C’era una volta la finanza bianca
Francesco Manacorda , di FRANCESCO MANACORDADue operazioni ne segnano il declino: l'Offerta pubblica di scambio di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca e l'accordo tra Generali e Cattolica assicurazioni
Due operazioni che vanno in direzione simile smuovono l'estate della finanza italiana e segnano in fondo il declino, forse inevitabile, della finanza cattolica.
Prima l'Offerta pubblica di scambio non sollecitata - diciamo pure non amichevole - di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca; adesso l'accordo tra Generali e Cattolica assicurazioni perché la prima partecipi all'aumento di capitale della seconda, diventandone azionista di maggioranza relativa.
Le mosse di Carlo Messina, ad di Intesa, e quella del numero uno di Generali Philippe Donnett hanno un certo parallelismo perché entrambe puntano a un consolidamento sul fronte interno, entrambe mirano probabilmente a evitare che soggetti stranieri possano usare i loro rispettivi obiettivi come testa di ponte per un ingresso in Italia, entrambe puntano su quel Nord-Est che continua a essere una delle aree più ricche e finaziariamente redditizie del Paese. Ed entrambe si indirizzano a baluardi della cosiddett…
Prima l'Offerta pubblica di scambio non sollecitata - diciamo pure non amichevole - di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca; adesso l'accordo tra Generali e Cattolica assicurazioni perché la prima partecipi all'aumento di capitale della seconda, diventandone azionista di maggioranza relativa.
Le mosse di Carlo Messina, ad di Intesa, e quella del numero uno di Generali Philippe Donnett hanno un certo parallelismo perché entrambe puntano a un consolidamento sul fronte interno, entrambe mirano probabilmente a evitare che soggetti stranieri possano usare i loro rispettivi obiettivi come testa di ponte per un ingresso in Italia, entrambe puntano su quel Nord-Est che continua a essere una delle aree più ricche e finaziariamente redditizie del Paese. Ed entrambe si indirizzano a baluardi della cosiddett…
Due operazioni che vanno in direzione simile smuovono l'estate della finanza italiana e segnano in fondo il declino, forse inevitabile, della finanza cattolica.
Prima l'Offerta pubblica di scambio non sollecitata - diciamo pure non amichevole - di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca; adesso l'accordo tra Generali e Cattolica assicurazioni perché la prima partecipi all'aumento di capitale della seconda, diventandone azionista di maggioranza relativa.
Le mosse di Carlo Messina, ad di Intesa, e quella del numero uno di Generali Philippe Donnett hanno un certo parallelismo perché entrambe puntano a un consolidamento sul fronte interno, entrambe mirano probabilmente a evitare che soggetti stranieri possano usare i loro rispettivi obiettivi come testa di ponte per un ingresso in Italia, entrambe puntano su quel Nord-Est che continua a essere una delle aree più ricche e finaziariamente redditizie del Paese. Ed entrambe si indirizzano a baluardi della cosiddetta finanza "bianca", cattolica e di origine cooperativistica, mutandone bruscamente equilibri che parevano consolidati.
La Cattolica Assicurazioni, il cui statuto recita ancora oggi all'articolo 10 che "non possono essere accettate le domande di chi non professi la Religione Cattolica e non abbia manifestato sentimenti di adesione alle Opere Cattoliche" per l'ammissione tra i soci individuali, dovrà cambiare e trasformarsi in una più secolare società per azioni. I grandi azionisti bresciani e bergamaschi di Ubi - tra di loro per l'appunto anche Cattolica - spesso esponenti anch'essi della finanza "bianca" lombarda, si spaccano intanto sull'offerta di Intesa e devono scegliere tra il modello quasi blindato seguito finora, con le grandi famiglie locali che decidono i destini della banca a loro vicina, e l'alternativa più da "public company" proposta da Messina, dove i soci contano di meno ma potrebbero contare su più dividendi. È un'identità ampia, ma non generica, quella della finanza cattolica. Se la compagnia assicurativa veronese l'ha radicata nel nome, in casa Ubi ci si arriva dal lontano 1888, quando nasce la Banca San Paolo di Brescia proprio per la volontà di dare autonomia finanziaria al mondo cattolico locale. Poi, 110 anni dopo la fusione con il Credito agrario bresciano, la trasformazione in Banca Lombarda, la creazione del Banco di Brescia e l'incorporazione in Ubi.
Oggi quel mondo, che sul versante bresciano e ovviamente cattolico era tradizionalmente rappresentato dall'accoppiata tra Giovanni Bazoli e Giuseppe Camadini, assieme come avvocati prima ancora che come uomini di finanza, viene messo sotto scacco. E a guidare l'attacco - per uno scherzo o un'evoluzione della storia - è proprio Banca Intesa che, sempre nel segno di Bazoli che per lunghi anni ne è stato presidente, sembrava destinata a diventare il principale esponente della finanza "bianca". Ma si tratta di una definizione nella quale l'attuale vertice della prima banca italiana difficilmente si riconoscerebbe. Certo, c'è la dimensione sociale e di contrasto alle diseguaglianze su cui Intesa continua a essere molto attiva, ma i suoi riferimenti sono per forza di cose di mercato, visto che la maggioranza dei suoi principali azionisti è ormai composta da grandi fondi internazionali e non più da fondazioni bancarie intitolate a qualche Santo.
