dirigenti a valutare caso per caso cosa è più utile e cosa si può fare nel loro istituto. Bene, tutto giusto, purché la sbandierata autonomia non sia il pretesto pilatesco per scaricare in basso l'onere di decisioni che in alto no…
Si dirà, è il bello dell'autonomia scolastica, saranno i dirigenti a valutare caso per caso cosa è più utile e cosa si può fare nel loro istituto. Bene, tutto giusto, purché la sbandierata autonomia non sia il pretesto pilatesco per scaricare in basso l'onere di decisioni che in alto no…
Sulla scuola soltanto una cosa sarebbe peggiore di una decisione sbagliata: una decisione non presa. Purtroppo, leggendo le linee guida del Piano Scuola 2020-21, l'impressione è di trovarsi davanti a uno Zibaldone di proposte, più o meno sensate, più o meno realizzabili, senza un'indicazione precisa per coloro destinati a sobbarcarsi il peso della riapertura a settembre ma anche, e soprattutto, per i genitori. Quelle famiglie che oggi riempiranno sessanta piazze italiane per chiedere alla ministra Azzolina di fermarsi e ripensarci, senza continuare questo gioco a nascondino dietro il parere del comitato tecnico scientifico.
Si dirà, è il bello dell'autonomia scolastica, saranno i dirigenti a valutare caso per caso cosa è più utile e cosa si può fare nel loro istituto. Bene, tutto giusto, purché la sbandierata autonomia non sia il pretesto pilatesco per scaricare in basso l'onere di decisioni che in alto non si ha il coraggio di prendere.
Siamo quasi a luglio, settembre è vicinissimo e ancora stiamo sfogliando la margherita. È vero che il decreto Rilancio stabilisce risorse aggiuntive importanti per il settore - 331 milioni per le pubbliche e 135 milioni per le paritarie - ma per aumentare i corsi, le aule, gli spazi, la didattica a distanza, le classi miste, la sanificazione e tutta la massa di prescrizioni contenute nel Piano, alla scuola italiana dovrebbe arrivare di più, molto di più.
Al contrario, è come se il governo non considerasse la scuola come uno dei settori strategici della ripresa, quasi fosse una questione marginale e non la priorità, al pari della sanità, per un Paese che stenta a rialzarsi in piedi. Coraggio ministra Azzolina, si faccia sentire, alzi la voce, chieda più soldi. Il suo predecessore, Lorenzo Fioramonti, si dimise perché non gli davano tre miliardi per il settore.
Un gesto simile, in un momento così, equivarrebbe a una diserzione in tempo di guerra, ma tra le dimissioni e continuare a fare il vaso di coccio c'è sicuramente una via di mezzo. Dica al presidente del Consiglio di imitare Macron, che ha riaperto le scuole su base volontaria dall'11 maggio e da lunedì scorso per tutti.
In Francia sono uscite dal lockdown prima le scuole dei ristoranti, possibile che da noi si stia ancora discutendo intorno a delle bozze di linee guida? Le buone idee per ripartire non mancano. Una ventina di deputati della maggioranza ha suggerito di anticipare la riapertura al primo settembre, immaginando un bonus in busta paga agli insegnanti. È un ottimo consiglio, lo colga. Il comitato tecnico scientifico il 28 maggio scorso ha prodotto un documento a cui lei ha vincolato il Piano Scuola, ma i suggerimenti degli scienziati sono, appunto, suggerimenti. Deve essere la politica a decidere, non è possibile legare oggi l'inizio dell'anno scolastico al rispetto di norme, a cominciare dall'obbligo velleitario di distanziamento di un metro, che imporrebbero uno stravolgimento dei plessi scolastici. All'inizio gli scienziati immaginarono per i ristoranti il montaggio di plexiglass sui tavoli per separare gli avventori. Per fortuna il governo passò oltre. Se il governo ha giustamente "smontato" le paratie sui tavoli e tra gli ombrelloni, può anche decidere che non debbano essere gli scienziati ad avere l'ultima parola sul destino di 8 milioni di studenti.
Gentile Azzolina, si prenda anche lei la responsabilità di fare una scelta attesa da chiunque abbia dei figli in età scolastica. Riapra la scuola. In maniera ordinata, ma la riapra. E se Conte non la vuole ascoltare, ricordi al presidente del Consiglio le parole di Piero Calamandrei quando scriveva che "se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento, della Magistratura, della Corte Costituzionale".
Si dirà, è il bello dell'autonomia scolastica, saranno i dirigenti a valutare caso per caso cosa è più utile e cosa si può fare nel loro istituto. Bene, tutto giusto, purché la sbandierata autonomia non sia il pretesto pilatesco per scaricare in basso l'onere di decisioni che in alto non si ha il coraggio di prendere.
Siamo quasi a luglio, settembre è vicinissimo e ancora stiamo sfogliando la margherita. È vero che il decreto Rilancio stabilisce risorse aggiuntive importanti per il settore - 331 milioni per le pubbliche e 135 milioni per le paritarie - ma per aumentare i corsi, le aule, gli spazi, la didattica a distanza, le classi miste, la sanificazione e tutta la massa di prescrizioni contenute nel Piano, alla scuola italiana dovrebbe arrivare di più, molto di più.
Al contrario, è come se il governo non considerasse la scuola come uno dei settori strategici della ripresa, quasi fosse una questione marginale e non la priorità, al pari della sanità, per un Paese che stenta a rialzarsi in piedi. Coraggio ministra Azzolina, si faccia sentire, alzi la voce, chieda più soldi. Il suo predecessore, Lorenzo Fioramonti, si dimise perché non gli davano tre miliardi per il settore.
Un gesto simile, in un momento così, equivarrebbe a una diserzione in tempo di guerra, ma tra le dimissioni e continuare a fare il vaso di coccio c'è sicuramente una via di mezzo. Dica al presidente del Consiglio di imitare Macron, che ha riaperto le scuole su base volontaria dall'11 maggio e da lunedì scorso per tutti.
In Francia sono uscite dal lockdown prima le scuole dei ristoranti, possibile che da noi si stia ancora discutendo intorno a delle bozze di linee guida? Le buone idee per ripartire non mancano. Una ventina di deputati della maggioranza ha suggerito di anticipare la riapertura al primo settembre, immaginando un bonus in busta paga agli insegnanti. È un ottimo consiglio, lo colga. Il comitato tecnico scientifico il 28 maggio scorso ha prodotto un documento a cui lei ha vincolato il Piano Scuola, ma i suggerimenti degli scienziati sono, appunto, suggerimenti. Deve essere la politica a decidere, non è possibile legare oggi l'inizio dell'anno scolastico al rispetto di norme, a cominciare dall'obbligo velleitario di distanziamento di un metro, che imporrebbero uno stravolgimento dei plessi scolastici. All'inizio gli scienziati immaginarono per i ristoranti il montaggio di plexiglass sui tavoli per separare gli avventori. Per fortuna il governo passò oltre. Se il governo ha giustamente "smontato" le paratie sui tavoli e tra gli ombrelloni, può anche decidere che non debbano essere gli scienziati ad avere l'ultima parola sul destino di 8 milioni di studenti.
Gentile Azzolina, si prenda anche lei la responsabilità di fare una scelta attesa da chiunque abbia dei figli in età scolastica. Riapra la scuola. In maniera ordinata, ma la riapra. E se Conte non la vuole ascoltare, ricordi al presidente del Consiglio le parole di Piero Calamandrei quando scriveva che "se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento, della Magistratura, della Corte Costituzionale".