Si dissolve la finanza cattolica e non ha più ragion d'essere nemmeno il suo eterno contraltare, quella finanza laica tradizionalmente rappresentata dalla Mediobanca di Enrico Cuccia. Vedere in questa chiave l'ingresso delle Generali, controllate proprio da Mediobanca, in Cattolica, sarebbe una lettura fuori dal tempo. La compagnia di Trieste che troppo spesso si è vista attribuire un ruolo passivo nelle manovre finanziarie - prima messa sotto tiro senza successo proprio da Intesa, adesso oggetto del desiderio di Leonardo Del Vecchio che vuole crescere in Mediobanca per contare di più in Generali - oggi si riscatta in parte, ma soprattutto agli occhi di chi la accusa di essere poco attiva. Anche a Del Vecchio, del resto, l'operazione non dispiace, in nome di quelle ali che vorrebbe veder aprire al Leone. In nome del business e non delle guerre di religione.
Prima l'Offerta pubblica di scambio non sollecitata - diciamo pure non amichevole - di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca; adesso l'accordo tra Generali e Cattolica assicurazioni perché la prima partecipi all'aumento di capitale della seconda, diventandone azionista di maggioranza relativa.
Le mosse di Carlo Messina, ad di Intesa, e quella del numero uno di Generali Philippe Donnett hanno un certo parallelismo perché entrambe puntano a un consolidamento sul fronte interno, entrambe mirano probabilmente a evitare che soggetti stranieri possano usare i loro rispettivi obiettivi come testa di ponte per un ingresso in Italia, entrambe puntano su quel Nord-Est che continua a essere una delle aree più ricche e finaziariamente redditizie del Paese. Ed entrambe si indirizzano a baluardi della cosiddetta finanza "bianca", cattolica e di origine cooperativistica, mutandone bruscamente equilibri che parevano consolidati.
La Cattolica Assicurazioni, il cui statuto recita ancora oggi all'articolo 10 che "non possono essere accettate le domande di chi non professi la Religione Cattolica e non abbia manifestato sentimenti di adesione alle Opere Cattoliche" per l'ammissione tra i soci individuali, dovrà cambiare e trasformarsi in una più secolare società per azioni. I grandi azionisti bresciani e bergamaschi di Ubi - tra di loro per l'appunto anche Cattolica - spesso esponenti anch'essi della finanza "bianca" lombarda, si spaccano intanto sull'offerta di Intesa e devono scegliere tra il modello quasi blindato seguito finora, con le grandi famiglie locali che decidono i destini della banca a loro vicina, e l'alternativa più da "public company" proposta da Messina, dove i soci contano di meno ma potrebbero contare su più dividendi. È un'identità ampia, ma non generica, quella della finanza cattolica. Se la compagnia assicurativa veronese l'ha radicata nel nome, in casa Ubi ci si arriva dal lontano 1888, quando nasce la Banca San Paolo di Brescia proprio per la volontà di dare autonomia finanziaria al mondo cattolico locale. Poi, 110 anni dopo la fusione con il Credito agrario bresciano, la trasformazione in Banca Lombarda, la creazione del Banco di Brescia e l'incorporazione in Ubi.
Oggi quel mondo, che sul versante bresciano e ovviamente cattolico era tradizionalmente rappresentato dall'accoppiata tra Giovanni Bazoli e Giuseppe Camadini, assieme come avvocati prima ancora che come uomini di finanza, viene messo sotto scacco. E a guidare l'attacco - per uno scherzo o un'evoluzione della storia - è proprio Banca Intesa che, sempre nel segno di Bazoli che per lunghi anni ne è stato presidente, sembrava destinata a diventare il principale esponente della finanza "bianca". Ma si tratta di una definizione nella quale l'attuale vertice della prima banca italiana difficilmente si riconoscerebbe. Certo, c'è la dimensione sociale e di contrasto alle diseguaglianze su cui Intesa continua a essere molto attiva, ma i suoi riferimenti sono per forza di cose di mercato, visto che la maggioranza dei suoi principali azionisti è ormai composta da grandi fondi internazionali e non più da fondazioni bancarie intitolate a qualche Santo.
Si dissolve la finanza cattolica e non ha più ragion d'essere nemmeno il suo eterno contraltare, quella finanza laica tradizionalmente rappresentata dalla Mediobanca di Enrico Cuccia. Vedere in questa chiave l'ingresso delle Generali, controllate proprio da Mediobanca, in Cattolica, sarebbe una lettura fuori dal tempo. La compagnia di Trieste che troppo spesso si è vista attribuire un ruolo passivo nelle manovre finanziarie - prima messa sotto tiro senza successo proprio da Intesa, adesso oggetto del desiderio di Leonardo Del Vecchio che vuole crescere in Mediobanca per contare di più in Generali - oggi si riscatta in parte, ma soprattutto agli occhi di chi la accusa di essere poco attiva. Anche a Del Vecchio, del resto, l'operazione non dispiace, in nome di quelle ali che vorrebbe veder aprire al Leone. In nome del business e non delle guerre di religione.